«Dopo l’arresto di Riina a comandare Cosa nostra era Bagarella, non Provenzano»

‘Ndrangheta stragista, le rivelazioni del pentito Calvaruso: «Portavamo dei soldi a Binnu ma non decideva nulla. Anche Messina Denaro era un gradino più giù».

di Consolato Minniti
8 giugno 2018
12:07
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Leoluca Bagarella
Leoluca Bagarella

«Provenzano? Non era lui a comandare “Cosa nostra” dopo l’arresto di Totò Riina. A detenere il potere era Leoluca Bagarella». Lo afferma il pentito Tony Calvaruso al processo ‘Ndrangheta stragista, in corso al Tribunale di Reggio Calabria. L’ex braccio destro di Bagarella, che ha iniziato a collaborare con la giustizia nei primi giorni del 1996 («Non mi rivedevo più in Cosa nostra»), si trovava libero nel periodo delle stragi continentali. Era lui l’uomo di fiducia di uno dei più importanti boss della mafia siciliana. Era infatti l’unico che conosceva l’abitazione di Bagarella. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo, Calvaruso ha spiegato con chiarezza che le dinamiche interne alla criminalità organizzata siciliana erano diverse da quelle delineate dalle cronache dell’epoca. «Dopo l’arresto di Riina a comandare era Bagarella. Provenzano è stato accantonato perché non voleva si commettessero una serie di omicidi, mentre Bagarella aveva una lista infinita. Lo andavamo a trovare, gli portavamo dei soldi mensilmente, ma Bagarella non lo lasciava decidere. Neppure Messina Denaro, non se ne parlava proprio. Era sotto Bagarella».

Il nuovo corso di Bagarella

Dopo l’arresto dei Graviano, molte cose cambiarono all’interno di Cosa nostra con la gestione esclusiva di Bagarella. Calvaruso narra che a capo del mandamento di Brancaccio fu posto Nino Mangano, contravvenendo a quella che era la regola che voleva Graviano ancora a comandare seppur dal carcere. «Se ne fregò dei Graviano», spiega Calvaruso, affermando pure che «dopo il loro arresto, Bagarella non era per nulla dispiaciuto perché affermava che invece di stare a Palermo andavano a divertirsi a Milano. Non li vedeva di buon occhio».

Il doppio gruppo di fuoco

Questo nuovo corso portò anche alla costituzione di due gruppi di fuoco a Brancaccio. Uno composto dagli uomini fedeli ai Graviano, ed un altro piccolo gruppo composto da Mangano, Gaspare Spatuzza e Cosimo Lo Nigro. «Loro sostanzialmente erano dei traditori. Questo non poteva essere reso pubblico, quindi gli altri componenti del gruppo di fuoco di Brancaccio, quando succedeva un omicidio, non sapevano che a quel fatto avessero partecipato Mangano, Spatuzza e Lo Nigro. Questo è stato possibile perché Bagarella era quello che comandava Cosa nostra».

Le critiche a Bagarella

Erano in molti a criticare le decisioni di Bagarella. «Incontrai personaggi come Brusca e Messina Denaro e mi dicevano “Tony ma che sta facendo lo zio Franco?”. Bagarella voleva mettere tutti contro tutti e non era visto bene da molti uomini di Cosa nostra, non condividevano il suo modo di fare». Ed infatti Bagarella non era per nulla tranquillo: «Camminava con il borsone delle armi in auto, negli appuntamenti entravo prima io. Aveva capito, però, che aveva oltrepassato la linea di confine. Continuava a dare ordini, ma con maggiore accortezza». E tuttavia, nel corso delle riunioni, nessuno manifestò nulla contro di lui.

Calvaruso e i calabresi

Non ricorda molto dei rapporti fra siciliani e calabresi, il pentito Calvaruso. «Ricordo che i Graviano portarono delle persone al villaggio Euromare che erano calabresi e lì se ne occuparono i Graviano. Lì vidi questo interesse da parte loro nel gestire questi ragazzi che erano tutti feriti». Un altro episodio riguarda invece un incontro che si ebbe fra la fine del 1993 e gli inizi del 1994. «È capitato che Bagarella parlasse con Mangano dell’incontro di un calabrese con Giuseppe Graviano».

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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