Se il nuovo Governo Conte dura Matteo Salvini è finito ma se fallisce... risorgerà

Il direttore nel suo editoriale analizza i punti di forza e di debolezza del secondo esecutivo Conte. Dal prevalere degli uni sugli altri, infatti, secondo la sua analisi, riusciremo a comprendere il destino di questa esperienza e di questa temeraria alleanza nata da una crisi in salsa ferragostana

di Pasquale Motta
7 settembre 2019
14:32
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Varato il governo in tanti mi chiedono: durerà? La politica ha numerose variabili, e dunque, prevedere la prospettiva di un governo è quasi impossibile. Partiamo dalle condizioni e dal contesto in cui si trovano le forze politiche e le correnti che lo compongono e proviamo a comprendere i punti di forza e i punti di debolezza che possono determinarne l’epilogo. Il punto maggiore di debolezza è il consenso elettorale. Almeno secondo le ultime elezioni europee, è indubbio che questo governo, allo stato, sia minoranza nel paese. Il secondo punto è determinato dalla composizione delle rispettive forze politiche. Entrambi, sono assolutamente precarie sul piano organizzativo. Il M5s è un movimento prevalentemente d’opinione. Un vero partito liquido. Una condizione che sul piano strutturale lo rende poco affidabile.

 

Il Pd, pur conservando le caratteristiche del partito tradizionale, in sostanza, è una confederazione di correnti e capi tribù. La componente antropologica di questo partito è costituita da dirigenti estremamente individualisti ed eternamente in guerra tra loro. Tra tutti spicca, Matteo Renzi, il quale, coltiva un unico sogno: tornare ai fasti e agli onori dell’epoca della sua marcia trionfale, per questo sogno è pronto a tutto, compreso quello di sfasciare il partito che lo ha creato. Renzi è un aggregato di cinismo politico allo stato puro. Obiettivo: diventare il Macron italiano. Nei prossimi mesi sarà il vero problema dei democrat.  Zingaretti, invece, ha vinto spostando l’asse del Pd verso sinistra. Il presidente della Regione Lazio, evidentemente, guarda ai modelli socialdemocratici europei. Le due visioni sono poco conciliabili.  

 

Altro punto dolente è la comunicazione che in tempi di social e di rete, assume un valore rilevantissimo. Il M5s che inizialmente era stato il campione della comunicazione contemporanea, con la morte di Casaleggio e il ridimensionamento dello stesso Beppe Grillo, almeno sul piano comunicativo, è stato surclassato dalla “Bestia”, il sofisticato modello comunicativo messo in campo dalla lega di Matteo Salvini. Il Pd e la comunicazione, invece, stanno come il diavolo all’acqua Santa. La comunicazione della sinistra italiana, consentitemi il termine, fa letteralmente cagare. La classe dirigente della sinistra italiana ha un propensione innata a trasformare argomenti anche nobili nella base del proprio disastro elettorale. La percezione che riescono a trasmettere agli italiani, infatti, è quella di godere nel far dispetto al popolo. Incapacità a comunicare e, anche, a comprendere i motivi per i quali, sull’immigrazione, sulla sicurezza, sul lavoro, Salvini e, in passato, lo stesso M5s, hanno trionfato elettoralmente sfiorando il plebiscito. Se non riusciranno a correggere queste lacune, davanti a loro c’è solo il baratro politico ed elettorale. 

 

Questo mix di debolezze, dunque, potrebbe rappresentare il suicidio definitivo sia del M5s che del PD e la resurrezione politica di Salvini e del salvinismo. Alle debolezze, si contrappongono, chiaramente, anche delle potenzialità, in alcuni casi dei veri e propri punti forza. La crisi di governo, per esempio, ha fatto emergere un profilo del premier Giuseppe Conte sconosciuto alla maggioranza degli italiani. Sostanzialmente è stato lui il vero protagonista della messa in fuori gioco di Matteo Salvini, dimostrando fermezza politica, garbo istituzionale e abilità a ricucire le lacerazioni profonde tra il M5s e il Pd. Tutte caratteristiche che si potrebbero rivelare miracolose nella tenuta della coalizione.

 

Il M5s con tutti i suoi limiti politici, indubbiamente, ha contribuito al rinnovamento della classe politica parlamentare, se ciò ha rappresentato un fattore positivo sul piano della innovazione, sul piano dell’esperienza parlamentare e di governo, purtroppo per loro, si è rivelato un tallone d’Achille, l’alleanza con il Pd, dunque, potrebbe innestare nella compagine governativa una classe dirigente più preparata e con alle spalle una formazione politica molto più solida di quella dei pentastellati. Non è un caso, forse, che il premier abbia voluto una delegazione governativa quasi paritaria tra le due forze politiche e che non ha tenuto assolutamente in conto dei numeri parlamentari. Se le delegazioni di governo di Pd e del M5s sapranno collaborare in lealtà, facendo squadra e, soprattutto, prendendo consapevolezza del fatto, che al successo del governo che hanno messo in piedi non ci sono alternative, allora, forse, potranno sperare che  tutto ciò si possa trasformare in consenso nella società.   D’altronde, anche il Pd, e in particolare Nicola Zingaretti, contestualmente  e specularmente, potrebbe utilizzare questa esperienza come grimaldello per ridimensionare e rinnovare, un ceto politico usurato, irresponsabili capi corrente, dannosi notabili regionali, i quali,  da troppi anni ormai, stanno tenendo sotto scacco questo partito con le loro immorali ed esasperate ambizioni.

 

La prima sfida di questa rivoluzione, dunque, paradossalmente, potrebbe giocarsi proprio alle Regionali, tappa altrettanto strategica, a questo punto, per la sopravvivenza del governo appena varato. Infine, il consenso elettorale che allo stato manca a questo governo. Un vulnus alla credibilità politica della neo compagine governativa. Fattore importante certamente, e tuttavia, troppo fluttuante per essere determinante. Un fattore che, con una buona gerarchia di argomenti da affrontare, potrebbe essere facilmente ribaltato. I sondaggi sono il metro di misura del consenso tra una competizione e l’altra, e proprio dai sondaggi, in questa crisi, abbiamo avuto la conferma di quanto sia fluttuante e umorale il gradimento elettorale degli italiani verso questo o quel partito. Intanto le ultime rilevazioni rivelano che per la prima volta dal 4 marzo del 2018 la Lega è in flessione elettorale e  perde diversi punti proprio a vantaggio dei 5 Stelle. Il dato interessante è proprio costituito dal fatto che, la neo coalizione di Governo, secondo i sondaggi, ormai è sostanzialmente pari al centrodestra unito. Dunque, l’arma utilizzata da Salvini e company sull’impopolarità elettorale del governo potrebbe rivelarsi spuntata. In conclusione. Se questi sono i punti di debolezza e di forza del governo appena nato, il futuro di questo governo, dunque, potrebbe essere legato al prevalere dell’una o l’altra condizione. Chiaramente, tutto ciò, lo scopriremo solo vivendo.

 

Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista

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