Moti di Reggio e massoneria, così la ‘ndrangheta ha conquistato il vero potere

VIDEO | Parla il procuratore Lombardo: «Nel ’70 fu cavalcata la rivolta per avere peso politico. Essenziali le relazioni con la massoneria, ma si sbaglia a criminalizzare quella regolare». Stilettata a certa stampa: «La disinformazione aiuta le cosche». E sulla Lombardia: «Crimine-Infinito? Si sa tutto da 40 anni»

di Consolato Minniti
28 aprile 2019
10:03
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Il pm Lombardo
Il pm Lombardo

«La ‘ndrangheta cavalca la disinformazione perché così mantiene inalterato il suo ruolo all’interno di un sistema criminale complesso, in cui chi conta davvero spesso non appare». La voce è ferma, come di consueto. Sulla cattedra solo una mappa di concetti da sviscerare e la consapevolezza di aver un obbligo imprescindibile: sintesi e chiarezza. Perché questa volta non ci sono giudici ad ascoltarlo, ma studenti e dottorandi desiderosi di conoscere quel lungo lavoro che lo ha visto protagonista assieme agli altri colleghi della Dda. Tocca al procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, tenere uno dei seminari organizzati nell’ambito dell’Economia della criminalità, all’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Ed è un messaggio molto simbolico quello che giunge dalle aule di Feo di Vito. Perché, oltre a concetti teorici da sempre esposti con grande professionalità dai docenti reggini, arriva anche il tempo dell’applicazione pratica. Ed in quelle aule riecheggiano i nomi che hanno scritto pagine di sangue e di potere mafioso: De Stefano e Piromalli su tutti.

Accolto dal direttore del Digies, Massimiliano Ferrara, e con l’introduzione del professore e magistrato Angelo Gaglioti, Lombardo è chiamato ad un profondo lavoro di sintesi per permettere agli studenti di comprendere quale sia l’attuale struttura organizzativa della ‘ndrangheta, così come ricostruita nei processi che la Dda reggina ha istruito negli ultimi anni. Lavoro non certo facile, vista l’enorme mole di lavoro prodotta dai magistrati del sesto piano del Cedir.

L’occasione è allora propizia per tornare su alcuni importanti temi che il procuratore aggiunto ha toccato in varie occasioni: moti di Reggio, rapporti con la massoneria, struttura verticistica e disinformazione.

I moti di Reggio e la ‘ndrangheta

Il primo grande tema è quello riguardante i Moti di Reggio Calabria. «In quel periodo l’organizzazione criminale assume un ruolo che va oltre gli ambiti originali di operatività – spiega Lombardo – e soprattutto capisce che, fra molte virgolette, ha peso politico». Il pm ammonisce: «Attenzione, non confondete il peso politico con la politica, perché ci siamo resi conto che, quando affrontiamo questo tema, veniamo spesso equivocati. Peso politico non significa che soggetti politici diventano parte dell’organizzazione, ma che essa comprende che può assumere un ruolo se determinati programmi incidono nelle decisioni degli organi centrali e periferici dello Stato». È per questo che la ‘ndrangheta, in quegli anni, diventa interlocutrice privilegiata, acquisendo grande rilievo. «Da una parte – prosegue il pm – cavalca quella che è la rivolta popolare, dall’altra registra per la prima volta una sorta di dialogo con ambienti che, tradizionalmente, dovrebbero essere chiusi al contatto con le mafie». È il momento in cui le cosche comprendono che, per fare un salto di qualità vero, occorre una profonda trasformazione che, però, non viene condivisa da tutti i capi dell’epoca. Lombardo ricorda agli studenti che al vertice vi era un triumvirato rappresentato da Mico Tripodo per la città di Reggio Calabria, Mommo Piromalli per la Piana di Gioia Tauro e Antonio Macrì per la Locride.

La relazioni massoniche

La frattura creatasi porta inevitabilmente allo scontro con la prima guerra di ‘ndrangheta, fra il 24 novembre del 1974 ed il 7 novembre de 1977. La ‘ndrangheta si trasforma per sempre con la cosiddetta “strage del Roof Garden”, struttura che, ancora oggi, a distanza di decenni, rappresenta un obbrobrio al centro della città, essendo un rudere inutilizzato. In quegli anni, invece, era un locale molto rinomato e la strage fu, per le vecchie gerarchie, «il tentativo disperato di mantenere la struttura criminale inalterata, ossia un sistema di potere con fortissimo radicamento territoriale, ma che non si apriva a situazioni che avrebbero potuto portare a contatti con mondi diversi, che potessero fare da cuscinetto». Il riferimento di Lombardo è ovviamente agli ambienti massonici. Ma con una precisazione: «Non bisogna criminalizzare la massoneria. Quando in ambienti criminali si parla di massoneria, s’intendono gruppi che hanno obiettivi diversi rispetto alla massoneria regolare. Non dobbiamo trascurare simili precisazioni – rimarca il magistrato – perché se vogliamo ottenere dei risultati dobbiamo essere chiari. Parliamo di una parte della massoneria che, nel rapporto con le organizzazioni criminali, diventa un sistema di potere penalmente sanzionabile». Il pm ricorda le polemiche del recente passato, quando i massoni regolari insorsero dopo le accuse di collusione con le organizzazioni criminali.

La struttura mafiosa in Lombardia

La lezione del “prof. Lombardo” prosegue seguendo la traccia storica della prima guerra di ‘ndrangheta che porta all’uccisione di Mico Tripodo nel carcere di Poggioreale. Eppure, Tripodo non era uno qualunque, ma il compare d’anello di Totò Riina. «E di certo – rimarca il pm – Riina non è che non potesse permettersi un compare d’anello, ma è significativo che fosse uno di Sambatello», proprio a ribadire lo stretto legame fra Cosa nostra e ‘ndrangheta. Sta di fatto che, grazie agli ottimi rapporti di Paolo De Stefano con Cutolo e la Nuova camorra organizzata, Tripodo fu fatto fuori. Del resto, «tutte queste componenti ‘ndranghetistiche, di cosa nostra e della camorra, governavano la Lombardia in una sorta di organismo unico di controllo di quella regione». E qui Lombardo tiene a fare una precisazione: «L’esistenza della Lombardia come struttura di ‘ndrangheta non è stata scoperta nel 2010 con l’operazione Crimine-Infinito, come potrete leggere in articoli di stampa di varia estrazione. Quella struttura esiste dai primi anni ’70, quando le famiglie più evolute del sistema criminale capiscono che o si rimane legati ad una realità territoriale particolarmente povere, o per gestire i grandi traffici bisogna spostarsi altrove». Così, Lombardo segnala «imprecisioni informative che, ove messe insieme, portano ad un risultato molto distante rispetto ad una ricostruzione corretta».

L’ascesa dei De Stefano e i rapporti esterni

Con l’uccisione di Mico Tripodo, dunque, «la famiglia De Stefano diventa quella più importante nel panorama ‘ndranghetistico mondiale. Talmente importante che Giorgio De Stefano, rimasto ferito nella strage del Roof Garden, diventa capo assoluto dell’organizzazione criminale». E qui arriva una ulteriore precisazione sulle acquisizioni investigative degli ultimi anni: «Emerge da subito una struttura verticistica, quindi ciò che noi facciamo negli ultimi 10 anni è solo una rilettura di acquisizioni che non erano state completate, cercando di scomporle e giungere a risposte più concrete». Il magistrato torna alla questione De Stefano. «Giorgio si sente onnipotente: controlla la Lombardia, ha rapporti con la Svizzera, con i canali di riciclaggio, controlla la Francia meridionale, dove c’è un fortissimo radicamento della ‘ndrangheta; apre canali di collegamento con l’Europa e il continente americano. Giorgio De Stefano, insomma, diventa un soggetto di grandissimo rilievo, essendo il terminale di tutte le relazioni irregolari: con ambienti politici collegati alla destra eversiva, con ambienti finanziari qualificati, con esponenti della Banda della Magliana, nonché con apparati massonici di altissimo livello. Diventa talmente potente – sottolinea Lombardo – che infatti viene ucciso il 7 novembre del 1977, in località Acqua del Gallo, quando lo invitano facendogli credere che sarebbe stato investito ufficialmente del suo ruolo apicale, ma in realtà viene ucciso».

La ‘ndrangheta non è orizzontale

Lombardo parla dei De Stefano e li definisce come la famiglia più potente nell’ambito ‘ndranghetistico. Poi si sofferma e fa una precisazione che si articola in un concetto più elaborato: «Attenti, la struttura della ‘ndrangheta non è orizzontale. Non è vero che tutte le famiglie sono tra loro uguali. Sono convinto che se andassimo a fare una ricerca su questo tema, tranne gli articoli legati agli ultimi anni, troveremmo una produzione giornalistica che perla di ‘ndrangheta orizzontale, che non c’è mai stata. Già dal 1898 la ‘ndrangheta aveva soggetti al suo vertice che, in base alle acquisizioni avute, significa che non tutti sono uguali. Nel 1899 c’è traccia di un processo celebrato davanti all’autorità giudiziaria di Palmi a carico di 317 persone, in cui già si spiega chi siano i soggetti di vertice e quelli di base. Ciò non ha proprio nulla di orizzontale. E lo abbiamo visto nell’evoluzione successiva, con il “processo dei 60” che ricostruisce ciò che avvenne nella prima guerra di mafia. Parliamo di 233 omicidi. Allora – rimarca Lombardo, rivolgendosi ai ragazzi – cancellate il dato dell’orizzontalità pura perché è un falso storico».

La disinformazione come strumento

Il magistrato non risparmia una dura critica anche a parte della stampa. «La ‘ndrangheta cavalca la disinformazione perché così mantiene inalterato il suo ruolo all’interno di un sistema criminale complesso in cui chi conta davvero spesso non appare».

La struttura

Si arriva così a delineare la struttura operativa della ‘ndrangheta che, a giudizio di Lombardo, appare diversa da Cosa nostra, e forse anche più evoluta. «Le cosche calabresi, grazie a questa organizzazione hanno evitato per molto tempo i problemi che i siciliani hanno dovuto affrontare nel maxi processo, quando Falcone e Borsellino provarono il cosiddetto “teorema Buscetta”, ossia che il vertice di Cosa nostra rispondeva di tutti i delitti eccellenti consumati dall’organizzazione, perché erano stati decisi dal vertice per raggiungere i propri obiettivi». La ‘ndrangheta, invece, aveva stabilito un funzionamento diverso «che apparentemente è meno efficace e moderno, ma in realtà lo è di più perché consente di ottenere due risultati: nessun automatismo giudiziario e occultamento dei soggetti di vertice. Pensiamo al modello gestionale usato dalla ‘ndrangheta nel processo “Il crimine”. C’è una sorta di organismo collegiale che non assume decisioni, ma si occupa di garantire il rispetto delle regole, mantenendo operativa la struttura criminale, pur senza prendere decisioni. Non vengono decisi omicidi, ma si stabilisce che, all’interno di una determinata struttura, molto ampia, ogni famiglia ha una sua autonomia decisionale per compiere alcuni delitti. È un modello particolarmente evoluto nella misura in cui trasmette la percezione che anche le piccole famiglie possono avere un ruolo autonomo. Ma facciamo attenzione: è solo una percezione, perché quello stesso organismo che si occupa di governare gli assetti organizzativi, ha anche poteri sanzionatori».

Da qui il concetto fondamentale di “governo” per la ‘ndrangheta: essa ha una struttura criminale che ha legami con i principali centri di potere anche esteri. «È un’oligarchia di grandi capi che non accetta alcun capo supremo, ma individua un ristrettissimo numero di soggetti, con una storia criminale di altissimo profilo che governa la ‘ndrangheta nel mondo».

Il resto è storia recente, prima con la seconda guerra di ‘ndrangheta e il processo “Olimpia”, poi con il processo “Meta” che pone in rilievo la struttura verticistica della ‘ndrangheta e la sua unitarietà, riprendendo quei concetti che furono cari a Falcone e Borsellino anche in Sicilia; infine con altri processi come “Gotha” che rappresenta la continuità giudiziaria e mette in risalto quelli che, nella ricostruzione della Dda, sono i soggetti apicali cui si faceva cenno all’inizio. Gli stessi che, nella struttura della mafia, devono rimanere invisibili senza mai apparire.

Consolato Minniti

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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