Morì sulla 106 per colpa di una buca: da allora tante vittime e pochi lavori

VIDEO | Danilo Lentini era un giovane biker di Badolato, è morto a 26 anni mentre era in moto a causa delle condizioni fatiscenti del manto stradale. La madre Mariangela lancia un appello affinchè si intervenga e si evitino così altri incidenti fatali

di Rossella  Galati
20 novembre 2019
17:05
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Mariangela Fraietta
Mariangela Fraietta

«Quella mattina Danilo si stava riposando sul divano quando è arrivata una telefonata e lui ha detto “E’ per me”. Dopo poco mi ha detto che usciva, mi sono affacciata dal balcone e con le braccia al cielo mi ha salutato come faceva sempre “Ciao mà”. Questo è l’ultimo ricordo che ho di Danilo. Per tanti anni ho aspettato che ritornasse ma non è più tornato». Sono passati 11 anni da quel 29 giugno 2008 quando Danilo Lentini, dopo aver salutato la sua famiglia, è andato incontro al suo crudele destino ed in sella alla sua moto, una passione che coltivava da anni, sulla strada SS 106 nel tratto tra Crotone e l’aeroporto S. Anna, ha trovato la morte ad aspettarlo. Aveva 26 anni. «Mio figlio è una vittima della strada – dice commossa mamma Mariangela Fraietta -. Quel giorno ha preso una buca, abbiamo trovato la ruota con uno squarcio di 5 centimetri. E’ andato a finire contro il guardrail ed è morto sul colpo. E ancora oggi per lui non c’è stata giustizia. Noi non volevamo nulla ma solo che mio figlio fosse dichiarato vittima della strada e invece il giudice non si è preso nemmeno la briga di aprire il fascicolo e l’ha archiviato».

 

Un dolore che si rinnova ogni giorno

Non si dà pace mamma Mariangela per quella fine che si poteva evitare, per quel dolore che ogni giorno si rinnova. E’ un dolore che, come lei stessa racconta nella sua casa di Badolato, nel catanzarese, dove tutto parla di Danilo, ogni mattina è costretta a mettere in tasca per dare una parvenza di normalità alla sua famiglia. «E’ devastante perché tu speri sempre che quella porta si apra e che entri tuo figlio. Ma poi guardi in faccia gli altri figli, perché io sono una mamma. All’inizio mi sono lasciata andare e a dire la verità se non fosse stato per mio figlio Manuel non so come sarebbe andata. E anche se la felicità non l’avremo mai, cerchiamo di dare normalità a questa famiglia con il sorriso sulle labbra ma con il dolore nel cuore».

 

I motoraduni

Danilo continua a vivere nel ricordo dei suoi cari, dei suoi amici e dell’associazione Basta vittime sulla SS 106, presieduta da Fabio Pugliese: «Ogni anno si svolge un motoraduno in ricordo di mio figlio – racconta Mariangela - attraverso il quale vogliamo promuovere la sicurezza stradale. Partecipano bikers provenienti da tutta la Calabria e anche da fuori regione. Tutti fanno in modo che Danilo non venga dimenticato. E anche io e mio marito, che non siamo più giovani, ci siamo messi su una moto per andare ai motoraduni e portare avanti il suo nome. Finchè ce la farò, ci andrò. E vedere i suoi amici bikers fermarsi davanti al luogo dell’incidente per salutarlo mi dà un po’ di conforto in questo immenso dolore, perché i motociclisti sanno cosa vuol dire fratellanza. Mi è rimasto solo un cruccio: non essere andata sulla moto con lui quando me lo chiedeva. Io e il suo papà gli avevamo promesso che l’estate in cui poi è morto lo avremmo fatto e lo avremmo accompagnato da qualche parte. Purtroppo non abbiamo fatto in tempo e una buca ce l’ha portato via. Ma io mi sono ripromessa che mio figlio deve vedere con i miei occhi ciò che non ha potuto più vedere».

 

Il ricordo di Danilo

Due occhi azzurri ai quali i fratelli Laganà, artisti di Badolato, hanno dedicato la canzone “Occhi azzurri come il mare”. «Sono gli stessi occhi che ha mia nipote. E lei, anche se ha solo due anni, lo sa. Con lei parliamo sempre dello zio». Quello zio, quel figlio, quel fratello, il cui nome è tatuato sulla pelle dei suoi cari oltre che sul loro cuore. «Era un ragazzo solare – ricorda la mamma – era estroso, buono d’animo. Gentile con tutti. Era un grandissimo lavoratore ed era fiero della nostra famiglia, era orgoglioso del suo papà, del fatto che i suoi fratelli studiassero, era orgoglioso della sua mamma. Noi avevamo un rapporto speciale. Lui era il secondo dei nostri figli ma per noi era come se fosse il capofamiglia».

 

L'appello alle istituzioni

E il dolore di questa mamma si confonde con la rabbia  pensando a quel tratto di strada che ancora oggi, denuncia Mariangela, versa in condizioni precarie rappresentando un rischio per l’incolumità de i cittadini. «Io vorrei fare un appello ai responsabili dell’Anas: come fanno a dormire di notte e a prendersi lo stipendio sapendo che lì ci sono stati tutti quei morti? Ce ne sono stati prima e ce ne sono stati dopo. A distanza di poco tempo dall’incidente abbiamo mandato una lettera all’Anas e loro sono andati a coprire quella buca. Ma si è formata di nuovo. Lì la strada è transennata, sta franando. I politici che si riempiono la bocca con il sud non penso che sappiano dove si trovi e non credo che siano mai passati da quella strada. Quel tratto di strada insieme a quello che va da Soverato a Reggio è veramente da terzo mondo. Se mi avessero detto che mio figlio sarebbe stato l’ultima vittima della strada e che io sarei stata l’ultima mamma a piangere un figlio morto sulla SS 106, forse l’avrei accettato questo sacrificio. E invece lì si continua a morire. E ai motociclisti e a chi percorre la SS 106 dico di usare il cervello, non solo l’acceleratore, perché lungo la strada ci sono tante insidie».

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