Adamo e Giudiceandrea vanno da Giletti e prendono il Pd a picconate. Il consigliere rivela: vitalizi gonfiati

A Non è l’arena, su La7, i due esponenti del Partito democratico calabrese riducono in briciole l’illusione di una ricostruzione possibile. Clamorosa denuncia dell'autore della proposta di legge sulle pensioni d'oro che dice: «Ora cacciatemi»

di Enrico De Girolamo
15 aprile 2018
23:46
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Le macerie del Pd calabrese rotolano davanti ai piedi di Massimo Giletti, nello studio di La 7, che ospita Non è l’Arena. Nella puntata andata in onda questa sera, l’ex consigliere regionale Nicola Adamo, potentissimo regista della candidatura di Mario Oliverio e poi burattinaio della sua legislatura, decide di rompere il lungo silenzio accettando l’invito di Giletti, che è tornato sulla questione vitalizi.
Ad aspettarlo insieme agli altri ospiti, c’è Giuseppe Giudiceandrea, consigliere regionale democrat messo all’indice da Adamo e dai vertici del Pd per aver osato presentare una proposta di legge regionale che rimodula su base contributiva i vitalizi. Niente di eccezionalmente rivoluzionario a leggerla, ma tanto è bastato perché venisse additato come la serpe in seno di un partito, quello Democratico appunto, che continua a mostrare di essere stato decisamente sopravvalutato negli ultimi anni.

 

Dopo aver archiviato l’attualità della guerra in Siria, Adamo è l’ospite principale della seconda parte della trasmissione. Il sipario si apre e lui entra nell’arena seduto su una poltrona posta a sua volta su una pedana mobile. È forse in questo momento di teatralità televisiva che si accorge di non essere nel suo elemento naturale e di aver fatto un terribile errore ad accettare. Ma tant’è, ora è qui e bisogna ballare. Giletti gli rende merito di averci messo la faccia, ma è solo lo zucchero che indora la pillola. Alla fine, a perderci, sarà soprattutto il Partito democratico calabrese, che ha dimostrato in maniera plastica a qualche milione di italiani di essere ormai a pezzi.

 

«Giuseppe sbaglia», dice Adamo rivolgendosi a Giudiceandrea e spiega: «Lo chiamo così, per nome, perché l’ho visto nascere». Un approccio “dinastico” che indispettisce il consigliere regionale, che a differenza di Adamo sembra più avvezzo ai riflettori e non ci sta a passare per un ragazzino. Lo avverte, quindi, di non mancargli di rispetto, perché sta sempre parlando con un uomo di 51 anni. Niente. Adamo incalza. «Stai zitto», intima a Giuseppe "suo" durante uno dei passaggi più concitati, forse convinto che la ribalta nazionale si possa affrontare alla stregua di una riunione di circolo nel suo feudo elettorale.

 

«Ma sono dello stesso partito?», si chiede a quel punto un po’ perplesso Antonio Di Pietro che siede nel semicerchio degli “accusatori”. «Sì, sono del Partito democratico entrambi», gli risponde l’ex deputata Nunzia De Girolamo, anche lei presente in studio. Prede forma così, anche per chi non sa chi siano Adamo e Giudiceandrea e neppure gliene importa più di tanto, la consapevolezza che il Pd, in Calabria, sta messo peggio che altrove. Molto peggio. Una pessima figura che assume toni sinistri quando Giudiceandrea perde la pazienza e lancia la bomba: «Potete anche cacciarmi dal Pd, ma la gente deve sapere che i vitalizi degli ex consiglieri calabresi sono stati calcolati sin dall’inizio sui compensi lordi e non netti, come deve avvenire. Ecco perché gli importi percepiti oggi sono illegittimi». Boom.

 

La rivelazione passa quasi inosservata a causa del battibecco che continua a infuriare. Lo stesso Giudicendrea, che oggi riveste il ruolo di chi sta dalla parte dei cittadini e vuole raddrizzare le cose, viene però colto in fallo, quando Di Pietro gli fa notare che, nonostante sia del Pd, in Consiglio regionale fa parte di un altro gruppo consiliare, quello dei Democratici progressisti. «Anche queste sono spese che gravano sulle tasche dei cittadini», sottolinea l’ex magistrato di Mani pulite. Giudiceandrea abbozza un sorriso imbarazzato, perché sa che il suo gruppo grava per 152mila euro all’anno sulle casse del Consiglio regionale. Così, non replica, lasciando che la cosa si perda nel vociare confuso dello studio.

 

Giletti lancia una serie di servizi. La solita caccia ai “settimini”, come vengono chiamati in Calabria gli ex consiglieri regionali che percepiscono mensilmente più di 7 mila euro. Sono 20, su un totale di 144. L’inviato di Non è l’arena intercetta Antonio Borrello (7.709,28 euro), che risponde in malo modo e scappa via. Prende velocemente il largo infilandosi in auto anche Domenico Carratelli (7.709,28 euro), mentre Mario Pirillo (7.505,31 euro) minaccia di chiamare i carabinieri per allontanare il cronista. Solo Luigi Fedele (7.490,33 euro) accetta di scambiare due battute e non sembra imbarazzato affatto per quell’assegno mensile così pesante.
Tra gli ex a 18 carati c’è lo stesso Adamo, che intasca 7mila e 500 euro al mese, ma il conduttore non lo dice, forse per un minimo di riguardo nei confronti dell’ospite che ha accettato di scendere nell’arena. Si torna in studio e il conduttore chiede all’ospite: «Le sembra giusto?».

No che non lo è. Nella regione più povera d’Italia neppure la metà di quella somma sarebbe giusta dopo appena 10 o 15 anni di “lavoro” da onorevole. Adamo lo sa e si gioca la carta che si è portato da casa, quella della buona volontà, quella delle parole che tanto non costano niente, soprattutto ora che la legislatura sta finendo. «Interveniamo sui vitalizi, eliminiamo i privilegi - dice -, ma la proposta di legge presentata da Giuseppe mostra profili di incostituzionalità e va modificata. Il Consiglio regionale vuole intervenire, anche il presidente Oliverio è d’accordo».

 

Alla fine la sintesi la offre Di Pietro, con il solito approccio “ruspante”: «Allora state dicendo la stessa cosa. Domani andate in Consiglio e fate questa benedetta legge insieme, tanto più che siete dello stesso partito». Non è possibile, fa notare qualcuno, perché Adamo in Assemblea non siede più da un pezzo e si gode da tempo il suo vitalizio d’oro. Cosa ci faccia però ancora in giro per le tv nazionali a pontificare su cosa si debba fare o meno in Consiglio regionale, ancora non si è ben capito


Enrico De Girolamo 


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