Gotha, il pentito Gennaro: «Dissi no all’affiliazione alla ‘ndrangheta»

Il retroscena raccontato in aula: voleva avere buoni rapporti con tutte le famiglie di Archi. Faceva affari, rapine, riciclaggio e scommesse

di C. M.
giovedì 7 febbraio 2019
07:46
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Cronaca
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«Io affiliato? No, grazie». Ci fu un “gran rifiuto” in passato, da parte di Mario Gennaro, oggi collaboratore di giustizia, ma all’epoca persona molto vicina alle più importanti cosche di ‘ndrangheta. Ha deposto ieri al processo “Gotha”, in cui risultano imputati coloro che sono accusati di essere al vertice della componente invisibile della ‘ndrangheta.

Gennaro ha dapprima parlato della divisione della zona di Santa Caterina, dopo la seconda guerra di ‘ndrangheta. Una suddivisione già resa nota da altri pentiti, ossia quella fra De Stefano-Tegano da una parte e Condello dall’altra. «I referenti - ha raccontato Gennaro - erano Murina ed i fratelli Michele e Roberto Franco per i De Stefano-Tegano, ed i fratelli Stillitano per i Condello». Il pentito si è poi soffermato sulla sua situazione personale: «Non sono mai stato affiliato formalmente ad alcuna cosca, né ho mai partecipato a riti di affiliazione. Non avevo alcuna carica di ‘ndrangheta». Insomma, era di Archi e per questo conosceva tutti. E tutti lo conoscevano. Conservava anche rapporti ottimi con entrambe le famiglie. Il pentito ha portato l’esempio di Schimizzi, Canzonieri, Cartisano e Domenico Condello “gingomma”: «Facevo affari con loro, dalle rapine al riciclaggio di denaro, passando per le sale giochi e scommesse». È però durante la detenzione a Reggio Calabria che arriva la proposta di entrare ufficialmente nella ‘ndrangheta. A fargliela è Michele Franco, all’epoca anche lui ristretto in cella. Gli offrì il classico “fiore”, ma Gennaro declinò, preferendo rimanere esterno e vicino a tutti quanti, piuttosto che intraneo.

Un passaggio Gennaro lo ha dedicato anche a Dominique Suraci, l’ex consigliere comunale finito nell’inchiesta su ‘ndrangheta e grande distribuzioni alimentare: «Non pagava la classica mazzetta, non c’era alcuna estorsione nei suoi confronti». Però si sarebbe impegnato affinché i suoi supermercati si rifornissero di pane, frutta ed altro, da ditte di ‘ndrangheta, o comunque assumessero persone imposte dalla criminalità organizzata.

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C. M.
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
Lacnews24.it
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