Adamo e Oliverio, come i monaci del Medioevo provano a trasformare la carne in pesce

Il presidente della Regione Calabria e l’eminenza grigia e stratega della sinistra calabrese, non potendo più mangiarsi il Pd, considerato che non è più commestibile, hanno deciso di trasformare quel che rimane di quel partito in un polo civico. Obiettivo: ricandidare Oliverio. Un'eventuale acclamazione da parte dei sindaci calabresi, non passerebbe nemmeno il test anti doping. Associare la forza e il consenso dei primi cittadini a quello del Governatore, infatti, cos’altro potrebbe essere se non una paradossale fake news?

di Pa. Mo.
venerdì 7 settembre 2018
16:20
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Pare che nel Medioevo i frati, per poter mangiare la carne anche di venerdì, la "battezzassero" pesce. Prendevano il maiale e dicevano: “Ego te baptizo piscem.” Una operazione del genere in politica la stanno tentando il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio e l’eminenza grigia e stratega della sinistra calabrese, Nicola Adamo, i quali, non potendo più mangiarsi il Pd, considerato che non è più commestibile, hanno deciso di trasformare quel che rimane di quel partito in un polo civico. Obiettivo: ricandidare Oliverio. L’operazione politica è ormai ad uno stadio avanzato, ha solo bisogno di una qualche legittimazione collettiva. Il Pd calabrese, infatti, ormai non esiste più, quindi, non può certo legittimare niente e nessuno. La federazione reggina è commissariata da tempo, quella catanzarese è falcidiata dalle diserzioni, quella cosentina è una dependance della cittadella. Vibo e Crotone non hanno mai inciso negli equilibri interni e, comunque, Vibo Valentia dal 4 marzo è ormai lontana dai giochi targati Oliverio&Adamo.

Il segretario regionale, Ernesto Magorno, da tempo ha riparato al Copasir e nella linea “fedele nei secoli” al capostazione della Leopolda, Matteo Renzi.  Insomma la desertificazione del PD non consente di ridare il viatico al Governatore per una seconda ricandidatura. D’altronde  non è difficile immaginare che, in fondo, la destrutturazione del PD calabrese è stata pianificata a tavolino e ciò per evitare  primarie assemblee e quant’altro, sia per scegliere nuovi segretari, sia per decidere la linea da tenere alle prossime elezioni regionali. In una situazione del genere, dunque, nessuno possiede la forza  di “disturbare” i manovratori. E infatti dalla base Pd e anche dai quadri intermedi nessuno fiata, nessuno osa ribellarsi, in molti però stanno scendendo dal Titanic del Pd calabrese, silenziosamente, senza rumore. Per Mario Oliverio e Nicola Adamo, il periodo comunque non è dei migliori: in consiglio regionale la maggioranza si è sbriciolata, i consiglieri regionali del Pd rimasti a bordo, in giro fanno accuse e manifestano pesanti malumori proprio verso la troika Adamo-Oliverio-Romeo ma, formalmente e pubblicamente, tacciono. Tutti fedeli ad una formula molto in voga tra i ranghi politici e istituzionali della sinistra calabrese: guardarsi la mano.

 

In un contesto del genere difficilmente qualcuno troverà il coraggio e la forza per ribaltare il quadro politico interno. Ciò nonostante, la linea di una ricandidatura di Oliverio, ha comunque bisogno di una qualche legittimazione. E anche di una qualche blindatura. L’unica strada, almeno nella tattica della troika Adamo-Oliverio-Romeo, rimane quella di una manifestazione. Una grande adunata che chieda al Presidente della Regione, magari per acclamazione, di rimanere in servizio per il “bene della Calabria”. Quale profilo dovrà avere questa chiamata alle armi? Sul punto, sono ancora in corso discussioni e consultazioni. Una cosa sembrerebbe certa: non sarà un’adunata di popolo, da tempo, infatti, il popolo si tiene lontano dalle sedi del PD. Allora l’unica possibilità potrebbe essere un’adunata di sindaci. Gli unici che non declinerebbero l’invito del Presidente della Giunta Regionale in carica. Il governatore di fatto ha in mano la cassa di un sostanzioso malloppo di fondi pubblici e, i sindaci, in questo periodo di grave difficoltà economica, hanno bisogno di quel malloppo e di una Regione disponibile ad elargire finanziamenti. In fondo partecipare ad un’assemblea e acclamare nuovamente Oliverio Presidente, costa poco o niente, non è mica un atto notarile, ad un Sindaco, costa solo perdere una mezza giornata. Quanto basta alla troika, invece,  per rilanciare su qualche media disponibile la notizia che Oliverio si ricandiderà perché acclamato dai sindaci della Calabria.

 

In sostanza una manifestazione di forza che però, in una competizione sportiva, non passerebbe al vaglio di un test anti doping. Associare la forza e il consenso dei Sindaci a quello di Mario Oliverio, infatti, cos’altro potrebbe essere se non una paradossale fake news? E tuttavia,  questa vicenda rivela il cinismo autodistruttivo di un ceto politico che non ha intenzione di mollare né tantomeno di pensare al proprio ricambio, magari, individuando un percorso innovativo. In questi mesi avrebbero dovuto chiedere e chiedersi fino allo sfinimento: dove abbiamo sbagliato. Cosa abbiamo sbagliato. Chi ha sbagliato di più. E invece niente. Si preferisce la tattica o peggio l’espediente, come in questa vicenda.  Il 4 marzo del 2018 sulla storia della sinistra calabrese e italiana, infatti, è come se fosse arrivato addosso un tram, i militanti, da allora, sono rimasti seduti fra le rotaie, frastornati, privi di coscienza. La classe dirigente che avrebbe dovuto aiutare questi militanti e sostenitori ad uscire da questa condizione di tramortimento, invece, ha preferito far finta di nulla. Anzi ha preferito addirittura dimostrare un atteggiamento disinvolto, a tratti spregiudicato, indifferente, come quello di Fantozzi dopo una martellata sulle dita, sperando che la gente intorno non ridesse. “Non è successo niente”, hanno sostenuto e continua a sostenere i vari Oliverio, Adamo, Romeo, Magorno cercando di celare di aver preso uno scoppola storica. Un atteggiamento che lancia un’inquietante ombra sulla capacità della sinistra italiana di sopravvivere. Ma questa è un’altra storia che vi racconteremo in seguito.

 

Pa.Mo.

 

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Pa. Mo.
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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