‘Ndrangheta, l’agguato fallito al boss Scarpuni tradito dalla sua famiglia

Le rilevazioni di Emanuele Mancuso portano alla luce le trame nel clan di Limbadi e Nicotera per eliminare uno dei capi in accordo con i Piscopisani. I timori per la vendetta e le tensioni tra gli affiliati

di G. B.
domenica 24 marzo 2019
17:38
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Sono oltre trenta gli interrogatori resi da Emanuele Mancuso dall’inizio della collaborazione - che risale a giugno dello scorso anno - sino a fine dicembre. Quanto basta alla Dda di Catanzaro ed ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo per rileggere e riscrivere la storia criminale degli ultimi anni nel Vibonese e provare a far luce su diversi fatti di sangue e progetti di morte. Fra questi anche la clamorosa eliminazione del boss Pantaleone Mancuso, 58 anni, alias “Scarpuni”, residente a Nicotera Marina ed attualmente detenuto in quanto condannato all’ergastolo per gli omicidi consumati nel 2012 nell’ambito della faida fra il clan Patania e la consorteria dei Bartolotta di Stefanaconi, oltre che con i Piscopisani. E proprio tale ultimo clan avrebbe progettato ed ideato l’omicidio eccellente del boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”. Un programmato fatto di sangue che ha destabilizzato anche la stessa famiglia Mancuso. 

“Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni – fa mettere a verbale Emanuele Mancuso il 10 dicembre scorso - è sempre stato con Michele Mancuso e con Luigi Mancuso.In realtà era cresciuto con Luigi Mancuso e, dopo l'arresto di quest'ultimo, era cresciuto con Michele. Quando Scarpuni è uscito dal carcere ha rotto con Michele, tanto che tutti pensavano che il tentato omicidio di “Scarpuni” era stato organizzato da Michele Mancuso”. In realtà, stando alle dichiarazioni dei pentiti, l’eliminazione del boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, primo cugino dell’omonimo Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, padre del collaboratore Emanuele, sarebbe stato pianificato dal clan dei Piscopisani, con l’aiuto di tre “traditori” all’interno della stessa “famiglia” Mancuso. 

Il ruolo del narcotrafficante Domenico Campisi. Tutto ha inizio con l’alleanza fra il narcotrafficante Domenico Campisi di Nicotera - broker della cocaina a sua volta alleato ai narcotrafficanti Vincenzo Barbieri e Franco Ventrici di San Calogero – e il clan dei Piscopisani. 

Sono i collaboratori di giustizia, Andrea Mantella, di Vibo Valentia, e Raffaele Moscato di Vibo Marina, quest’ultimo elemento di spicco dei Piscopisani, a spiegare che Domenico Campisi sarebbe stato al corrente del proposito omicida nei confronti di Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”. Mantella ha raccontato infatti agli inquirenti che sarebbe stato il suo braccio-destro Francesco Scrugli (poi ucciso nel marzo 2012 a Vibo Marina dal clan Patania di Stefanaconi alleato a Scarpuni) a riferirgli che in un’occasione Rosario Fiorillo, detto “Pulcino”, ritenuto elemento di spicco del clan di Piscopio, sarebbe andato ad incontrare Domenico Campisi a Nicoterachiedendo a quest’ultimo di insegnare ai Piscopisani qualche stradina secondaria capace di farli arrivare a Nicotera Marina per sorprendere “Scarpuni” e farlo fuori. 

I contrasti fra Campisi e i Mancuso. Dissidi vi sarebbero pertanto stati pertanto fra Domenico Campisi (storicamente organico al clan di Limbadi e Nicotera) ed i due cugini Mancuso (“Scarpuni” e “l’Ingegnere” che nel frattempo si erano riavvicinati dividendosi il territorio di Nicotera). I Piscopisani e Francesco Scrugli, dal canto loro, erano intenzionati ad eliminare “Scarpuni” – per come dichiarato sul punto anche dal pentito Raffaele Moscato -, allo scopo di avere mani libere sulle attività estorsive a Vibo. Secondo Andrea Mantella, da Longobardi a Vibo Marina passando per Portosalvo, a prendere i soldi delle estorsioni doveva essere il gruppo dei Piscopisani, mentre a Vibo-città e sino a Vibo-Pizzo il denaro l’avrebbe dovuto riscuotere lo stesso Andrea Mantellainsieme a Francesco Scrugli. A beneficiare della programmata morte di “Scarpuni”, secondo Mantella, sarebbero stati anche i Bonavota di Sant’Onofrio.

L'omicidio di Domenico Campisi. Nel giugno del 2011, però, Domenico Campisi viene ucciso a Nicotera Superiore lungo la strada provinciale. Secondo il pentito Raffaele Moscato, il figlio di Domenico Campisi, vale a dire Antonio Campisi, attribuiva la morte del padre a Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, ed il fatto che l’omicidio fosse stato compiuto a Nicotera superiore “confermava il coinvolgimento nel delitto anche del gruppo di Pantaleone Mancuso detto l’Ingegnere”, per come svelato pure dal pentito Arcangelo Furfaro di Gioia Tauro che ha diviso a Roma lo stesso appartamento con Domenic Signoretta di Ionadi, quest’ultimo ritenuto l’armiere ed il braccio-armato di Pantaleone Mancuso, detto “l’Ingegnere”, nonchè accusato da Furfaro dell'omicidio di Domenico Campisi unitamente a Giuseppe Mancuso (figlio dell'Ingegnere e fratello di Emanuele). Allo stato, comunque, è bene precisare che non risulta alcuna contestazione mossa ad alcuno per l'omicidio Campisi. 

Il tentato omicidio di Scarpuni. Ecco quindi l’alleanza fra il clan dei Piscopisani, il figlio del defunto Domenico Campisi e Salvatore Cuturello di Nicotera. ““Io, Francesco Scrugli e Rosario Battaglia – ha svelato Raffaele Moscato – incontrammo Antonio Campisi e Salvatore Cuturello nella scuola abbandonata dell’istituto Geometri dietro il Palazzettodello sport di Vibo Valentia. Abbiamo rubato un furgone a Lamezia per l’agguato a Scarpuni, abbiamo organizzato tutto e ci siamo appostati a Nicotera per portare a termine l’omicidio, ma Scarpuni quella sera non passò e tutto è poi saltato. Oltre a Campisi e Cuturello, con noi vi erano pure uomini dei Tripodi di Portosalvo che ci avevano garantito il loro sostegno per l’eliminazione di Scarpuni. Salvatore Cuturello doveva recuperare Antonio Campisi dopo l’azione di fuoco, io invece dovevo recuperare i killer di Piscopio per garantirgli una via di fuga dopo l’omicidio. Salvatore Cuturello disse a noi Piscopisani del suo odio, unitamente a quello di Antonio Campisi, nutrito nei confronti di Scarpuni, ed al tempo stesso ci informò di non dover temere alcuna reazione del gruppo Mancuso all’eliminazione del boss in quanto chi del clan Mancuso doveva sapere dell’omicidio di Scarpuni, già era stato avvertito”. Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, quella sera non passò però dal luogo scelto dai rivali per l’agguato ed il piano di morte saltò. Soprattutto saltò la sua decapitazione, atteso che Moscato ha raccontato della circostanza che Antonio Campisi aveva portato con sé un’accetta per decapitare Scarpuni e vendicare così l’omicidio del padre Domenico Campisi.

Le nuove dichiarazioni di Emanuele Mancuso. “Dalle dichiarazioni di Moscato e Mantella, che attribuivano il tentato omicidio di Scarpuni a Cuturello Salvatore ed a Campisi Antonio, tutti - spiega Emanuele Mancuso - restarono senza parole. Si è parlato molto in famigliadel fatto che quando 'Mbrogghia fosse uscito dal carcere, Cuturello non lo avrebbero più trovato, nel senso che sarebbe stato eliminato”. Salvatore Cuturelloè infatti il genero di Giuseppe Mancuso (cl. ’49), alias ‘Mbroghija”, il superboss in carcere dal 1997 per scontare una condanna a 30 anni di reclusione per associazione mafiosa, omicidio (l’eliminazione nel 1991 a Laureana di Vincenzo Chindamo dell’omonimo clan) e traffico internazionale di droga. “Anche se 'Mbrogghia e Scarpuni, cugini fra loro, non erano particolarmente legati – ha fatto mettere a verbale Emanuele Mancuso - il primo non avrebbe mai perdonato il gesto di convocare gente da fuori per l'uccisione di un parente e si sarebbe vendicato”.

La tentata pace alla presenza del boss Luigi Mancuso.“Poi ho visto un incontro tra Pino Gallone “Pizzicchjiu”, Luigi Mancuso, Francesca Mancuso e lo stesso Cuturello– spiega infine Emanuele Mancuso - per il chiarimento di questa vicenda. Io vi ho assistito perché stavo raccogliendo le olive sul terreno vicino al luogo dell’incontro, non ricordo se l’anno fosse il 2015 o il 2016”.Pino Gallone è il padre di Antonio Gallone, pregiudicato per stupefacenti ed indagato per essere sceso con unelicottero in piazza a Nicotera il giorno del suo matrimonio il 14 settembre del 2016. Ha sposato Aurora Spasari di Nicotera, a sua volta figliadell’impiegato dell’Etr di Vibo, Vincenzo Spasari finito al centro dell’inchiesta “Robin Hood” (che ha coinvolto anche il consigliere regionale Nazzareno Salerno) ed attualmente sotto processo. Francesca Mancuso è invece la figlia del boss Giuseppe Mancuso, detto “Mbrogghja”, sposata con Salvatore Cuturello.                       

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G. B.
Giornalista
Giuseppe Baglivo è stato collaboratore del quotidiano Calabria Ora dal settembre 2006 ad agosto 2007. Redattore e responsabile della cronaca giudiziaria del quotidiano Calabria Ora per la redazione di Vibo Valentia dal settembre 2007 ad ottobre 2009. Nello stesso periodo per il quotidiano Calabria Ora ha realizzato molteplici inchieste riguardanti l’intero territorio regionale. Da agosto 2010 ad oggi è collaboratore della Gazzetta del Sud, redazione di Vibo Valentia, con competenza in tutti i settori (sport escluso). Dal gennaio 2013 è corrispondente unico dell’Agi (Agenzia giornalistica Italia) per Vibo Valentia e provincia. Dal novembre 2015 al 29 dicembre 2016 è stato redattore e responsabile della cronaca nera e giudiziaria del quotidiano online calabrese Zoom24.it, giornale web che ha contribuito a far nascere. Nel gennaio 2011 dalla Fondazione dedicata a Giuseppe, “Pippo”, Fava (il giornalista ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984) ha ricevuto a Catania il Premio Nazionale “Giuseppe Fava” conferito ai giornalisti “particolarmente impegnati nella battaglia contro le mafie”. Specializzato in cronaca giudiziaria, nera e giornalismo d’inchiesta, ha seguito i più importanti processi contro la ‘ndrangheta, la corruzione nella pubblica amministrazione e la malasanità celebrati negli ultimi dieci anni in Calabria. Alcune sue inchieste giornalistiche hanno portato al commissariamento di diversi Comuni del Vibonese per infiltrazioni mafiose.

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