Salvini tenta “mignolino mignoletto”, il Pd pianta paletti e la farsa continua

Le consultazioni al Quirinale si sono risolte in una giornata di ordinaria italianità all’insegna del “Nì”. I partiti della Terza Repubblica hanno dimostrato ancora una volta che la situazione è grave ma non è seria

di Enrico De Girolamo
22 agosto 2019
23:13
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Il Presidente Sergio Mattarella
Il Presidente Sergio Mattarella

Prendete i popcorn e mettetevi comodi, perché lo spettacolo continua. Se pensavate che il limite invalicabile fosse stato raggiunto, se credevate che più in basso di così non si potesse andare, riconsiderate la cosa. E magari, se siete schierati tra le fila dei possessori di verità ottuse e incrollabili, aiutate pure a scavare per raggiungere nuovi abissi. Fatelo con commenti pro e contro, di quelli che si dispensano a prescindere dai fatti e dalle evidenze, di quelli che Conte è un signore, che Salvini è il nostro Capitano che difende i confini nazionali, che Di Maio è un ragazzo onesto, di quelli che Renzi è un pidiota e Zingaretti una nullità, che Boschi è una banca e Berlusconi solo un pregiudicato. Prego, accomodatevi. Buttate pure benzina sul fuoco di un sabba di apprendisti stregoni che gira sempre più vorticosamente per la gioia di grandi e piccini.

 

La speranza che un barlume di serietà illuminasse i cervelli di chi guadagna quelli che sembrano milioni di miliardi rispetto ai quattro soldi che i comuni mortali condannati al precariato a vita portano a casa ogni mese con fatica e sudore vero, è naufragata tra due corazzieri in alta uniforme davanti la porta del Presidente della Repubblica. Nemmeno la solennità di una Costituzione in 3D da toccare con mano e guardare in Hd sulla Tv di casa è stata sufficiente a risolvere una crisi di governo che rischia di portarci dritti dritti verso l’esercizio provvisorio (in pratica un default delle finanze dello Stato) e l’aumento dell’Iva che ci costringerebbe a pagare il 25,2 per cento di imposta sul valore aggiunto per ogni cosa che compriamo.

 

Quindi mettetevi comodi davanti alla Maratona Mentana e sgranocchiate a piene mani, che l’unica cosa rimasta sono gli arabeschi dialettici di questa commedia dell’assurdo che nemmeno il più autorevole e serioso rappresentate dello Stato, il suo Capo, è riuscito finora a condurre verso un epilogo dignitoso.
Aveva assicurato, Mattarella, che la crisi si sarebbe risolta in un lampo, in un senso (elezioni) o nell’altro (nuovo governo). Invece, siamo punto e accapo: tutto rimandato a martedì, o mercoledì, o giovedì… che importanza ha?
Non aveva fatto i conti, Mattarella, con lo sprezzo del ridicolo che pervade la classe politica della Terza Repubblica, capace di proferire parole definitive e ineluttabili a ogni dichiarazione pubblica, in ogni post, in ogni diretta Facebook, salvo poi smentirle un secondo dopo con i fatti.
Mai col Pd. Mai con la Lega. Mai coi Cinquestelle. Mai con Berlusca. Tutti, ma proprio tutti, hanno detto una cosa e fatto l’esatto contrario. Ma c’è chi è andato addirittura oltre, come Matteo Salvini che ha clamorosamente smentito Salvini Matteo. Governeremo cinque anni, diceva il leader della Lega poche ore prima di aprire la crisi con la stessa facilità con cui si cambia livello di difficoltà a un videogioco nel quale, a un certo punto, credi di essere troppo forte per continuare a giocare nella modalità “Soldato”. Troppi punti facili, troppi nemici che vengono giù con un soffio. Ma Sì, proviamo a giocare in modalità “Veterano”, che ce vo’? E invece scopri che così è molto più difficile e cominci a buscarle. La barra della salute scende e non si rigenera, facendoti rischiare il game over. E allora provi a tornare indietro: la mattina vai in Senato per sfiduciare il tuo premier e il pomeriggio ritiri la mozione, ma la frittata ormai è cotta a puntino. Ci ha riprovato anche oggi Salvini a tornare sui suoi passi, aprendo a una riconciliazione con i Cinquestelle quando già le consultazioni al Quirinale erano in corso. Ha chiesto a Di Maio di fare “mignolino mignoletto mannaggia al diavoletto che ci ha fatto litigar”, ma niente.

 

Non certo più maturi sono apparsi Cinquestelle e Pd, che, invece di presentarsi sul Colle con un accordo fatto e finito che avrebbero avuto il dovere di definire prima, hanno cominciato a piantare paletti. Cinque il segretario dei Democrat e dieci il capo politico del Movimento. Da Mattarella sarebbero dovuti andare con un Sì o con un No, invece hanno declamato in coro la più classica delle espressioni italiche: Nì.
Niente di fatto, dunque. Al Capo dello Stato non è rimasto che uscire da quella porta, ricevere il saluto dei corazzieri, capaci di rendere con la loro austera presenza tutto più grottesco, e parlare per una manciata di secondi a reti unificate mentre i Tg delle 20 erano in onda. Una dichiarazione brusca e veloce, che tradiva tutta l’irritazione di non essere riuscito a far ragionare quei quattro pellegrini che avevano fatto la spola nel suo ufficio per l’intera giornata. Se avesse potuto, probabilmente avrebbe gridato tutta la sua frustrazione, Mattarella, per urlare con un goffo accento romanesco acquisito dalla permanenza nella Capitale, l’unica cosa plausibile: E basta, mo’ c’avete rotto er c…


Enrico De Girolamo

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