Ergastolo per il killer di Nicotera. I giudici: «Vendetta programmata con lucidità»

VIDEO | Le motivazioni della sentenza con la quale il 33enne Ciko Olivieri è stato condannato alla massima pena. Alla base dei delitti, la volontà di uccidere le persone che riteneva responsabili dell’assassinio di un fratello

di G. B.
3 settembre 2019
09:18
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Ciko Olivieri
Ciko Olivieri

Depositate dal gup del Tribunale di Vibo Valentia, Giovanni Garofalo, le motivazioni della sentenza con la quale – al termine di un processo celebrato con rito abbreviato – è stato condannato alla pena dell’ergastolo Francesco, detto Ciko, Olivieri, di 33 anni, di Nicotera, ritenuto responsabile dei gravissimi fatti di sangue avvenuti nel maggio del 2018 fra Nicotera e Limbadi. In particolare, l’imputato è stato condannato per l’omicidio, aggravato dalla premeditazione, di Michele Valerioti, ucciso l’11 maggio dello scorso anno a Nicotera con tre colpi di fucile.

La strategia di morte di Olivieri

Nei confronti di Giuseppa Mollese, sempre a Nicotera, è stato invece sparato un solo colpo di fucile che ha attinto la vittima alla regione mammaria destra, cagionandone anche in questo caso la morte. Tentato omicidio, aggravato dalla premeditazione, era poi l’accusa mossa a Francesco Olivieri per i due colpi di fucile esplosi a Limbadi nei confronti di Vincenzo Timpano (alias “Scarcella”) che ha però reagito prontamente riuscendo ad evitare i proiettili per poi scagliarsi contro il suo aggressore con una lastra di legno del separé del bar, mentre Francesco Olivieri era intento a ricaricare il fucile. Lesioni personali, aggravate dall’uso di un’arma - per l’esplosione di più colpi di fucile nel bar di Limbadi che per errore hanno ferito al polso destro (con proiettile ritenuto in sottocute e rimosso chirurgicamente) Pantaleone Timpano - era invece l’altra contestazione mossa nei confronti dell’imputato che doveva rispondere pure di lesioni personali aggravate per aver spinto con forza a terra Francesca Vardè (facendola cadere rovinosamente) in occasione dell’esplosione dei colpi di fucile all’indirizzo del marito Michele Valerioti (in foto).

La sentenza di condanna

In 16 pagine di sentenza, il giudice spiega il percorso logico-giuridico seguito per arrivare ad un verdetto di condanna. Al massimo della pena in questo caso, poiché si tratta di “plurimi delitti autonomamente punibili con la pena dell’ergastolo”, pur unificati dal vincolo della continuazione. Lo sconto di pena dovuto al rito abbreviato ha consentito in questo caso all’imputato di evitare solamente l’isolamento diurno in carcere, ma non il pagamento delle spese processuali e di custodia, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento alle parti civili.

Omicidi programmati nel dettaglio

Il giudice non ha riconosciuto alcuna incapacità processuale dell’imputato o di intendere e volere al momento della commissione dei fatti di sangue. Si tratta per il gup di omicidi programmati nei dettagli, con un «proposito criminale maturato nel tempo, irreversibile e non controllato o sedato». La documentazione medica presentata da Francesco Olivieri “appare datata e mai in passato lo stato patologico lamentato aveva dato luogo a episodi insidiosi o a misure limitative coatte, tanto che l’imputato si sottoponeva da anni in stato di libertà e senza apparenti problemi, ad adeguata ed efficace terapia di controllo”. La ricaduta in uno stato psicologico alterato, è stata quindi accertata “solo in data successiva” al raid omicida di Nicotera e Limbadi, il che fa “ritenere – scrive il giudice in sentenza – che l’imputato subisca in carcere un trattamento farmacologico rivedibile in quanto non del tutto adeguato, oppure che lo stesso imputato accentui deliberatamente, simulandolo, uno stato patologico psichiatrico assai meno complicato”.

«Una persona rancorosa»

L’imputato – “nonostante la sua piena confessione” – per il giudice non appare meritevole della concessione delle circostanze attenuanti generiche, attesa “l’altissima gravità dei fatti in contestazione”, con Francesco Olivieri descritto come «persona rancorosa, vendicativa e priva di scrupoli, incline a metodi sbrigativi e violenti onde risolvere ordinarie conflittualità e contrarietà interpersonali, adusa alle armi che agevolmente riesce a procurarsi da canali illeciti, accecato da un’inarrestabile vendicatività e animosità nei confronti di vari soggetti e per i motivi più disparati che lo hanno determinato contro tutti i soggetti ritenuti ostili e presi di mira come Vincenzo e Pantaleone Timpano, il medico Francesco Pagano, che ebbe in cura il fratello, altri soggetti coinvolti in affari loschi e ritenuti delatori». Francesco Olivieri, ad avviso del giudice, riteneva «Giuseppa Mollese e Michele Valerioti, rispettivamente nelle qualità di mandante e partecipe, coinvolti nell’uccisione del fratello Mario risalente al 1997». Secondo Francesco Olivieri, inoltre, Giuseppa Mollese avrebbe invece ritenuto Mario Olivieri «l’assassino del proprio figlio Ignazio, ucciso nel 1995 e che sarebbe stato, nella confusa ricostruzione di Francesco Olivieri – rimarca il giudice – importatore di droga dalla Colombia per ingenti quantità».

La vendetta per l’uccisione del fratello

L’imputato ha anche rivendicato di aver «lasciato in vita una persona, il marito di Giuseppina Mollese (tale Gaglianò) affinchè potesse ancora raccontare le sue gesta e confermare la sua versione circa la trama ordita ai danni del fratello Mario e così narrare la sua vendetta». Alla base del raid omicida, la volontà di Francesco Olivieri «di vendicarsi di tutti coloro che riteneva gli avessero assassinato un fratello». Secondo il giudice, nel mirino di Francesco Olivieri sarebbe finito anche “Fortunato Galati, ritenuto partecipe dell’imboscata tesa al fratello Mario Olivieri”, un’altra persona “di spessore” di cui Olivieri non rivelava il nome “desistendo sol perché aveva appreso, con soddisfazione, che era già gravemente malata”, oltre ad un altro soggetto “di uguale spessore, reo di averlo in passato accusato ingiustamente di un furto e che gli aveva anche fratturato un dito”. Nel darsi alla fuga dopo la prima sparatoria nel bar di Limbadi, Cicko Olivieri ha anche ammesso di aver sparato pure in direzione “del negozio di abbigliamento Il Capriccio perché il suo proprietario gli era antipatico” e poi anche di aver esploso colpi di fucile all’indirizzo dell’auto di «Nicola Taccone, accusandolo di abusare della zona antistante la propria abitazione tenuta in disordine e su cui parcheggiava l’auto in malo modo».

L’agguato a Francesco Timpano

Nel mirino di Francesco Olivieri anche Francesco Timpano di Limbadi (poi ucciso il 12 agosto dello scorso anno in spiaggia a Nicotera da Giuseppe Olivieri, fratello di Francesco), non trovato al momento del raid omicida. Per tale motivo, l’imputato ha prima esploso colpi di fucile all’indirizzo dell’abitazione di Francesco Timpano e poi sparato la sua auto. In precedenza si è recato anche in un autolavaggio per sparare l’auto del figlio di Francesco Timpano, anche se in tale proposito era stato dissuaso “dal titolare dell’autolavaggio che l’aveva sviato dall’intento”. Francesco Olivieri ha quindi confessato di aver premeditato la vendetta omicida insieme al proprio fratello Alessandro, deceduto per cause naturali nel 2016. 

Tutta la confessione di Francesco Olivieri riguardo alla ricostruzione delle varie fasi esecutive del raid omicida ha trovato per il giudice ampio riscontro dalla visione delle immagini estrapolate da alcuni impianti di videosorveglianza, oltre che da diverse testimonianze, le quali hanno riconosciuto senza ombra di dubbio l’imputato come l’autore delle sparatorie. Le parti civili sono state tutte rappresentate dall’avvocato Maria Concetta Marrella, mentre Francesco Olivieri era difeso dall’avvocato Francesco Capria il quale ha però rinunciato al mandato dopo che l’imputato ha dato in escandescenze in Tribunale a Vibo prima della sentenza, finendo per insultare il pm Concettina Iannazzo ed il giudice. Attualmente per la fase d’appello, Francesco Olivieri, è assistito dall’avvocato Francesco Schimio.

 

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G. B.
Giornalista
Giuseppe Baglivo è stato collaboratore del quotidiano Calabria Ora dal settembre 2006 ad agosto 2007. Redattore e responsabile della cronaca giudiziaria del quotidiano Calabria Ora per la redazione di Vibo Valentia dal settembre 2007 ad ottobre 2009. Nello stesso periodo per il quotidiano Calabria Ora ha realizzato molteplici inchieste riguardanti l’intero territorio regionale. Da agosto 2010 ad oggi è collaboratore della Gazzetta del Sud, redazione di Vibo Valentia, con competenza in tutti i settori (sport escluso). Dal gennaio 2013 è corrispondente unico dell’Agi (Agenzia giornalistica Italia) per Vibo Valentia e provincia. Dal novembre 2015 al 29 dicembre 2016 è stato redattore e responsabile della cronaca nera e giudiziaria del quotidiano online calabrese Zoom24.it, giornale web che ha contribuito a far nascere. Nel gennaio 2011 dalla Fondazione dedicata a Giuseppe, “Pippo”, Fava (il giornalista ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984) ha ricevuto a Catania il Premio Nazionale “Giuseppe Fava” conferito ai giornalisti “particolarmente impegnati nella battaglia contro le mafie”. Specializzato in cronaca giudiziaria, nera e giornalismo d’inchiesta, ha seguito i più importanti processi contro la ‘ndrangheta, la corruzione nella pubblica amministrazione e la malasanità celebrati negli ultimi dieci anni in Calabria. Alcune sue inchieste giornalistiche hanno portato al commissariamento di diversi Comuni del Vibonese per infiltrazioni mafiose.
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