In quarantena con il nemico, un doppio incubo per le donne vittime di violenza

Le associazioni che offrono assistenza e supporto lanciano l’allarme. Il crollo delle denunce in questo periodo è il segnale che in molte sono prigioniere di contesti domestici dai quali non possono fuggire

di Redazione
26 marzo 2020
15:20
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La quarantena da Covid-19, il blocco di decine di attività lavorative, per alcune donne ha segnato l’inizio di un vero e proprio incubo: la chiusura in casa con il proprio aguzzino. Eppure, le denunce sono diminuite, poche le scuse per uscire di casa, per andare a continuare i percorsi terapeutici nei centri anti violenza o chiedere aiuto, pochissime le giustificazioni con le quali recarsi dalle forze dell’ordine.

 

Le chiamate al 1522, il numero antiviolenza e stalking della presidenza del Consiglio dei Ministri, sono crollate, diminuite del 55,1 per cento. Ridotte della metà anche le denunce alle forze dell’ordine. C’è un’allerta silenziosa ai più, ma un grido invece ben distinto per chi queste donne è abituato ad ascoltarle, ad accoglierle, a strapparle a braccia poco amorevoli, a mani inclini a percosse più che a carezze. Sono operatrici come Anna Fazzari, psicologa e psicoterapeuta, partner del Centro Anti Violenza Demetra di Lamezia Terme e presidente del Consultorio Cles.

 

«In questo momento storico le pareti di casa rappresentano per le donne vittime di violenza, una prigione da cui è impossibile evadere dal proprio aguzzino – ci spiega - le conflittualità si esasperano e le difese a disposizione sono esigue. La violenza di genere è un problema prioritario in tema di salute pubblica, comportando conseguenze somatiche (lesioni, malattie sessualmente trasmesse, gravidanze indesiderate, disturbi psicosomatici, ecc.), psicologiche (depressione, ansia, ideazioni suicidarie, abuso di farmaci fumo ed alcool), cognitive (ridotta capacità di attenzione/concentrazione), socio-relazionali (isolamento sociale, compromissione attività lavorativa e delle capacità genitoriali)».

 

Fra le mura domestiche vivono spesso anche bambini che, loro malgrado, sono inseriti nella rete della violenza e vittime a loro volta. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la violenza assistita è una forma di maltrattamento nei confronti dei minori che ha conseguenze sulla salute fisica, psichica, cognitiva e comportamentale del bambino. Veri e propri drammi, ora costipati in pochi metri quadrati, schiacciati in un silenzio apparente.

 

«Il nostro impegno non può subire un fermo, neppure in questo momento di pandemia – spiega Fazzari - Le prescrizioni imposte hanno trovato una mediazione e si sono adattate e reso flessibili le comunicazioni ed i contatti. I social media sono attualmente un valido strumento di comunicazione fra loro e noi, per non essere sole, per trovare la forza di denunciare, per mettere in atto tutte le strategie utili a tutelare la loro vita e quella dei loro figli».

 

Le consulenze e gli ascolti continuano tramite whatsapp e messenger e proprio pochi giorni fa, ci racconta la psicoterapeuta, una donna straniera ha trovato in questo modo il coraggio di denunciare il compagno.

Cosa fare in caso di violenza

In caso di violenza, si consiglia di consultare il sito “Dire contro la violenza” per individuare il Centro antiviolenza più vicino. Nel caso di pericolo immediato rivolgersi alle forze dell’ordine o al pronto intervento (Carabinieri – 112, Polizia di Stato – 113, Emergenza sanitaria – 118). Nel caso in cui non si riesca a farlo personalmente, si può chiedere a qualcuno di chiamare al proprio posto. Se c'è la possibilità, consiglia il servizio della Presidenza del Consiglio dei ministri, dipartimento Pari opportunità,  è bene scappare e portare con sé i propri figli e aspettare l'arrivo delle forze dell’ordine. Oltre al numero 1522, c’è anche l’ app 1522 (su iOS e Android) per chattare con le operatrici e chiedere aiuto.

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