«Farai la fine di Falcone e Borsellino»: morto Siclari, fu l’autore delle minacce a Lombardo

Accertamenti tecnici e scientifici dimostrano che fu proprio l’imprenditore dei clan, scomparso pochi giorni fa, il responsabile delle intimidazioni al procuratore aggiunto di Reggio Calabria

di C. M.
sabato 28 luglio 2018
16:11
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Se n'è andato pochi giorni fa. In silenzio, senza troppi clamori. In un modo che ricorda molto la sua vita e quel "low profile" che ha scelto per dar corpo alle sue attività. Pietro Siclari è stato massimo interprete di quella categoria che si definisce "riservata". A tal punto da essere non facilmente individuabile nei suoi rapporti con 'ndranghetisti ed esponenti della borghesia cittadina. Ora che è morto, dai provvedimenti a suo carico emergono dettagli di rilievo, come, per esempio il fatto che fosse stato lui a inviare delle minacce al procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. A dimostrarlo gli accertamenti tecnici e scientifici eseguiti sugli scritti anonimi che negli anni sono stati indirizzati al magistrato.

 

Tutto inizia nel 2010. Lombardo lavora a una corposa inchiesta che mira a disarticolare una pericolosa organizzazione criminale dove si intrecciano gli affari di imprenditori, ‘ndrangheta e politica. Lo scopo è da un lato intimidirlo, dall’altro cercare di “manipolare” le indagini.

È il 25 gennaio del 2010. Come si evince dal provvedimento, risale a qualche giorno l’invito a comparire per un formale interrogatorio per il direttore di una banca presente in città e un operatore finanziario. Due giorni dopo quella convocazione viene intercettata la missiva minatoria indirizzata a Lombardo. All’interno un messaggio in stampatello e un proiettile calabro 12: «Stai attento dottorino a Reggio comandiamo noi non rompere le palle statti con il bambino se non vuoi fare la fine di Falcone e Borsellino».

 

Dopo alcuni mesi arriva una seconda lettera. 12 maggio 2010. Anche questa volta il messaggio è scritto in stampatello. «Sei un morto che cammina carne da macello bastardo hai i giorni contati ultimo avviso». Meno di due settimane prima, a Reggio Calabria, era finito in manette Giovanni Tegano, esponente apicale dell’omonimo clan.

 

Le minacce nei mesi successivi proseguono e sono sempre più inquietanti. La Dda sta lavorando al provvedimento di sequestro e di fermo a carico di Pasquale Rappoccio, imprenditore e storico braccio destro di Siclari. La data dell’esecuzione è prevista il 6 ottobre 2011. Ma qualcuno è già informato. Due giorni prima, il 4 ottobre viene rinvenuto nei parcheggi del palazzo che ospita procura e tribunale un ordigno esplosivo. Sopra c’è una foto di Lombardo. Dietro un messaggio. «È tutto pronto per la festa». Siclari in quel periodo si trovava in carcere a seguito dell’operazione Entourage. Ma il contesto in cui l’intimidazione del 4 ottobre è maturata sarebbe sempre direttamente riconducibile a lui, che dal carcere teneva contatti con i suoi uomini di fiducia.

 

Dalle indagini, poi, è emerso anche come, da un raffronto grafologico, proprio Siclari sarebbe l'autore di una missiva contenente una classica "soffiata", giunta tre giorni dopo l'esecuzione di un provvedimento di sequestro ed in prossimità dell'inchiesta Breakfast. Tutte circostanze che fanno propendere gli investigatori verso l'idea che l'imprenditore non fosse per nulla neutro rispetto a quella componente riservata oggi a processo, nell'inchiesta Gotha. Tuttavia quei segreti, quelle ragioni così oscure che hanno determinato l'imprenditore a scrivere di proprio pugno messaggi così rilevanti rimangono per ora sconosciute. Toccherà ai magistrati di Catanzaro, che indagano sulle minacce al procuratore Lombardo, provare a fornire una pista precisa per decifrare un contesto che sta sì emergendo in tutta la sua raffinatezza, ma che possiede ancora lati completamente oscuri sui quali occorre far luce.

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C. M.
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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