Salvini paladino della legalità solo se costruirà liste pulite alle Regionali

Il ministro degli Interni continua le visite ai santuari della ‘ndrangheta. Dopo San Luca oggi è toccato a Limbadi, regno della potente cosca vibonese dei Mancuso. L’occasione è stata la consegna di un bene confiscato al noto clan vibonese

di Pasquale Motta
martedì 2 luglio 2019
22:59
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Salvini continua le visite ai santuari della ‘ndrangheta. Dopo la visita a San Luca oggi è toccato a Limbadi, regno della potente cosca vibonese dei Mancuso. L’occasione è stata la consegna di un bene confiscato al noto clan vibonese. Per la verità il bene confiscato non è nuovo. Lo stesso stabile qualche hanno fa era stato consegnato alla Gerbera Gialla di Adriana Musella. Doveva nascere una sorta di università antimafia. Il progetto non è mai partito, anzi, è stato affossato tra difficoltà burocratiche e per dissidi tra l’associazione Gerbera Gialla e la sciolta amministrazione comunale guidata dall’ex sindaco Pino Morello e, successivamente, a causa delle inchieste per alcuni fondi pubblici percepiti dalla Musella, le quali contribuirono a spegnere la fiaccola dell’antimafia portata avanti dalla leader dell’associazione, la tanto decantata università della legalità fini nell’oblio dei sogni incompiuti. In quell’occasione si era scomodata la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi per presentare un progetto che avrebbe dovuto illuminare il “sol dell’avvenire”. Ma come spesso avviene in questa nostra Regione: tante chiacchiere fatti zero.

 

Passano gli anni, cambiano gli equilibri politici. Cambiano le mode. Oggi è tempo di “ministri cazzuti”. Matteo Salvini è uno di questi, anzi, di più, è in pole position per lo scranno di Palazzo Chigi. I tempi in cui alle feste della Lega sosteneva che i meridionali puzzavano, sono ormai uno sbiadito ricordo. Oggi Salvini ama il Sud e la Calabria, sentimento pienamente ricambiato. Tuttavia un’amore al netto del provvedimento sul regionalismo differenziato, il quale, invece trasferisce un bel po’ di denaro in più al Lombardo-Veneto, ma sono dettagli, e d’altronde, non lo ha detto lo stesso Otello Profazio che “qua (in Calabria) si campa d’aria”?.


E così oggi tra una pausa e l’altra della guerra per la difesa dei confini dall’invasione del Negus contemporaneo, ecco Salvini irrompere in agro di Limbadi. Questa volta lo stabile confiscato ai Mancuso passa a don Ennio Stamile, referente di Libera in Calabria. Speriamo sia la volta buona. Il bene, già ristrutturato dallo Stato, per essere riconvertito avrà bisogno di nuovi investimenti ed essere pronta per il nuovo progetto. Per il resto, niente di nuovo sotto il sole. Il “capitano” predica galera per tutti i mafiosi del mondo, solita esibizione muscolare di stampo salviniana.
Niente di nuovo neanche su questo fronte. Tutti i governi precedenti hanno dichiarato “lotta dura senza paura” alla ‘ndrangheta. Solo che la Calabria non è lo stesso teatro dove basta salire su di una ruspa pagata da altri per abbattere una villa dei Casamonica e dimostrare di essere vincente (almeno in tv) sulla criminalità. Anche perché gli ndranghetisti se non passi dalle parole ai fatti ti prendono a pernacchie. E già, perché in Calabria, come ci insegna la storia, il confine tra legalità e illegalità, tra mafia e antimafia, è sempre stato molto sottile. E, soprattutto in Calabria, i partiti che appaiono vincenti come la Lega in questo momento, sono estremamente appetibili proprio per la ‘ndrangheta. Inoltre, un vecchio vizio tutto calabrese, il trasformismo, potrebbe fare il resto. La partita alle nostre latitudini, dunque, non si vince giocando a fare il duro (a parole), un po’ come avviene nella politica sugli sbarchi in mare, nella quale è specializzato il Ministro Salvini.


Far passare quattro disperati per invasori, additare la capitana Carola come responsabile di un atto di guerra, portare la sinistra a passeggio, è molto più semplice che fare seriamente la lotta alla ndrangheta.
In Calabra la vicenda è un po’ più complessa da come appare. Salvini lo sa bene. E se vuole scrollarsi di dosso le inchieste dell’Espresso e di Report su certe “contaminazioni” del suo movimento alle nostre latitudini, dovrà soprattutto dimostrare sul fronte politico di essere un paladino della legalità e del rinnovamento in questa regione.


La battaglia contro la ‘ndrangheta si vince o si perde rafforzando i presidi che sono deputati a combatterla. Se in questo momento 722 potenziali galeotti sono liberi per le strade della Calabria, così come lo stesso Ministro ha affermato pochi giorni fa in una conferenza stampa, a causa della carenza di uomini presso le procure, si rischia che la guerra, questa si una guerra vera, sia già persa prima di cominciare. Salvini si è rifiutato di rispondere a qualsiasi domanda sulle imminenti elezioni regionali. Ciò rivela una prudenza che gli fa onore. È evidente però, che se il “ministro cazzuto” vorrà essere credibile come paladino della legalità, non potrà infognare ne’ ancorare il suo movimento a candidature discutibili e chiacchierate, a partire da quella di Presidente della Regione qui in Calabria. Su queste cose Salvini dovrà dimostrare di avere gli attributi di paladino della legalità, piuttosto che, le chiacchiere intorno all’ennesimo riciclaggio di Stato di un bene confiscato per il quale fra poco avremo speso più soldi per le inaugurazioni che per la sua funzionalità.

Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”
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