Salvini si è “suicidato”: non lo ha fermato Bruxelles ma il provincialismo in salsa padana

Il Parlamento, la politica internazionale e le relazioni con l’Europa non si possono trattare con lo stesso metro di misura con il quale si mangia polenta in una festa della Lega lombarda nella Val Seriana. Salvini è morto di provincialismo. Tutto qua. Se dobbiamo dare la colpa della pazza crisi ferragostana ai poteri forti delle cancellerie europee, considerato il background del “capitano”, non devono aver fatto un grande sforzo per buttarlo giù dal podio

di Pa. Mo.
4 settembre 2019
16:51
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Lega, Matteo Salvini
Lega, Matteo Salvini

Al netto dei risultati sulla piattaforma Rousseau, che sulla stampa nazionale ha suscitato un dibattito surreale su di una presunta lesione della democrazia rappresentativa rispetto alla democrazia istituzionale (sic),  il governo giallorosso è stato varato. Con il varo del nuovo governo, Matteo Salvini perde la centralità della scena politica. L’ormai ex Ministro, si agita se la prende con i poteri forti d’Europa, in realtà, la sua “rovina” l’ha determinata da solo. Difficile comprendere oggi se una tale circostanza potrebbe rappresentare la fine della parabola politica del “capitano” della Lega Matteo Salvini. Certamente, l’errore tattico di Salvini per la leadership leghista rappresenta un colpo micidiale. Se il colpo si rivelerà mortale lo capiremo da una serie di fattori che al momento non sono all’ordine del giorno dell’agenda politica. Non mi sono mai iscritto alla corrente di pensiero che ritiene Matteo Salvini il nuovo Hitler, il nuovo Duce d’Italia ecc. ecc.. Matteo Salvini è semplicemente figlio di quella cultura che 30 anni fa ha dato vita al fenomeno della Lega lombarda. Un movimento che ha basato la sua fortuna sul malessere della gente del Nord.


A metà anni 80, infatti, il modello economico dell’opulento e grasso Nord ha cominciato a dare i segni di una crisi che non aveva mai conosciuto prima a partire dal dopo guerra.
Un astuto, ambizioso e rozzo Umberto Bossi, percependo quel disagio prima di altri, ha cominciato a soffiare su quella fiammella di malumore girando in lungo e largo le valli del Nord. A lungo considerato un mezzo pazzo,  in capo a dieci anni riuscì a portare la Lega al centro della scena politica, grazie anche all’alleanza con Silvio Berlusconi. Trent’anni dopo, quella fiammella di disagio, è diventata un incendio. Matteo Salvini ha avuto il merito, grazie anche ad una congiuntura favorevole, di estendere quell’incendio sul territorio nazionale,  penetrando in aree inimmaginabili fino a qualche anno fa. Il metodo è rimasto uguale: al disagio crescente della gente, contrapporre un nemico. Agli inizi degli anni 90 quel nemico fu indicato in “Roma Ladrona”, nei meridionali e nel sud parassitario, oggi, quel nemico, nel nuovo linguaggio leghista, sono diventati gli immigrati.


Salvini dopo aver archiviato l’epoca Bossi, ha solo cambiato gli strumenti per perpetuare sul territorio nazionale gli argomenti tradizionali con i quali mantenere vivo l’incendio. In questo, bisogna riconoscerlo, è stato abile. A tal punto che, finanche le più remote contrade del Sud, si sono sentite insidiate dall’immigrazione dei neri del nord Africa. Una suggestione collettiva delirante, al punto che,  anche in zone dalle quali non era mai passato neanche un mulatto, hanno cominciato a temere l’invasione dell’uomo nero. Il governo con i pentastellati e il Ministero degli Interni, inoltre,  si è rivelato uno straordinario detonatore per convincere gli italiani. Il resto lo hanno fatto l’inesperienza politica dei grillini di governo. Ai dettagli ha pensato la “bestia”, la costosissima società di comunicazione che calibra e valuta le mosse di Salvini, le sue esternazioni pubbliche, i suoi interventi sui social, e seleziona le corde giuste da toccare per far contenti gli italiani. L’epilogo di questa crisi, tuttavia, ha  dimostrato che un leader politico vero, non è solo fatto di chiacchiere e distintivi, di slogan e di battute ad effetto. Ci vuole qualcosa di più. Talento. Abilità. Capacità di assestare i colpi giusti. Astuzia. Evitare trappole e avere sempre la bussola funzionante. Bettino Craxi, con una congiuntura molto meno favorevole e, soprattutto, con meno consenso, ha tenuto sotto scacco la DC e il PCI, per quasi 20 anni. Craxi era uno statista. Aveva autorevolezza, abilità tattica, e conoscenza delle dinamiche geopolitiche internazionali. Tutte capacità che, almeno in questa crisi, Matteo Salvini ha dimostrato di non avere. 

 

Il Parlamento, la politica internazionale, le relazioni con l’Europa, non è materia che puoi trattare con lo stesso metro di misura con il quale stai a mangiar polenta in una festa della lega nella Val Seriana. Non puoi assestare colpi micidiali da un ministero della Repubblica italiana alle istituzioni dell’Unione Europee, alle cancellerie più potenti del vecchio continente, senza essere pronto a subirne le conseguenze. Non puoi pensare di stabilire rapporti privilegiati con la Russia di Putin se, nello scacchiere internazionale, il paese che rappresenti è schierato con le democrazie che da alcuni anni hanno decretato pesanti sanzioni contro la Russia di Putin. Se fai tutto ciò, senza avere le coperture internazionali adeguate, significa una sola cosa: gestire l’alto Ministero che rappresenti con il dilettantismo e il provincialismo di un politicante di un paesotto dell’alta padania.

 

 

Insomma, Salvini è morto di provincialismo. Tutto qua. Se veramente dobbiamo dare la colpa di questa pazza crisi ferragostana ai poteri forti delle cancellerie europee, considerato il background del “capitano”, non devono aver fatto un grande sforzo per buttarlo giù dal podio. La verità è che Salvini, alla prima prova reale di tattica politica si è rivelato inadeguato. Un dilettante allo sbaraglio. Una inadeguatezza che potrebbe costargli molto cara, soprattutto all’interno della lega. Giorgetti, infatti, testa pensante del partito leghista, ha avvisato il Capitano: ora basta decidere da solo. Un chiaro segnale di insofferenza verso il metodo e la strategia del Capitano. Difficile prevedere, almeno nell’immediato, la possibilità di un cambio di leadership nella lega. Matteo Salvini in questo momento ha dalla sua il consenso elettorale e quello dei sondaggi. Tuttavia, alla prima seria flessione di questo consenso, la possibilità di una sua defenestrazione non è da escludersi. A questo punto,  dopo mesi di crescita esponenziale del consenso elettorale che sembrava presagire una marcia trionfale del grande “Capitano” alla conquista di Palazzo Chigi, il leader leghista, dovrà tentare di sopravvivere politicamente dentro una nuova e inesplorata dimensione politica: la resistenza. Una resistenza che potrebbe rivelarsi lunga e insidiosa. Il Capitano, a questo punto, non può che rifugiarsi nella speranza. Sperare cioè che il governo giallorosso possa naufragare rapidamente, oppure che il PD, considerata la sua antropologica predisposizione al masochismo, gli regali degli assist per farlo uscire dal vicolo cieco nel quale si è infilato da solo a causa del suo provincialismo. Probabilità. Speranze. Tutte cose che dovrà coltivare e far maturare dai banchi dell’opposizione. Una collocazione molto più difficile e meno comoda da quella avuta fino ad oggi, dall’alto di uno dei colli più importanti del potere romano: il Viminale. “E’ la politica bellezza e non ci puoi far niente”.  

Pa.Mo.

 

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Pa. Mo.
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”
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