Negano trasfusione per religione, i genitori: «Mai ostacolato i medici»

La famiglia di testimoni di Geova, il cui credo vieta l'infusione, sulla vicenda che ha coinvolto la figlia 13enne: «L'atto terapeutico ricevuto contro la sua volontà l'ha lasciata sotto shock»

di Redazione
mercoledì 9 maggio 2018
17:30
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«Consideriamo sacra la vita e vogliamo il meglio per nostra figlia, anche per quanto riguarda le cure sanitarie. Proprio per questo, quando abbiamo capito che c'era qualcosa che non andava nel suo stato di salute, ci siamo attivati per fare degli accertamenti diagnostici presso una clinica». E' quanto affermano, in una lettera, i genitori della ragazza di 13 anni della provincia di Cosenza al centro di un presunto caso di diniego ad una trasfusione denunciato nei giorni scorsi dal Garante per i minori della Regione Calabria, Antonio Marziale. Secondo il garante, i coniugi, Testimoni di Geova, si sarebbero opposti ad una trasfusione di cui la figlia aveva bisogno, per motivazioni legate al loro credo religioso, al punto da rendere necessario l'intervento del Tribunale per i minorenni.

Altre strategie terapeutiche

«Proprio per permettere a nostra figlia di essere curata nel modo migliore - affermano i genitori della ragazza - ci eravamo documentati per conoscere quali alternative alle emotrasfusioni fossero disponibili e abbiamo trasmesso tale documentazione anche ai medici, consapevoli che in moltissime strutture in tutta Italia e nel resto del mondo le strategie terapeutiche che non prevedono l'uso del sangue sono ormai considerate una prassi standard. Quando poi - proseguono - i medici hanno ritenuto che la situazione clinica fosse tale da richiedere necessariamente una trasfusione di sangue, nonostante i dati in nostro possesso fossero diversi, non abbiamo mai ostacolato il loro operato».

La ragazza «pienamente cosciente»

I due coniugi, che lamentano di essere stati dipinti come genitori "irresponsabili e integralisti religiosi", tengono a precisare di non aver mai abbandonato la ragazza e di essere stati accanto della figlia come qualsiasi genitore avrebbe fatto, limitandosi a rispettarne la volontà, «anche perché' - dicono - nostra figlia, che ha già compiuto 13 anni, e' stata la prima a sostenere di non voler ricevere una trasfusione di sangue a motivo delle proprie convinzioni religiose». La ragazza, "pienamente cosciente", «ha sempre espresso - dicono il padre e la madre - con fermezza e lucidità il desiderio di non ricevere trasfusioni di sangue. Purtroppo, però, aggiungono, nessuna delle autorità interpellate ha ritenuto opportuno ascoltare quello che lei aveva da dire. Questo - dicono - le ha fatto vivere l'atto terapeutico ricevuto contro la sua volontà come una violenza che l'ha lasciata sotto shock».

 

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