Delitto Scopelliti, nuovi esami sull’arma che potrebbe aver ucciso il giudice

VIDEO | Nel giorno della commemorazione, il procuratore capo di Reggio Calabria spegne gli entusiasmi del collegio difensivo dei nuovi indagati: «Le munizioni? Sapevamo già non fossero compatibili. A breve altri accertamenti sull’arma. La verità la dobbiamo alla famiglia ed all’Italia intera»

di Consolato Minniti
venerdì 9 agosto 2019
16:40
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«Gli accertamenti non hanno escluso che quella possa essere l’arma utilizzata per uccidere il giudice Scopelliti». È direttamente il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, a definire lo stato dell’arte delle indagini concernenti il delitto del magistrato nel giorno della commemorazione di quel tragico 9 agosto 1991, svoltasi oggi a Piale di Villa San Giovanni dove Scopelliti fu sorpreso dalla tempesta di fuoco che non gli diede scampo.

«Notizie non completamente corrette»

Il procuratore si sofferma innanzitutto sugli aspetti generali: «Siamo impegnati a tempo pieno su questa attività d’indagine che intende dare una verità alla famiglia, ma anche ai cittadini e all’interno Paese. Il brutale omicidio del collega Scopelliti ha rappresentato una ferita profonda per l’Italia. La Procura, dunque, è in prima linea su questo fronte d’indagine». Il procuratore rimarca come, circa i recenti sviluppi delle indagini, «abbiamo letto notizie che non sono completamente corrette, circa la non riconducibilità dell’arma all’omicidio. Questo non è vero perché gli accertamenti sono ancora in corso». Quanto alle munizioni non compatibili con quelle utilizzate, Bombardieri non ha dubbi: «Lo sapevamo già perché anche nel momento in cui abbiamo raccolto le prime dichiarazioni, ci hanno detto che non erano state utilizzate per quell’omicidio. È indubbio che il trascorrere del tempo provochi non poche difficoltà nello svolgere accertamenti che siano completi, ma noi non disperiamo. Ci sono possibilità che nascono dal luogo di produzione dell’arma, la Spagna, così come le sue caratteristiche, per cui stiamo valutando gli approfondimenti da effettuare».

Le dichiarazioni “tardive dei pentiti”

A far ritrovare l’arma che si ritiene essere quella usata per il delitto è stato il collaboratore di giustizia catanese Avola. Sul punto, Bombardieri appare molto prudente: «Ci sono tante contingenze da tenere presenti. Sicuramente dichiarazioni a così tanta distanza di tempo devono essere valutate attentamente. Il fatto che vengano rese dopo molto tempo non ci lascia tranquilli, anche perché sono dichiarazioni di soggetti che hanno reso anche altro tipo di dichiarazioni. È per questo che siamo in continuo coordinamento con la Direzione nazionale antimafia, senza alcun pregiudizio o preconcetto. I nostri accertamenti sono mirati proprio a questo».

Prospettive future

Secondo il procuratore, dunque, l’arma è un «dato importantissimo». Ma sarebbe sbagliato dire che la perizia ha escluso che sia quella utilizzata. «Certo – ribadisce Bombardieri – non c’è stata la possibilità di rinvenire impronte o residui biologici e l’arma non era in condizioni tali da essere usata per effettuare delle prove di fuoco, ma di certo possono essere esperiti ulteriori accertamenti come calchi in bronzo o altri materiali per riprodurre le canne ed ottenere così elementi giudiziari più approfonditi».

Per il delitto del giudice, come si ricorderà, ci sono numerosi nuovi indagati fra i boss di Cosa nostra e 'ndrangheta.

 

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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