Coca, ‘ndrangheta e nuova malavita romana. I collegamenti con il clan di Rosarno

L’operazione Re Mida condotta dalla Guardia di finanza fa risaltare la figura di Costantino Sgambati, personaggio emergente nel panorama criminale romano e i suoi rapporti con la cosca reggina

di Redazione
martedì 21 maggio 2019
12:45
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Guardia di finanza
Guardia di finanza

Ruota attorno alla figura di Costantino Sgambati, 42 anni, personaggio ritenuto 'emergente' nel panorama criminale romano l'ultima operazione della Guardia di finanza che ha eseguito un'ordinanza cautelare in carcere per 18 persone per traffico di droga. Secondo gli investigatori delle Fiamme Gialle, Sgambati, considerato il capo di un sodalizio ben radicato nel quartiere di Montespaccato, vantava a sua volta collegamenti con esponenti di stampo mafioso, rispetto alle quali era divenuto un importante canale di distribuzione di droga. A dimostrarlo sarebbero numerosi contatti con elementi della cosca calabrese “Bellocco” di Rosarno, come dichiarato da due collaboratori di giustizia, e con il pregiudicato Renato De Giorgi, 51enne di origini brindisine, vicino al clan “Coluccia”, articolazione territoriale della Sacra Corona Unita egemone in provincia di Lecce.

Il sequestro di un vero e proprio arsenale

La caratura criminale di Sgambati è testimoniata dal sequestro, eseguito dalle Fiamme Gialle nel mese di marzo 2016 in una via del quartiere di Montespaccato, di un vero e proprio “arsenale bellico”, riferibile alla 'ndrangheta, individuato dopo alcuni giorni di pedinamento di Daniele Mezzatesta (di 41 anni), ritenuto suo uomo di fiducia. In quell’occasione erano state rinvenute 20 armi da fuoco (tra cui kalashnikov, fucili a canne mozze e a pompa, mitragliatori Skorpion e silenziatori), 6 kg di esplosivo ad alto potenziale, 5 detonatori e un giubbotto antiproiettile, nonché circa 73 kg di cocaina e 140 kg di hashish. Le indagini, che si sono protratte per lungo tempo al fine di ricostruire la struttura del sodalizio, hanno portato all'identificazione di altri associati, come Ugo Di Giovanni, Andrea Sgambati, fratello di Costantino, Stefano Bruno, Marco Fanelli, Davide Scognamiglio e Mattia Sigismondi, cui il 'dominus' aveva affidato il compito di gestire le aree di spaccio, trasportare e custodire il narcotico, recuperare i crediti insoluti a fronte di pregresse cessioni di stupefacente. Stando a quanto emerso dalle indagini, Sgambati avrebbe esercitato nei confronti dei sodali un potere “dispotico”, ricorrendo a gravi minacce e atti violenti in caso di scarsa “produttività” della piazza di spaccio di rispettiva competenza ovvero nell’ipotesi di ammanchi di denaro dalla “cassa comune”.

La fornitura di droga

La complessa rete di connivenze creata dal capo clan ha poi portato all’individuazione di altri soggetti, anche loro raggiunti da provvedimenti restrittivo, in parte già legati a fatti di cronaca, che, pur non essendo organici all’associazione, erano ad essa legati da stabili rapporti di fornitura di droga. Si tratta di Dorian Petoku (già arrestato dal Gico, lo scorso gennaio, nell’ambito dell’operazione “Brasile low cost” per il tentativo di importazione dal Sud America di oltre mille chili di cocaina, perpetrato in concorso con Salvatore Casamonica), Marco Turchetta (figura di spicco tra gli ultrà della Lazio), Davide De Gregori, e poi Luca Carovillano, Luca Francesco Viglietta, Francesco Giglio, Nicola Macrì e Emanuele Borgese. Manca all'appello un'altra persona ancora ricercata.

 

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