Buon 2069: per la Calabria che sogniamo servono ancora 50 anni

Tra fantasia e reali aspettative ecco come potrebbe apparire il futuro che tanti calabresi vorrebbero: senza 'ndrangheta, senza corruzione e senza povertà

di Enrico De Girolamo
lunedì 31 dicembre 2018
17:54
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Onofrio non ci avrebbe messo molto a tornare a casa, in Calabria, per festeggiare l'inizio del 2069 in famiglia. I voli non mancavano perché tutte le maggiori città europee erano collegate quotidianamente con i quattro aeroporti calabresi che andavano a pieno regime. Frotte di turisti sbarcavano a Cosenza, Lamezia, Crotone e Reggio in ogni giorno dell’anno, senza soluzione di continuità. Ma non erano i soli. Da quando, venti anni prima, era cominciata la crescita esponenziale del settore agroalimentare, con esportazioni decuplicate in tutto il mondo, la Calabria era attraversata in lungo e in largo da centinaia di migliaia di lavoratori provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa, manager e intermediatori commerciali che vendevano le specialità calabresi dal Sudafrica all’Alaska. Non c’era angolo del pianeta, ormai, che non conoscesse il sapore dell’Nduja.

 


E poi c’erano i pensionati. Gli scali aeroportuali li accoglievano con immensi ologrammi che riproducevano in realtà virtuale i paesaggi più belli della regione, dalle montagne della Sila e del Pollino, alle spiagge bianche e di ciottoli, dai castelli normanni e aragonesi ai parchi archeologici ormai celebri quanto Pompei, con i Bronzi di Riace marchio inconfondibile della Calabria da visitare. Attempate e sorridenti coppie arrivavano da ogni parte del Vecchio Continente per svernare sul Tirreno e sullo Jonio. Non pagavano tasse e spendevano a piene mani. Erano attirati dal clima e dall’assenza di criminalità, certo, ma alla fine sceglievano la Calabria soprattutto per la Sanità all’avanguardia e per i servizi di assistenza domiciliare che assicuravano un soggiorno sereno.

 

Quando Onofrio arrivò all’imbarco del suo volo, uno dei cinque che ogni giorno facevano la spola da Berlino, si accorse subito che, come al solito, i calabresi in fila erano pochissimi, nonostante fosse il 29 dicembre. Ormai quasi nessuno sceglieva di lavorare o studiare all’estero, sarebbe stato come emigrare dalla California in cerca di opportunità. Lui aveva appena due anni quando era arrivato in Germania, dove suo padre e sua madre furono costretti a trasferirsi nel 2019 in cerca di lavoro. Entrambi ingegneri, erano stanchi di sbarcare il lunario nei call center per pochi euro al mese. Così misero in una valigia tutte le speranze e fecero il grande salto, lo stesso che avevano fatto i loro nonni e bisnonni. Era stata una scelta azzeccata. In breve tempo si erano ritrovati a guadagnare il triplo di quanto riuscivano a racimolare in Calabria. Poi entrarono in una grande azienda automobilistica che produceva esclusivamente auto elettriche e la loro vita svoltò per sempre. A casa non tornarono più, salvo che per brevi periodi di vacanza.
Oggi, esattamente cinquant’anni dopo, Onofrio sognava di fare la rotta inversa, ma per restare. Le opportunità di lavoro non mancavano, c’era solo l’imbarazzo della scelta.
Da quando, negli anni ’30 del 2000 la ‘ndrangheta era stata definitivamente sconfitta, il tessuto imprenditoriale era rifiorito come un Eden e la ricchezza procapite aveva raggiunto livelli inimmaginabili sino a qualche decennio prima.
Le estorsioni, il racket, il ricatto della criminalità organizzata erano cose da libri di storia ormai. Senza mafia pure la politica si era rigenerata e la corruzione non esisteva più. Nel secolo precedente, quando bisognava citare realtà amministrative efficienti, si faceva riferimento a paesi del nord Europa come la Svezia. Oggi era la Kalabrien a dare l’esempio. E i calabresi prosperavano, tra scuole di prim’ordine, servizi pubblici efficienti e rispetto maniacale per l’ambiente.

 

Eppure, fino a cinquant’anni prima, l’abusivismo edilizio e il dissesto idrogeologico segnavano la carne viva di questa terra bellissima e ancora stuprata dall’illegalità. Si moriva per i rifiuti tossici interrati chissà dove, per le alluvioni, per le frane, per una rete viaria che in alcuni tratti era più rischiosa di una roulette russa, come la famigerata 106, che adesso era una moderna arteria percorsa esclusivamente da mezzi pubblici a levitazione magnetica e senza pilota, con un tasso d’incidenti pari a zero.

 

Non erano pochi coloro che ancora ricordavano bene cosa fosse la Calabria nei primi decenni del 2000.
Ma tutto questo era il passato. Onofrio lo sapeva mentre in quella mattina del 2068 guardava dal finestrino del suo aereo i riflessi del mare cobalto a cui faceva da contraltare il verde smeraldo dell’entroterra, con le cime imbiancate della Sila sullo sfondo.
«È qui che voglio vivere», pensò, mentre il pilota avvertiva dall’interfono che entro pochi minuti sarebbero atterrati a Lamezia.

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