Viaggio nel futuro negato della Calabria. Ecco cosa resta dopo la chiusura di Italcementi

VIDEO | A Vibo Marina, dove 6 anni fa il grande cementificio sbarrò i cancelli, il degrado attanaglia la frazione portuale della città capoluogo, con il tessuto economico e sociale che appare irrimediabilmente lacerato. Parlano i cittadini: «La fine di tutto» 

di Enrico De Girolamo
giovedì 14 giugno 2018
12:38
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Le grandi crisi aziendali sono come un iceberg: in superfice è visibile solo l’apice del problema, cioè l’immediata perdita dei posti di lavoro di chi è a libro paga dell’impresa costretta a chiudere i battenti. Ma in alcune realtà dove tutto ruota intorno alla “fabbrica”, la lacerazione del tessuto economico ha conseguenze ben più gravi ed estese. È quanto accaduto a Vibo Marina, dove 6 anni fa ha chiuso anche l’ultimo baluardo produttivo dell’area, lo stabilimento Italcementi che allora apparteneva alla famiglia Pesenti. Da allora, in breve tempo, la frazione portuale della città capoluogo è cambiata profondamente, accelerando il suo spopolamento e perdendo identità, con decine di attività commerciali che sono state costrette ad alzare bandiera bianca e il mercato immobiliare che è collassato.

 

 

Capace di generare un giro d’affari di circa 100mila euro al giorno, grazie a un indotto che consentiva a centinaia di famiglie di avere lavoro e futuro, il cementificio era il centro di gravità dell’intera comunità locale, soprattutto dopo la progressiva chiusura, a cominciare dagli anni ’80, di altre grandi realtà industriali come la Cgr (che produceva resine sintetiche), lo stabilimento del tonno Nostromo, nonché il ridimensionamento di veri e proprie eccellenze industriali come la Snam Progetti e il Nuovo Pignone. La produzione del cemento fu comunque la prima filiera a essere avviata a Vibo Marina, negli anni della ricostruzione post bellica, con la “Calci e Cementi di Segni”. Da allora ha rappresentato un punto fermo della realtà economica locale, con intere generazioni di vibonesi che hanno lavorato nel settore.


Nel 2012, nel momento più buio della crisi economica, tutto è finito, e nel 2016 il grande impianto sulla costa, che occupa 30 ettari di territorio, è stato acquistato dal gruppo tedesco Heidelberg che non ha cambiato idea sulla dismissione, limitandosi a smantellare i macchinari più importanti per destinarli ad altri complessi della propria galassia industriale.

 

 

Con la mancanza di lavoro e l’economia locale ridotta al lumicino, è arrivato anche il degrado, che adesso attanaglia Vibo Marina da ogni lato. Un declino che è soprattutto un atto d’accusa nei confronti di una classe politica che non solo non è riuscita a incentivare la sopravvivenza della fabbrica, ma non è neanche in grado a tutt’oggi di promuovere la bonifica e la riconversione dell’area, elaborando un’idea di sviluppo alternativa a quella che la storia recente ha bocciato.
A sei anni dalla chiusura, ripensare allo straripante mare di chiacchiere che sono state spese sulla sorte dello stabilimento da governatori, presidenti, consiglieri regionali e sindaci, restituisce la dimensione di un fallimento epocale. A ricordarcelo resteranno ancora per chissà quanto tempo quei capannoni immensi e quelle torri alte anche più di 70 metri che si affacciano sul mare, sulle quali si arrampicarono gli operai della fabbrica in un ultimo e vano tentativo di difendere un posto di lavoro che avevano già perso. Per colpa della crisi, certo, ma anche e soprattutto per colpa di quegli stessi politici che rilanciavano le loro istanze dalle tv nazionali e locali col piglio dei condottieri, salvo poi tornare a infilarsi nelle auto blu e sfrecciare via, che tanto domani è un altro giorno.

 

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