L’omicidio Canale nelle dichiarazioni del neo collaboratore della cosca Piromalli

Agli atti del processo che tenta di far luce sul delitto avvenuto a Gallico nell’agosto 2011 si aggiungono i verbali del pentito Francesco Trunfio che ha scelto di collaborare per darsi «un’altra opportunità di vita»

di Angela  Panzera
giovedì 24 gennaio 2019
06:27
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Le dichiarazioni di  un altro collaboratore di giustizia irrompono nel processo, che si sta svolgendo con il rito abbreviato, in cui la Dda di Reggio Calabria tenta di far luce sull’omicidio di Giuseppe Canale; un delitto efferato  avvenuto il 12 agosto del 2011 a Gallico, quartiere alla periferia nord della città, nella faida intercorsa tra le cosche del territorio. Dopo il “pentimento” di due imputati ossia Diego Zappia e  Nicola Figliuzzi, giovane killer originario di Sant’Angelo di Gerorcarne e ritenuto vicino ai Patania di Stefanaconi, nel Vibonese, adesso l’Antimafia tira fuori un altro “asso nella manica”. Il pm antimafia Sara Amerio, che rappresenta l’accusa insieme al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, nell’udienza svoltasi lunedì scorso ha prodotto e ottenuto dal gup, Mariarosaria Savaglio, l’acquisizione verbali del neo collaboratore di giustizia Francesco Trunfio, giovane considerato legato alla cosca Piromalli di Gioia Tauro, che dopo aver rimediato una condanna a 14 anni e otto mesi di carcere nell’ambito del processo “Provvidenza”, condotto proprio contro i clan della Piana, ha deciso di affidarsi agli inquirenti reggini.

Trunfio collabora dal 13 dicembre scorso e quindi ancora il suo percorso dei 180 giorni, limite previsto dalla legge per riferire quanto a sua conoscenza, non è ancora concluso ma, la Dda lo ritiene attendibile e ha già riversato le sue dichiarazioni prima nell’ambito del processo nato dall’inchiesta “Spazio di Libertà”, che alla sbarra vede imputati i presunti fiancheggiatori della latitanza dei due boss Giuseppe Crea di Rizziconi e Giuseppe Ferraro di Oppido Mamertina, e adesso in quello condotto contro i presunti esecutori e mandanti del delitto Canale.

Per l’Antimafia reggina proprio Figliuzzi, circostanza riferita anche dallo stesso imputato, avrebbe dato avvio alla propria carriera criminale eseguendo l’omicidio di Giuseppe Canale insieme a Cristian Loielo e Salvatore Callea, mentre i mandanti sarebbero Filippo Giordano, Domenico Marcianò e Sergio Iannò, ritenuti appartenenti alla cosca “Condello-Chirico”.  Diecimila euro è la somma che il gruppo gli avrebbe dovuto dare per eliminare Chirico. Figliuzzi che «non è mai stato né battezzato né affiliato alla ‘ndrangheta» sarebbe stato assoldato come killer per la faida di Gallico, divenuto negli ultimi anni feudo criminale conteso tra le principali ‘ndrine mafiose reggine. Il delitto matura, secondo la ricostruzione dei Carabinieri del comando provinciale reggino,  nel sentimento di vendetta nutrito dopo l’omicidio di Domenico Chirico, suocero di  Antonino Crupi, freddato il 20 settembre del 2010. Questa data segna di fatto l’inizio della guerra tra i due gruppi culminata poi nell’uccisione di Canale diventato in quegli anni un personaggio criminalmente scomodo.

Le confidenze di Zappia a Trunfio

Il 15 dicembre scorso Trunfio, detto Cecino, viene interrogato dal pm antimafia Giulia Pantano e a lei riferisce di essere entrato in contatto durante la detenzione con Diego Zappia, oppidese che avrebbe avuto un ruolo nell’omicidio e che, dopo essere stato arrestato,  così come Figliuzzi, ha iniziato a collaborare con la Dda dello Stretto. «Conosco Diego Zappia – è riportato nel verbale- che è ‘ndranghetista. Appartiene alle cosche di Oppido Mamertina. So che è con la famiglia mafiosa dei Mazzagatti. Fui io a presentare Diego Zappia agli altri ndranghestisti in carcere. L’avevo conosciuto perché Zappia era stato detenuto anche nel procedimento sulle cosche oppidesi. Notai che con i coimputati del procedimento dell’omicidio Canale, vi fu un saluto come se già si conoscessero. Ricordo in particolare il rapporto con un certo Giordano che era nel reparto Scilla». Zappia e Trunfio entrano quindi in confidenza e proprio le confidenze trai due  adesso vengono riportate in toto da Trunfio ai magistrati. «Zappia Diego mi raccontò di avere preso parte all’omicidio di Canale, tramite Callea –  ha aggiunto il giovane collaboratore - Il killer era stato assoldato dalle cosche di Gallico e che lui già conosceva Figliuzzi perché lavorava col padre ad Oppido Mamertina. In pratica il ruolo di Zappia nell’omicidio Canale era stato quello di reperire l’uomo addetto all’esecuzione omicidiaria. Fu in pratica un intermediario. Da quanto mi raccontava era stato il tramite per assoldare il killer che doveva venire da fuori e che fu individuato in Figliuzzi, che non ho mai conosciuto». Zappia, poco dopo questi discorsi con Trunfio, deciderà di collaborare e tutti i dettagli vengono riportati dal collaboratore. «Mi raccontò- ha continuato Trunfio- che faceva parte di un locale di ‘ndrangheta di Oppido Mamertina, che aveva sofferto molto la carcerazione ma che era stato assolto. Trunfio spiega ai sostituti procuratori di Reggio Calabria che aveva intuito la sua volontà di “pentirsi” .«Mi diceva che conosceva Guerrisi Pasquale per motivi lavorativi, - aggiunge il gioiese - mentre io negai la conoscenza col Guerrisi perché avevo intuito che Zappia voleva collaborare, visto lo stato di prostrazione psicologica in cui si trovava. Mi diceva che voleva cambiare vita». E quando Zappia decise di affidarsi anche lui agli inquirenti lo stesso “Cecino” non ne fu sorpreso. «Così come quando Zappia Diego decise di collaborare – ha dichiarato Trunfio - la mattina stessa era un giorno in cui era prevista l’attività sportiva, noi alle ore 10.30 sapevamo che era in isolamento…in quel momento non c’era detenuti oppidesi, ma ho notato timore e allarme tra i soggetti coinvolti nell’omicidio Canale, tanto che ho visto parlottare Marcianò, Giordano, Iannò tra loro».

Trunfio teme per la sua vita

Il giorno prima di questo verbale depositato adesso agli atti del processo per l’omicidio Canale, Trunfio sarà interrogato per la prima volta dal Pm Pantano. A lei racconterà proprio le motivazioni che l’hanno indotto a collaborare e a riferire, pur sottolineando di non essere mai stato formalmente affiliato alla ‘ndrangheta, tutti i crimini da lui compiuti e quelli di cui ne era a conoscenza essendo inserito nel contesto criminale gioiese. Dirà così il 14 dicembre scorso: «ho chiesto di conferire con il pubblico ministero essendo mia intenzione collaborare con l’autorità giudiziaria e raccontare fatti criminosi a me noti, cui ho preso parte o di cui sono stato testimone o da me comunque appresi durante la mia “militanza” nell’ambito della cosca Piromalli di Gioia Tauro che è una delle più feroci- sottolinea- e potenti del mandamento tirrenico della ‘ndrangheta; già durante la celebrazione del giudizio abbreviato del processo “Provvidenza” e prima della lettura della sentenza, più volte, avevo pensato di “volere saltare il fosso” e chiedere un colloquio con il pm, per rappresentare che avrei voluto collaborare. Non l’ho mai fatto per timore e penso sia giunto il momento di farlo, per darmi un’altra opportunità di vita». Una decisione, questa di Trunfio, molto travagliata e complessa perché una volta compiuta la scelta anche lui sa che non si può più tornare indietro. «Giungo pertanto oggi ad una decisione sofferta, ha concluso Trunfio, ma credo giusta per la mia vita, che non vorrei fosse più quella degli ultimi anni in cui mi sono dedicato al crimine, quale “soldato” dei Piromalli.   La circostanza inevitabilmente mi esporrà agli occhi degli altri ‘ndranghetisti presenti in questa struttura penitenziaria e mi induce a temere fortemente per la mia vita. Sono però determinato a raccontare la mia vita fino ad oggi di appartenente ad una cosca di ndrangheta». E le sue parole stanno acquisendo sempre più peso tanto che si sta assistendo alle prime “discovery” da parte della Dda reggina. Adesso il collaboratore si trova inserito in un programma di protezione e  con ogni probabilità si assisterà a breve al deposito di ulteriori verbali stesi con i magistrati.

Sentenza a marzo

Le decisione del gup Savaglio è attesa a breve. Dopo le arringhe dei difensori la sentenza è prevista per 26 marzo. Il pm Amerio, durante l’udienza dell’undici dicembre scors,o aveva invocato durissime condanne per gli imputati. In particolare l’accusa ha chiesto l’ergastolo, senza isolamento diurno, per Salvatore Callea, Antonino Crupi, Giuseppe Germanò, Filippo Giordano, Sergio Iannò, Cristian Loielo e Domenico Marcianò. Per gli altri due imputati ha invocato la condanna a 18 anni di reclusione per Diego Zappia mentre per Nicola Figliuzzi sono stati richiesti 14 anni. 

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