«Sistema Riace inverminato da illegalità». E spunta il tornaconto elettorale di Lucano

Le durissime motivazioni del Riesame sulla posizione del sindaco sospeso: «Spregiudicato e afflitto da delirio di onnipotenza». Gli obiettivi elettorali e l’uso di fondi: «Non può gestire la cosa pubblica»

di Consolato Minniti
giovedì 6 dicembre 2018
17:59
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«Lucano non può gestire la Cosa Pubblica né gestire denaro pubblico mai ed in alcun modo. Egli è totalmente incapace di farlo e, quel che ancor più rileva, in nome di principi umanitari ed in nome di diritti costituzionalmente garantiti viola la legge con naturalezza e spregiudicatezza allarmanti». Sono parole pesantissime quelle che il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria utilizza nei confronti del sindaco di Riace, nelle motivazioni con cui è stata decisa la revoca degli arresti domiciliari e disposto il divieto di dimora nello stesso comune.

Si tratta di 165 pagine di fuoco in cui il presidente Tommasina Cotroneo sostanzialmente smonta pezzo per pezzo le argomentazioni difensive, apparendo quasi più severa rispetto alle valutazioni del gip, pur avendo disposto una misura più tenue dal punto di vista cautelare.

 

Buoni propositi sporcati

«Quel che consegna il compendio attizio – scrive il giudice – è quanto meno un Lucano afflitto da una sorta di delirio di onnipotenza e da una volontà pervicace ed inarrestabile di mantenere quel sistema Riace rilucente all’esterno, ma davvero opaco e inverminato da mille illegalità al suo interno». Il collegio tiene a sottolineare che «qui non vengono messi in discussione i buoni propositi o la sussistenza di ragioni anche umanitarie (e si tratta del passaggi più tenero dell’intero provvedimento, ndr), ma si vuol rappresentare che tutto questo nel tempo è stato annacquato e sporcato da una mala e opaca gestione, da mille violazioni di legge e da una volontà sempre più forte ed incontenibile del Lucano di dare l’immagine al mondo esterno di un modello di integrazione e di salvarne ed esportarne le fattezze esteriori a tutti i costi più che di far sì che quel modello apparentemente perfetto lo fosse invero realmente».

 

Lucano, dunque, «ad un certo punto ha perso la bussola ed il senso dell’orientamento della legalità, tanto da far prevalere sugli scopi e le ragioni umanitarie la voglia di apparire e di presentare all’esterno un sistema che era tutt’altro che perfetto. Le condizioni dell’indagato, affioranti dalle carte, sono molteplici e creano certamente sconcerto». I giudici scavano a fondo nelle carte e scoprono che «se la questione dei lungo permanenti, ossia del numero rilevante di immigrati che Lucano manteneva a Riace con i soldi pubblici pur non avendo più costoro alcun titolo per rimanervi, potrebbe rappresentare, pur nella evidente violazione di legge, espressione di nobili motivazioni», tuttavia essa «perde appeal umanitario sol che si ascoltino i dialoghi nei quali Lucano con fastidiosa fredda faceva della questione un fatto di numeri e mission per Riace». Il sindaco era sicuro che nessuno avrebbe fiatato, pur nell’illegalità, perché «molti del luogo lavoravano per le associazioni e quindi vivevano grazie alla manna del denaro pubblico e non avrebbero avuto ragione di denunciare i fatti». Insomma, a giudizio del Riesame, «le persone, la cui sofferenza e il cui terribile vissuto verrebbero da Lucano portate a vessillo del suo agire, si trasformano contraddittoriamente in freddi numeri».

 

Il tornaconto elettorale

Ma c’è un aspetto che nel corso dell’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari non era emerso. Ed è quello che i giudici del Riesame riportano a pagina 123 delle loro motivazioni, laddove fanno cenno ad un tornaconto politico-elettorale di Lucano il quale in più di un’occasione avrebbe fatto la conta dei voti «che gli sarebbero derivati dalle persone impiegate presso le associazioni e/o destinatarie di borse lavoro e prestazioni occasionali; persone, molte delle quali, inutili a fini lavorativi o addirittura non espletanti l’incarico loro affidato, sovrabbondanti rispetto ai bisogni, eppure assunte o remunerate anche in via occasionale per il ritorno politico-elettorale». Le intercettazioni sono riportate nel provvedimento. Ecco uno stralcio delle parole di Lucano: «Poi abbiamo XX, questo la moglie non merita questa cosa perché quando ci siamo messi d’accordo gli abbiamo detto vedi che noi ti paghiamo quando arrivano i soldi, gira gira e fa questioni, l’ha fatto per due volte, la mia conclusione qual è … per due voti di merda, te lo dico chiaro e tondo». Ed ancora, con riferimento ad altri: «Qua in termini elettorali non prendiamo niente». Lucano elenca poi al suo interlocutore dei nominativi che percepiscono borsa lavoro dall’associazione “Città futura” ed i relativi importi.

Lucano: tu ti rendi conto di cosa parte ogni mese qua?

Fabio: un’azienda, una multinazionale… 30 dipendenti!

Lucano: devo vedere le elezioni comunali di Riace, l’integrazione dei rifugiati, hai capito in quale ottica ragiono io?

Fabio: capire dall’esterno, ma dentro non è facile

Lucano: per quello voglio numeri alti, hai capito? Sennò come le gestisco queste cose? (…) e vabbè arriverà il momento che parlerò io, arriverà il momento, poi la faccio imparare la religione a Stella… è proprio lei che mi ha dato fastidio in questa cosa qua, proprio lei, io l’avevo capito… questa qua l’ha fatto la prima volta e l’ha fatto la seconda, si presenta qua e ora vuole pagato anche il mese che non è stata neanche un giorno al lavoro qua, è stata in Germania per i cazzi suoi, poi quando arriva settembre-ottobre gliela do la risposta, poi può votare per chi cazzo vuole, può parlare male, può fare quello che cazzo vuole!

Secondo i giudici, dunque, Lucano vorrebbe «mandare via quei parassiti, da lui assunti e remunerati, ma la politica, intesa, certo, non nella sua accezione pura, glielo impediva, così come il pacchetto di voti che a lui sarebbe derivato da quel sistema parassitario che gli consentiva di mantenere quel modello Riace viziato ab origine». Ecco l’intercettazione: «La politica mi tiene a me, sennò un minuti ci stavo a mandarle a casa, la politica di merda mi tiene, non pensare, ma lo sanno loro.. a me che cazzo mi dà Angela me ne fotto di lei, la politica mi tiene se vuoi che te lo dica chiaro e tondo, la politica… perché soltanto di Città Futura sono 100 voti, mi sono fatto un conto, tutti quelli che lavoriamo».

 

Il progetto delle elezioni politiche

Ma come non bastasse, il collegio del Riesame mette in evidenza come «con callida freddezza» Lucano, una volta appreso di essere oggetto di indagini giudiziarie oltre che amministrative, «progettava la sua candidatura alle politiche come capolista al fine di arginare l’azione giudiziaria nei suoi confronti»: «Il partito democratico lo escludo subito… per me rimane questa opzione ma se… se non ci fosse stata questa… come devo dire.. questa cornice giudiziaria io ti avrei detto subito no immediatamente… invece questa cosa mi fa riflettere un po’ perché… ehhh per i motivi che puoi immaginare». «L’intenzione mia è che… che… per quanto riguarda gli aspetti giudiziari così a me conviene… ma però intanto ovviamente io accetto solo se sono primo della lista».

Le pezze d’appoggio

Ancora i giudici pongono l’attenzione «sul brulicare di stratagemmi, emerso a piene mani dall’indagine, al fine di coprire i buchi contabili e giustificare le spese a seguito della chiesta rendicontazione da parte della Prefettura. Non si ferma Lucano e trascorre intere giornate nella sede dell’associazione Città Futura con i suoi collaboratori per mettere pezze su pezze ed ottenere i finanziamenti che, in mancanza di documentazione giustificativa, non sarebbero stati erogati». Secondo i giudici emerge con chiarezza come Lucano ammetta di aver artatamente predisposto in passato delle prestazioni occasionali mai effettuate. Ma ora sa di non poterlo fare più. «La sua immagine pulita verrebbe sporcata ed il mondo intero avrebbe visto un Lucano immiserirsi in trucchetti che avrebbero nuociuto alla sua immagine». Tuttavia egli pare non avere scelta, come lui stesso ammette: «Allora sia le prestazioni occasionali, sia questo lavoro qua siamo obbligati… non abbiamo scelta perché sennò presentiamo una rendicontazione che dicono ma tu i servizi come li hai fatti con 4mila euro di personale? Allora che servizio hai fatto?».

 

Le case, il frantoio ed i laboratori

Ci sono anche case e frantoio nell’elenco degli esempi fatti dal collegio per la gestione «allegra e senza misura» del denaro pubblico. Per quanto concerne le abitazioni «non destinata all’accoglienza dei rifugiati e degli immigrati, ma destinate all’attuazione di una sorta di asserita politica dell’accoglienza per il tramite del turismo», le stesse sarebbero state usate da Lucano «per ricevere ospiti provenienti da ogni parte d’Italia in occasioni delle manifestazioni estive, come il Riace Film Festival o la festa patronale». Bene, «dagli accertamenti effettuati e dalle risultanze intercettative emerge che si tratta di case acquistate o ristrutturate con i soldi Sprar e Cas, senza nessuna rendicontazione per la impossibilità di rendicontare in quanto iniziative costosissime ed esorbitanti da quelle consentire».

 

Non va meglio per il frantoio: «Fiumi di denaro risultano spesi a carico dei fondi Sprar e Cas per l’acquisto e ristrutturazione di un frantoio censito come di proprietà dell’associazione Città Futura ed alla utilizzazione del quale, ai fini della integrazione degli immigrati, non si è mai proceduto per la insostenibilità di un progetto di questa fatta».

 

Anche sui laboratori il giudizio è critico: «Quanto ai laboratori, che Lucano tanto decanta, lascia sconcertati l’emergenza intercettativa dalla quale si evince che, in occasione della visita a Riace di un ministro greco, l’indagato non solo organizzi un pranzo, caricando i relativi costi sul progetto dei Minori non accompagnati, ma dia disposizioni affinché vengano aperti tutti i laboratori». I giudici si domandano perché i laboratori avrebbero dovuto essere aperti alla bisogna «se questi rappresentavano una delle decantate essenze del modello Riace di accoglienza integrata e, quindi avrebbero dovuto funzionare costantemente». Si scopre così che «né la bottega ecosolidale né la bottega del cioccolato risultavano operative, tanto che Lucano ne disponeva l’apertura al fine esclusivo di fare bella figura col ministro greco e con tutta l’opinione pubblica». Non solo, la bottega del cioccolato era una finzione posto che avrebbero dovuto mettere qualcuno dentro, come riferito da Lucano: «Mettiamo due alla bottega e una al laboratorio del cioccolato che faccia finta là che imbratta quelle cose».

«Non può limitarsi il Lucano nel suo delirio di onnipotenza ed è per questo che è socialmente pericoloso e non gli può essere consentito di ricoprire cariche pubbliche e di gestire denaro pubblico».

E se per quanto concerne i due capi d’imputazione più importanti – quello relativo alla gestione dei rifiuti e quello dei falsi matrimoni – il Riesame conferma sostanzialmente l’impostazione del gip, nella parte conclusiva arrivano le bordate: «La gestione opaca e a tratti sconcertante dei fondi destinati all’accoglienza di cittadini extracomunitari tratteggia Lucano come soggetto avvezzo a muoversi sul confine tra lecito ed illecito, a tollerare e favorire condotte illecite altrui per fini che, come si è visto, spesso vanno moto al di là della, troppe volte, ostentata volontà di perseguimento di scopi umanitari e/o che con questi poco o nulla hanno a che vedere. Avvalendosi e chiaramente abusando del ruolo rivestito l’uomo piegava l’intero ente comunale al suo volere, al punto che non era dato ad alcuno contestare le sue violazioni di legge o impedirne la perpetrazione né arginare la sua arroganza e l’esercizio prepotente del potere, creava una fitta rete di contati personali che agevolavano – chi più chi meno consapevolmente – la perpetrazione dei delitti indicati e sulla quale tuttora potrebbe fare affidamento per tornare a delinquere». Ancora i giudici: «Allarma il disprezzo e lo sciupio, nella migliore delle ipotesi, del denaro pubblico ed il ruolo attivo di Lucano nel destinarlo a finalità diverse da quelle per le quali veniva erogato, la sua inerzia nel tollerare sottrazioni e distrazioni di denaro da parte di quel nugolo indistinto di persone entrate a far parte delle associazioni, il suo attivismo nel coprirle per fini elettorali e di ostinato mantenimento di quel modello Riace, pieno di illegalità, e la sua pervicacia nel continuare ad elaborare brogli e stratagemmi anche a fronte delle indagini in corso pur di non perdere i finanziamenti e mantenere intatta quella immagine perfetta di Riace, consegnata al mondo in tutti i modi».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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