«Una bomba in una favola». Il 2018 l’anno della fine del modello Riace

Il 2 ottobre viene arrestato Mimmo Lucano, quello che per tutti era il sindaco dell’accoglienza. Le accuse sono pesanti. L’opinione pubblica si divide e l’attenzione, ben presto, da quella che era una mera storia giudiziaria si sposta ad un livello più squisitamente politico

di Consolato Minniti
lunedì 31 dicembre 2018
13:09
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Mimmo Lucano
Mimmo Lucano

«Una bomba in una favola». Così il procuratore della Repubblica di Locri, Luigi D’Alessio, commenta una vicenda finita su tutti i media nazionali ed esteri. È il giorno dopo la deflagrazione di un’inchiesta che promette ancora non pochi colpi di scena. L’hanno chiamata “Xenia”, che in greco significa “ospitalità”. E non poteva essere diversamente.

 

È il 2 ottobre 2018, le agenzie battono un lancio che lascia di sasso: «Il sindaco Domenico Lucano ai domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Servono pochi minuti e la notizia fa il giro d’Italia. Lucano, il sindaco dell’accoglienza, simbolo di un virtuoso modello riconosciuto in tutto il mondo, deve rispondere di accuse pesanti. Una favola, appunto, come lo stesso suo accusatore la definisce, che rischia di sfaldarsi sotto i colpi della giustizia.

 

Lucano è accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di aver affidato direttamente l’incarico per la raccolta dei rifiuti ad una cooperativa che non ne aveva i titoli. Ma per la Procura è anche a capo di un’associazione per delinquere finalizzata proprio allo sfruttamento dell’immigrazione. Vengono fuori presunti matrimoni combinati allo scopo di far reperire, ad alcune persone, i documenti necessari a rimanere in Italia. Il gip esclude molti dei capi d’imputazione contestati, ma tiene viva l’impalcatura dell’indagine.

Il processo a Riace

La vicenda, quasi subito, si sposta inesorabilmente dall’aspetto giudiziario a quello politico. Lucano è un simbolo. Quello di una sinistra che apre le porte all’accoglienza, al prossimo; che non si chiude in se stessa e pensa che proprio chi giunge da paesi lontani possa rappresentare linfa vitale per luoghi ormai quasi disabitati. L’esempio di Riace è lampante: un piccolo centro che torna a rivivere dopo anni in cui sembra destinato all’oblio. Ed è forse proprio per questo, per un modo di fare accoglienza diverso dal solito, che Lucano viene citato anche dalla rivista Fortune, come uno degli uomini più potenti. Tuttavia, quello che può definirsi un pregio, si trasforma quasi subito in una iattura. Perché l’inchiesta della Procura di Locri diventa terreno fertile per fare un processo ad un intero modello d’accoglienza. Del resto, il vento che spira in Italia è chiaro da un pezzo: lotta senza quartiere ai modelli d’integrazione come Riace. E pazienza se in tanti indicano Lucano come responsabile del reato di “umanità”.

Dalla mancata fiction allo scontro con Salvini

E che qualcosa non stia andando per il verso giusto lo si capisce qualche mese prima dell’inchiesta “Xenia”, quando viene bloccata la fiction che avrebbe dovuto raccontare la vita del piccolo paese della Jonica. Il suo principale interprete, Beppe Fiorello, non si dà pace, vuole comprendere le ragioni di uno stop giunto quando ormai è tutto pronto. L’indizio arriva poi anche dallo scontro a distanza fra Lucano e Salvini, con il ministro dell’Interno che non esita a definire il sindaco “uno zero”. Sono tutti i sintomi che Riace non vivrà una stagione di grande salute.

Dai domiciliari al divieto di dimora

L’esplodere dell’inchiesta rende tutto più evidente: c’è una Procura che indaga ed un gip che decide. Ma, dicono i sostenitori di Lucano, i giudici possono sempre sbagliare. Si attende così il Riesame che, sebbene riduca la gravità della misura cautelare, usa parole di fuoco per descrivere l’attività messa in piedi dal sindaco Lucano. Mimmo “u curdu” viene definito addirittura come personaggio avvezzo a delinquere e poco incline al rispetto della legge, quella stessa che lui afferma in più occasioni di violare, anche in contesti pubblici. Vengono però anche indicati dei tornaconti di tipo elettorale: Lucano avrebbe lavorato alacremente per creare un sistema in grado di garantirgli un determinato pacchetto di voti. Accusa, questa, respinta al mittente con forza.

Riace e l’Italia si dividono

L’inchiesta porta ad una profonda divisione, tanto nel piccolo centro della Locride, quanto nel resto del Paese. I sostenitori di Lucano continuano ad osannarlo ed organizzano per lui anche una manifestazione imponente a Riace. I suoi detrattori, invece, trovano terreno fertile nelle carte giudiziarie. Anche alcuni accesi garantisti dimenticano le loro origini, mentre fra i giustiziasti affiora più di qualche perplessità.

L’errore di fondo

C’è, però, a nostro avviso, un errore di fondo che viene spesso commesso quando si parla di questa vicenda. E si tratta di aver spostato immediatamente l’attenzione da quella che era una mera storia giudiziaria ad un livello più squisitamente politico. Ci si è interrogati assai poco su quelle che erano le contestazioni specifiche, preoccupandosi invece quasi esclusivamente di censurare o continuare ad osannare un modello a seconda del proprio credo politico. E questo è un errore serio, perché non consente di guardare con obiettività ad una vicenda che presenta ancora molti elementi da chiarire. Quello che ci domandiamo, dunque, è semplice: si può provare ad analizzare quanto accaduto a Riace, senza il rischio di essere presi di mira da una delle due fazioni? Si può tentare di capire se ci siano stati o meno degli errori, senza passare per fascisti amici di Salvini? Di contro: si può proseguire a sostenere il modello senza, per questo, essere etichettati come comunisti? Non facile, si direbbe. Eppure una risposta potrebbe anche esserci. Sarà che forse Lucano ha creato un sistema efficiente, efficace e sostenibile, ma lo ha fatto commettendo anche degli errori, da lui stesso ammessi, che ora potrebbe essere chiamato a pagare se dovessero esserci profili di reato? Noi pensiamo che se è vero - ed è vero - che i reati contestati al sindaco di Riace siano “d’umanità”, allora dentro quell’essere umano può starci anche tutta la fragilità di un uomo che si è sporcato le mani, magari anche sbagliando qualcosa. E se questi errori saranno rilevanti sotto il profilo penale saranno tre tribunali a dirlo, nella misura in cui ce ne fosse bisogno. Ma, per favore, smettiamo di etichettare sempre tutto politicamente.

 

Riace resterà per sempre ciò che è stato: un metodo d’accoglienza diffusa. Il suo sindaco rimarrà uno di quelli che ha aperto le porte del suo paese, ripopolandolo. La giustizia ci dirà se quell’umanità si sarà macchiata di un qualche errore, di una qualunque debolezza. E non rimarrà che prenderne atto serenamente, così come avvenuto in passato con molti altri fatti comunque consegnati alla storia.

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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