Il pentito di mafia rivela: «Berlusconi era la nostra salvezza»

'NDRANGHETA STRAGISTA | Malvagna narra l'avvento di Forza Italia secondo Cosa nostra. Le riunioni ad Enna per programmare le stragi: «Si fa la guerra per fare la pace». E il fallito aggiustamento del maxi processo che cambiò tutto

di Consolato Minniti
lunedì 5 novembre 2018
18:58
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Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi

Gaetano Asaro mi disse: “Berlusconi è la nostra salvezza». Lo ha affermato il pentito Filippo Malvagna al processo ‘Ndrangheta stragista in corso a Reggio Calabria e che vede imputati Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano con l’accusa di essere i mandanti degli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo e degli agguati ai militari nel periodo delle stragi.

La nascita di Forza Italia 

Malvagna, rispondendo alle domande del procuratore Giuseppe Lombardo, ricorda il periodo in cui ricevette tali notizie. «Poco prima che iniziassi a collaborare e prima che si sapesse con certezza della discesa in campo di Berlusconi, comunque fra gennaio e febbraio 1994, ero detenuto alla Bicocca e tale Marcello D’Agata, che era il “consigliere familiare dei Santapaola”, mi disse che per quanto riguardava i problemi giudiziari, arrivavano notizie rassicuranti. Mi disse che anche se avevano voluto un po’ strafare, arrivavano notizie positive. Si sentiva dire che sarebbe nato un soggetto politico, cui dietro ci sarebbe stato Silvio Berlusconi e dovevamo attivarci con amici e parenti perché bisognava dargli il voto. Questa era la nostra ancora di salvezza». Ma cosa avrebbe ottenuto in cambio Cosa nostra? «Avrebbero affievolito il 41 bis, sarebbero stati riammessi i benefici penitenziari. Loro puntavano sui pentiti, sullo smantellamento della legge sui pentiti».

La trattativa Stato-mafia

Ancora, il collaboratore ricorda, con riferimento ad una riunione di Enna voluta da Totò Riina nella seconda metà del 1991, che in quella sede si era discusso della pressione dello Stato contro Cosa nostra che si era fatta più rilevante e vi erano segnali di come fossero saltati dei referenti politici di Cosa nostra. «Mi fu riferito da Pulvirenti che Riina pronunciò la seguente frase: "Si fa la guerra per poi fare la pace". Secondo Pulvirenti bisognava fare pressione sullo Stato per altre via allo scopo di indurre gli apparati a delle trattative con la mafia, o almeno allentare la pressione su Cosa nostra. Ricordo che Pulvirenti mi disse che si era deciso che tutte le future azioni terroristiche di Cosa nostra venissero rivendicate con la sigla Falange armata.

Le poche speranze sul maxi processo 

Il pentito, che ha iniziato a collaborare dal 1994 dopo aver fatto parte della famiglia Santapaola-Pulvirenti, fa un preciso riferimento. «La sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo non era stata ancora emessa. Ricordo che già si sapeva che il maxi sarebbe andato male per Cosa nostra perché non erano riusciti ad aggiustarlo». Fu questo l'episodio che fece scattare l'ira dei corleonesi contro i loro vecchi referenti politici. «Faccio presente che fino all'estate del 1991, Pulvirenti Malpassotu mi diceva che il maxi sarebbe andato bene. Nell'autunno si acquisì la consapevolezza contraria. Questo fu determinante». E facendo due calcoli si intuisce subito che il periodo cui il collaboratore fa riferimento è proprio quello in cui avvenne l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso nell'agosto 1991. Come ormai è pacifico, il giudice si oppose a qualsiasi tentativo di avvicinamento, da parte dei boss mafiosi, al fine di aggiustare il processo. Fu ammazzato, ma per quel delitto non ci fu alcun colpevole riconosciuto da sentenza, poiché mandanti ed esecutori furono tutti assolti. 

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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