‘Ndrangheta, carcere duro per il boss in carrozzina (VIDEO)

Provvedimento del Ministero della Giustizia per Pasquale Pititto, l’esponente apicale dell’omonimo clan di San Giovanni di Mileto

di G. B.
martedì 13 marzo 2018
12:15
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Passa al carcere duro previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, Pasquale Pititto, di San Giovanni di Mileto, ritenuto a capo dell’omonimo clan. Il Ministero della Giustizia ha infatti accolto la richiesta di applicazione del carcere duro per il 50enne detenuto nel carcere dio Parma. Si trova attualmente imputato (da detenuto ai domiciliari) anche nel processo nato dall’operazione “Stammer” dove è accusato di aver partecipato, con il ruolo apicale di finanziatore e di organizzatore, all’importazione di 63 chili di cocaina dalla Colombia, sequestrati nel porto di Livorno. Ulteriore contestazione è quella di aver tentato l'importazione di altri mille chili di cocaina dalla Colombia, più 800 chili dalla Spagna, previo invio di un carico di prova. Pasquale Pititto si trova su una sedia a rotelle dopo aver subito negli anni ’90 un tentato omicidio ad opera del contrapposto clan Galati di San Giovanni di Mileto. 

 

 

Sta scontando l’ergastolo (definitivo) per l’omicidio di Pietro Cosimo (esecutore materiale insieme a Nazzareno Prostamo, pure lui di San Giovanni di Mileto), delitto consumato a Catanzaro su mandato del boss dei Gaglianesi, Girolamo Costanzo, che pagò all’epoca per il fatto di sangue cinque milioni di lire ai due vibonesi, facendo leva anche sul mancato pagamento di una fornitura di eroina da parte della vittima ai due sicari. Pasquale Pititto ha poi rimediato una condanna a 25 anni di reclusione definitiva nel processo nato dalla storica operazione “Tirreno” scattata nel 1993 ad opera dell’allora pm della Dda di Reggio Calabria, Roberto Pennisi.

Pasquale Pititto, unitamente al cognato Michele Iannello (collaboratore di giustizia e condannato per l'omicidio del piccolo Nicolas Green) è stato ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi. Nel delitto dei Chindamo sono poi rimasti coinvolti anche i vertici dei clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro, alleati ai Mancuso nell’eliminazione dei due elementi del clan Chindamo contrapposti al clan dei Cutellè di Laureana, quest’ultimo appoggiato dai Piromalli-Molè-Mancuso.

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G. B.
Giornalista
Giuseppe Baglivo è stato collaboratore del quotidiano Calabria Ora dal settembre 2006 ad agosto 2007. Redattore e responsabile della cronaca giudiziaria del quotidiano Calabria Ora per la redazione di Vibo Valentia dal settembre 2007 ad ottobre 2009. Nello stesso periodo per il quotidiano Calabria Ora ha realizzato molteplici inchieste riguardanti l’intero territorio regionale. Da agosto 2010 ad oggi è collaboratore della Gazzetta del Sud, redazione di Vibo Valentia, con competenza in tutti i settori (sport escluso). Dal gennaio 2013 è corrispondente unico dell’Agi (Agenzia giornalistica Italia) per Vibo Valentia e provincia. Dal novembre 2015 al 29 dicembre 2016 è stato redattore e responsabile della cronaca nera e giudiziaria del quotidiano online calabrese Zoom24.it, giornale web che ha contribuito a far nascere. Nel gennaio 2011 dalla Fondazione dedicata a Giuseppe, “Pippo”, Fava (il giornalista ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984) ha ricevuto a Catania il Premio Nazionale “Giuseppe Fava” conferito ai giornalisti “particolarmente impegnati nella battaglia contro le mafie”. Specializzato in cronaca giudiziaria, nera e giornalismo d’inchiesta, ha seguito i più importanti processi contro la ‘ndrangheta, la corruzione nella pubblica amministrazione e la malasanità celebrati negli ultimi dieci anni in Calabria. Alcune sue inchieste giornalistiche hanno portato al commissariamento di diversi Comuni del Vibonese per infiltrazioni mafiose.

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