Vitalizi, tanto rumore per (quasi) nulla. Ecco tutte le falle della delibera Fico

I Cinquestelle dicono di aver scritto la storia e aver regalato agli italiani un sogno atteso da 50 anni, ma il provvedimento approvato ieri dall’ufficio di presidenza della Camera fa acqua da tutte le parti e non tocca i privilegi di senatori e consiglieri regionali

di Enrico De Girolamo
venerdì 13 luglio 2018
11:39
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«Abbiamo fatto la storia». «Un sogno che si avvera». «Il più bel regalo che potevamo fare agli italiani». E poi champagne, palloncini gialli e festante foto di gruppo in Piazza Montecitorio. Il Movimento 5 stelle ha dato fondo a tutta la sua retorica più roboante per annunciare l’approvazione della delibera del presidente della Camera, Roberto Fico, che introduce il ricalcolo dei vitalizi percepiti da circa 1240 ex deputati (di cui una cinquantina calabresi) su base contributiva, con un risparmio sulla carta di circa 40 milioni di euro. In pratica si vanno a toccare le vecchie rendite percepite da chi era in carica fino al 2012, anno in cui i vitalizi sono stati aboliti per essere sostituiti da pensioni con 65 anni di anzianità e almeno una legislatura alle spalle.


Il problema vero è che questa “epocale riforma” è stata fatta con una delibera che va a incidere esclusivamente sul regolamento di Montecitorio, non con una legge ordinaria che avrebbe avuto efficacia per tutti, compresi senatori e consiglieri regionali, i cui privilegi non sono stati neanche sfiorati da quanto accaduto ieri. Due pesi e due misure che espongono la Camera a una pioggia di ricorsi certa come l’arrivo dei monsoni asiatici. Impugnazioni che hanno altissime possibilità di essere considerate fondate perché la delibera Fico compromette il principio di uguaglianza, prevedendo una disparità di trattamento tra deputati e senatori.


Diverso sarebbe stato se anche Palazzo Madama avesse varato una delibera simile, ma sullo scranno più alto del Senato siede una berlusconiana di ferro, Maria Elisabetta Alberti Casellati, alla quale non è passato neanche per la testa di assecondare con un atto simile la propaganda cinquestelle.


Ma molto meglio sarebbe stato approvare una nuova disciplina normativa, magari la stessa che la scorsa Legislatura era stata presentata a firma di Matteo Richetti (Pd), padre del progetto di legge sull’abolizione organica di tutti i vitalizi, compresi quelli percepiti dai consiglieri regionali, a cui la Camera dei deputati aveva già dato il via libera con i voti di Pd, M5s, Lega e FdI, salvo poi veder scorrere i titoli di coda dell’era Renzi-Gentiloni prima che la legge passasse anche al Senato.


Oggi è proprio Richetti a denunciare i rischi che porta con sé una semplice delibera, dicendosi certo che non reggerà alla reazione giudiziaria dei percettori dei vitalizi. Una situazione che invece di assicurare un risparmio si tramuterà in maggiori costi per la Camera, che non solo sarà costretta a restituire le decurtazioni ma dovrà affrontare anche pesanti spese legali per resistere in giudizio.


Ma c’è di più. La delibera Fico non solo crea una disparità di trattamento rispetto al Senato, ma anche tra gli stessi deputati. Il ricalcolo su base contributiva infatti, interesserà soltanto chi ha chiuso la propria carriera parlamentare con una legislatura alla Camera. In altre parole, se un ex parlamentare è stato, ad esempio, per 10 anni un deputato e poi, per l’ultimo mandato, è stato eletto al Senato, non verrà toccato dal ricalcolo. Al contrario, un politico che è stato a lungo senatore, ma poi ha chiuso la sua esperienza parlamentare a Montecitorio, subirà la decurtazione del vitalizio, anche se la sua permanenza tra gli scranni della Camera dei deputati è stata breve.


Insomma, troppe falle in una pseudo-riforma che non ha cambiato di una virgola la normativa in materia ma sembra ispirata soprattutto dalla volontà dell’M5s di recuperare quanto più in fretta possibile visibilità rispetto a quella Lega che con Salvini ha messo in ombra l’alleato di governo e causato fortissime tensioni tra i parlamentari grillini e il loro leader politico, Luigi Di Maio, accusato da più parti di non riuscire a contrastare efficacemente il protagonismo salviniano. In questo senso, dunque, è comprensibile la soddisfazione di Di Maio, che ieri ha perso la voce per il troppo esultare, avendo potuto finalmente segnare un punto sul tabellone della partita interna alla maggioranza che sostiene l’esecutivo Conte, senza che questo, però, si sia tradotto in un chiaro e sicuro vantaggio per il Paese.

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