Matteo Salvini e Mimmo Lucano sono uguali… davanti alla legge

A sostenere che il vicepremier non debba essere processato per il caso Diciotti sono gli stessi che invece puntano il dito senza riserve contro il sindaco di Riace. Eppure entrambi sono stati mossi da ragioni “politiche”

di Enrico De Girolamo
13 febbraio 2019
16:29
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Mimmo Lucano e Matteo Salvini
Mimmo Lucano e Matteo Salvini

La maggioranza gialloverde rischia di essere scossa nelle fondamenta stellate, a causa della decisione da assumere in merito all’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, indagato a Catania con l’accusa di sequestro di persona per il caso della nave Diciotti.


Salvini, che all’indomani dell’avviso di garanzia si era detto orgoglioso di farsi processare, nel frattempo ha cambiato idea, sostenendo che la decisione di non far sbarcare 174 immigrati a bordo della nave italiana sia stata squisitamente politica: «Ho agito da ministro, mica da milanista…». Precisazione per certi versi inutile, perché nessuno ha mai messo in dubbio che la sua scelta sia stata determinata da precise e inequivocabili convinzioni personali, senza contare che, se Salvini non fosse stato ministro dell’Interno, non avrebbe potuto certo impedire ai migranti di scendere.

 

Tra le fila di chi ritiene si debba negare l’autorizzazione a procedere, perché il vicepremier si è limitato a fare una cosa “giusta” e condivisibile, ci sono gli stessi che, invece, se si guarda alla vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano, non hanno alcun dubbio sulla necessità di perseguire per via giudiziaria il sindaco di Riace, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

 

Le vicende di Salvini e Lucano sono agli antipodi, ma proprio per questo paradossalmente simili: il primo si dice disposto a tutto per impedire nuovi ingressi di migranti in Italia, compreso ostacolare per giorni lo sbarco da un pattugliatore della Guardia costiera italiana, la nave Diciotti appunto; il secondo, pare altrettanto disposto a fare di tutto per la propria causa “politica”, compreso organizzare matrimoni di comodo per favorire la permanenza sul territorio italiano di chi non avrebbe le carte in regola per restarci.

 

In entrambi i casi, dovrebbero essere i giudici a dover decidere se e in che misura hanno violato le leggi dello Stato italiano e, in entrambi i casi, non vale mettere davanti le ragioni politiche per giustificare comportamenti che possono configurare reati. Non c’è coerenza nel puntare il dito contro Lucano (come ha fatto con grande soddisfazione lo stesso Salvini) e, allo stesso tempo, chiedere un trattamento diverso per il vicepremier, la cui responsabilità andrebbe preventivamente esclusa perché “ha solo fatto politica”, senza alcun tornaconto personale se non rispettare le proprie convinzioni.
Anche Lucano, a quanto pare, non ha agito per procurare a se stesso un arricchimento illecito, ma è stato mosso dalla convinzione che le regole vadano forzate quando sono ritenute ingiuste. Opinione rispettabile, ma del tutto irrilevante per la legge, che deve necessariamente prescindere dalla soggettività delle posizioni personali. Né si può sostenere che l’azione di Salvini, soltanto perché eventualmente condivisa nelle motivazioni, sia più “lecita” di quella di Lucano per il fatto che il leader della lega rivesta attualmente un ruolo istituzionale di primo piano, essendo uno dei due motori del governo italiano.

 

Dunque, l’autorizzazione del Parlamento a procedere nei suoi confronti potrà anche essere negata senza che questo rappresenti uno scandalo, perché è previsto dalla Costituzione, ma giustificare il diniego sostenendo più o meno esplicitamente che la legge si può violare quando si crede di avere la ragione dalla propria parte, questo no, risparmiatecelo per favore.

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