Calabria: da Rimborsopoli a Millantopoli. Cronaca di un 'Giornalismo Urbano'

Ci risiamo, anzi si continua. Qualcuno continua a censurare la nostra posizione editoriale.

di Pasquale Motta
domenica 5 luglio 2015
21:10
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Ci si addita come quelli che in rimborsopoli non vorrebbero distinguere "le mele dalle pere". Saremmo noi "i pescivendoli che non dovrebbero dire se il pesce è fresco".
Affermazioni che celano una sottile minaccia: dovremmo aspettarci da un momento all'altro di essere trascinati nell'inchiesta! Non siamo al "stai zitto, altrimenti ti faccio arrestare", ma quasi. Curioso effettivamente, oltre che molto grave, che sia qualche giornalista a suggerire nuovi profili di indagine, ad indicare nuovi soggetti da attenzionare.
Noi abbiamo rispetto della magistratura. Non siamo tra coloro che evocano complotti. In virtù di questo rispetto, cerchiamo di essere tra quelli che non si prestano a sollevare polveroni oltre il perimetro delle indagini. Riteniamo vada preservata l'autonoma azione dei magistrati da chi tenta strumentalmente di montare interessate campagne mediatiche per condizionare violentemente gli assetti e gli equilibri politici della nostra Regione. Tutto qua.
La nostra condotta è lineare e trasparente, i nostri rapporti professionali anche, i nostri rapporti personali ancor di più. Rispediamo al mittente queste minacce e riaffermiamo quello che abbiamo già scritto.
Ribadiamo di poter dormire sonni tranquilli. Sono altri, viceversa, a non stare sereni per il loro modo di intendere e agire nel giornalismo.
Rammentiamo quanto avevamo già scritto. Dovrebbe avere sonni agitati chi ha editato giornali e giornaletti sponsorizzati da grande partecipate di Stato, leader nella meccanica e nella produzione di armi. Non dovrebbe dormire sonni tranquilli chi ha ubicato la sede legale della testata giornalistica presso un box per auto a Milano con l'obbiettivo di eludere la notifica degli atti giudiziari a suo carico, non tanto per dribblare le numerose denunce per diffamazione, ma soprattutto per sfuggire all'esecutività degli atti di pignoramento a partire da quelli intentati da giornalisti che non sono stati pagati.
Chi non dovrebbe dormire sonni tranquilli è colui che utilizza il tesserino di iscrizione all'ordine dei giornalisti come una patente ad operare da improbabile "professionista" lobbista tanto da fare arrossire il più spregiudicato dei Bisignani d'Italia. Chi non dovrebbe dormire sonni tranquilli è chi ha dirottato nelle proprie tasche e sull'unicontocorrente della moglie somme che invece erano destinate al finanziamento del giornale e quindi sottratte agli stipendi dei giornalisti. Chi non dovrebbe dormire sonni tranquilli è chi pensa di fare il giornalista attraverso la pratica dell'usurpazione o della "ricettazione" delle notizie da altri colleghi.
Chi non dovrebbe dormire sonni tranquilli è chi utilizza il giornalismo per estorcere e ricattare le vittime di turno millantando rapporti con settori della magistratura e di diversi Corpi dello Stato.
Chi non dovrebbe dormire sonni tranquilli è chi non ha remore ad esporre qualche bravo funzionario dell'AISE spacciandolo per parente solo perché ha un cognome analogo a quello della moglie. Millanteria che viene spacciata ad ogni piè sospinto, ovviamente immaginiamo all'insaputa dell'Agenzia al servizio della sicurezza del Paese. Una millanteria ormai assai notoria e su cui ci sarebbe copioso materiale affinché la qualificata e prestigiosa direzione del Generale Alberto Manenti possa fare piena luce per non consentire che si protraggano abusi e millantato credito all'insaputa e a danno dell'Istituzione. Ci verrebbe da dire che il povero Fabrizio Corona di fronte a tanto è un galantuomo. A riprova non mancano documenti e prove tangibili per attestare il profilo di un modo di fare giornalismo assai deprecabile e suscettibile anche di un'azione di controinformazione dai risvolti clamorosi.
Altro che "giornalisti che attaccano le Procure per quello che fanno e giornalisti che attaccano le Procure per quello che non fanno". Qui siamo in presenza di una tipologia di giornalista atipico: quella di utilizzare le Procure per accreditare tracotanze e vanterie.
È proprio vero allora che non si possono mettere insieme mele e pere. Ciò vale sempre. Per rimborsopoli, ma anche per un certo "giornalismo urbano" che intorbidisce le acque, assolve mediaticamente taluni e condanna altri, intimidisce e millanta credito a destra e a manca, che a secondo le convenienze fa la lista dei buoni e dei cattivi.
Forse sarebbe giunto il momento che questi monumenti della libertà di informazione espongano bilanci chiari, personali e delle loro attività editoriali. Dicano intanto come abbiano potuto mantenere in vita giornaletti con qualche centinaia di copie vendute, con circa venti giornalisti assunti.
Questi monumenti di ipocrisia, questi baroni del torbido più che pensare ad inibirci, farebbero bene questa volta a fare loro un passo indietro o comunque di lato. Rinuncino questa volta alla tracotanza di ambire a condizionare loro magistrati ed istituzioni democratiche. Per quanto ci riguarda noi non arretriamo di un millimetro, non solo perché siamo onesti, ma perché riconosciamo il principio democratico dell'equilibrio tra i poteri: esercitiamo il nostro ruolo in nome del potere dell'informazione rispettando l'autonomia dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario.
Fine. 1. Continua...

Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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