Disastro ambientale dell'area Marlane: la cessione dei terreni una 'beffa' ai cittadini

I terreni vennero acquistati dal Comune di Praia a Mare nel settembre del 2015, dopo una breve trattativa con i Marzotto. Qualche giorno prima l'ente aveva annunciato di ritirare la costituzione di parte civile nel processo d'Appello

di Francesca  Lagatta
lunedì 3 settembre 2018
18:38
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All'alba del nuovo processo Marlane, diversi aspetti della vicenda meritano un doveroso approfondimento. Tutti gli imputati, sia nel primo grado di giudizio che in Corte d'appello, sono stati prosciolti da ogni accusa, mentre per altri capi di imputazione è sopraggiunta la prescrizione. I 12 ex manager erano imputati, a vario titolo, di omicidio colposo plurimo, lesioni gravissime e disastro ambientale. Proprio l’assoluzione da quest’ultimo reato ha creato maggiore confusione, infondendo la convinzione generale che il disastro ambientale sia stata una “invenzione” dell’accusa. Niente affatto. I giudici hanno assolto gli imputati perché il disastro ambientale, documentato in lungo e in largo, non può essere riconducibile alla condotta degli indagati.

 

Stando alla fitta documentazione prodotta in anni e anni di indagini, i cittadini praiesi sarebbero stati “beffati” dalla transazione avvenuta tra la famiglia Marzotto, proprietaria dell’azienda Marlane dall’86 dopo Eni, e il Comune di Praia a Mare in merito alla cessione dei terreni. La compravendita riguarderebbe l'area maggiormente interessata dal disastro ambientale.

L'inquinamento è comprovato da numerose perizie e tutt’ora risulta essere un pericolo per le popolazioni di Praia a Mare e Tortora, soprattutto in alcune condizioni meteo particolari, e l’area di circa 25mila mq in cui sono presenti ancora oggi le sostanze e rifiuti ritenuti pericolosi è quasi interamente circoscritta nell’area oggetto della transazione che ha visto protagonisti la famiglia di imprenditori e l'ente comunale della città dell'isola Dino. Le consulenze hanno rilevato che le sostanze tossico-nocive e cancerogene sono presenti e possono percolare nella falda acquifera e quindi in mare. In sostanza, la Marzotto ha ceduto in transazione al Comune di Praia a Mare un’area che va bonificata e per farlo occorreranno milioni e milioni di euro.

I fatti

Ma cosa si nasconderebbe in quei terreni? Perché la mancata bonifica rappresenterebbe un ulteriore pericolo per i cittadini?

Per capirlo è necessario partire dal principio e cioè dal 30 ottobre del 2006.

In quella data, alla vigilia di quello che sarebbe diventato un lungo e controverso processo, vengono effettuati per la prima volta da parte dell’ Arpacal di Cosenza 3 scassi nelle zone dell’area antistante l’ex fabbrica Marlane, ricadente nel comune Praia a Mare, a pochi passi dal confine con Tortora. In alcune zone vengono prelevati dei campioni di terreno (6 aliquote), le cui analisi rivelano una concentrazione di parametri di CromoVI, cromo VIII, piombo, rame, di gran lunga superiori ai valori limite previste dalla normativa vigente in materia.

 

Negli stessi punti di scavo, sino ad una profondità di 4 mt, vengono rinvenuti decine di coperchi in ferro di fusti da 2 quintali, coperchi in plastica di fusti di minori dimensioni, alcuni fusti e contenitori vuoti con scritto sostanza chimica, sacchi di plastica di zolfato di sodio, diverse quantità di filati, materiale ferroso, plastico costituito anche da migliaia di tronchetti conici utilizzati per l’avvolgimento dei filati, fanghi di varia colorazione dal nero al grigio al marrone intenso, una serie di canalizzazioni sotterranee di cui se ne disconosce l’origine, l’uscita e la loro frazione posizionate in direzione est/ovest. Sul lato sud-ovest dell’aerea, invece, risulta interrata una enorme quantità di lana di vetro coibentante la vecchia copertura dello stabilimento.

 

Il 27,28 e 29 novembre dell’anno successivo vengono effettuate indagini ambientali nell’ aerea da parte della prof.ssa Rosanna De Rosa,  CT  del PM, con 35 campionamenti di di terreno  e 7 campionamenti di acqua di falda.

Per i campionamenti e reperti effettuati su alcuni punti (10 scassi poi ricoperti) ben individuati, la consulente ha analiticamente indicato e riportato i parametri, di gran lunga superiori ai valori limite previsti dalla normativa vigente, di sostanze tossico nocive cancerogene che riferisce di una quantità tale di coloranti azoici interrati per le colorazioni dei tessuti da essere rivenduta. “Una superficie di terreno fondamentalmente costituita dal colorante in parola – scrive nella relazione -. La facilità con la quale può essere estratto dalla matrice, e purificata, potrebbe suggerire, in un’operazione di bonifica, il suo recupero e la sua commercializzazione ”.

Il disastro ambientale

Dieci anni più tardi, con la sentenza del 25 settembre 2017, a pag. 23 e 24, si riconosce definitivamente il disastro ambientale. Per arrivare al verdetto il tribunale ha conferito una ampio mandato ad un nutrito collegio peritale, formato da un professore universitario di igiene (Triassi), da uno specialista medico patologo (Retta), da un epidemiologo (Gamba), da uno specialista di medicina intera (Paludi), affiancando loro come ausiliario un esperto chimico (Mayol). [IN FONDO LE FOTO DELLA PERIZIA].

 

Il complesso elaborato tecnico, depositato dai quattro periti, si conclude in questi termini: "Sono state individuate grandi quantità di 2-Methyl4-ntethaxibenzenamina, sostanza tossica e irritante, sepolta nel terreno, che può interagire sulla popolazione circostante in seguito a variazioni climatiche (vento, dilavazione del terreno superficiale ecc.), e che in un eventuale  processo di combustione sviluppa nox (ossidi nitrosi), sostanze capaci di interagire in ambiente sviluppando sostanze altamente irritanti a livello di cute e vie respiratorie per la popolazione e nocive per l'ambiente circostante. L'elevata quantità di 2.Nleihy/-4-meihoxibenzenamine indica una sistematica attività di riversaggio di tali scarti nell'ambiente circostante. Riteniamo pertanto di poter affermare che vi è stato un disastro ambientale per lo sversamento continuo e costante di sostanza tossica e irritante”.

 

L'esperto chimico Luciano Mayol, a sua volta fornisce ai periti precise indicazioni (debitamente riportate nell'elaborato consulenziale), rilevando che la Marlane faceva largo uso di sostanze chimiche di elevata pericolosità, da agenti irritanti o ustionanti, fino a macerie prime carcinogene, allegando un elenco dettagliato, tra cui spicca il Cromo VI o Sodio bicromato, comunemente denominato anche cromo e.ts.a_valente (Cr6+), utilizzato nelle industrie tessili per il fissaggio del colore, in quanto in grado di stabilire legami molto forti col colorante, e dal potente potere ossidante.

Altre sostanze tossiche vengono identificate dal chimico nel Tricloroetilene (o Trielina), sostanza adoperata nelle fasi di filatura, tessitura, lavaggio e pulizia, nell' Ortofenilfenolo, sostanza utilizzata come pesticida, fungicida e antibatterico, nell'Idrosillammina, in coloranti antrachinonici (rischio di cancro al polmone) e in vari coloranti azoici, sostanze in grado di generare ammine aromatiche, cancerogene, soprattutto in ambienti acidi, e altamente nocive nel caso di sversamento in natura.

In dibattimento, i periti hanno sostanzialmente confermato il proprio orientamento. Il dr. Paludi, ad esempio, ha ripercorso i risultati della propria analisi peritale, ribadendo che"...se viene movimentato il terreno, se c'è un vento particolarmente forte se c'è una dilatazione del terreno superficiale, per cui viene portata su, una quantità di polvere che si trova più giù... anche attività umane, per esempio, la movimentazione della terra, se uno va con un trattore, se uno va con una pala meccanica e mette in movimento, porta in superficie la Sostanza che è presente sotto... Se è una giornata particolarmente ventosa, questa sostanza si diffonde in modo abbastanza elevato".

 

Anche la dottoressa Triassi ha confermato il rischio per la popolazione. Sia Paludi che Triassi hanno sottolineato come in caso di incendio (anche ad una temperatura di poco superiore ai 100/200 gradì), si manifesterebbe il rischio di diffusione della sostanza nei territorio, creando concreto pericolo per la popolazione.

 

I dati della analisi richieste dalla prof.ssa De Rosa sono state confermate dalle analisi svolte dalla d.ssa Rosaria Chiappetta, dirigente chimico presso il laboratorio dell'ARPACAL, la quale ha rilevato evidenti anomalie nei campioni 2514 e 2515, con forti superamenti dei limiti (fino a quattro volte) per il cromo 6 e del cromo totale. Il campione 2514 manifesta quantità di cromo dieci volte superiore al limite normale e di cromo esavalente in quantità superiore del quadruplo, rispetto a quello consentito, per le aree residenziali.

Il dr. Giacomino Brancati, invece, viene incaricato dal PM di effettuare lo studio successivo. Utilizzando il software ReasoneblelVlaximum Exposure (ROME), ha concluso per l'esistenza di un indice rischio (Hazard Index) 'non accettabile' per i bambini residenti che abitano nelle aree residenziali di Tortora Marina e di Praia a Mare, a ridosso dello stabilimento, in relazione a diversi fattori contaminati, tra cui Arsenico, Cromo VI, Mercurio, Piombo, Nichel e Vanadio e non accettabile negli adulti residenti per Arsenico e Mercurio dal suolo superficiale e l'I-II per Mercurio dal suolo profondo e dalla falda, oltre ad un rischio non accettabile per la risorsa idrica sotterranea, in relazione praticamente a quasi tutti i metalli pesanti rinvenuti.

Il parere delle parti private

Ma vi sono anche contributi di esperti nominati dalle parti private, che si segnalano per la loro particolare autorevolezza.

Edoardo Bai, medico del lavoro, esperto degli effetti dei coloranti sulla salute dei lavoratori, autore di pubblicazioni specifiche in materia, e nella collaborazione alla stesura di circolari ministeriali in materia, ha affermato di concordare perfettamente con la perizia: "C'è stato un seppellimento di rifiuti e quindi, secondo me, non c'è dubbio che c'è pericolo perché le sostanze di cui ho visto sono coloranti azotati, cromo esavalente, tricloroetilena , ammine, pcb, mercurio, cioè sono sostanze tossiche, pericolose e in parte cancerogene...".

Il prof. Mario V. Russo, ordinario di chimica analitica presso L'Università degli studi del Molise, esperto nominato dal comune di Praia a Mare, riprendendo i risultati della perizia d'ufficio e delle analisi sul campione Z-4-2 effettuati dalla prof. De Rosa, ha concluso nel senso che "è possibile concludere senta timore di smentita che il composto A (CAS 102-50-1, 2-metil-4-metossibenzennamina) impiegato come intermedio nella sintesi dei coloranti azoici o per altri usi industriali è stato rinvenuto sepolto nel terreno antistante l'impianto produttivo Marlane di Praia a Mare”.

Sempre secondo il medesimo contributo, vi è un altro colorante azoico non censito, a cui corrisponde una formula bruta C,41-1,N403 e un peso molecolare di 286.286, rinvenuto in quantità abnormi nel campione Z-4-2 e in quantità significative in molti campioni quali L1,1 T21, Z-4-1, WA2. WA1. Si tratta, secondo i periti d'ufficio, di un colorante azoico rinvenuto in quantità definita "impressionante" nei reperti analizzati.

I coloranti azoici sono da tempo ritenuti estremamente pericolosi, perché in ambiente acido liberano, sotto reazione di idrolisi, ammine aromatiche, la cui cancerogenicità - spiega a sua volta il prof. Mayol nell'elaborato fatto proprio dai periti d'ufficio - è "ben nota sin dal 1953".

A ciò va aggiunta la riscontrata presenza in concentrazioni altissime nel suolo di cinque classi di metalli pesanti, per le loro caratteristiche non degradabili in forme non tossiche e nocivi per la salute umana: mercurio, piombo, cadrnio, cromo, arsenico. Si tratta di elementi che possono essere solo trasportati da una sede all'altra (dal suolo all'aria, ad esempio) o assorbiti in materiale particolato sospeso che si rivelano molto pericolosi quando legati a brevi catene di atomi di carbonio e che si caratterizzano ulteriormente per il fenomeno della biornagnificazione: la loro concentrazione aumenta progressivamente nel passaggio attraverso i diversi anelli di una catena ecologica alimentare.

Non ultimo, è da rilevare anche la riscontrata presenza di amianto, rinvenuto sotto forma di crisotilo nei campioni Z-2-3 e 7.-4-4, come fibre di crocidolite nel campione L4. 

Il nuovo processo

Nel frattempo si è incardinato nuovo processo penale a carico di sette ex dirigenti della Marzotto, per il quale la Procura di Paola ha richiesto l’incidente probatorio al fine di redigere un’ulteriore perizia. L’incidente probatorio è stato ammesso dal Gip e le operazioni peritali sul posto inizieranno il prossimo 5 settembre.

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Francesca  Lagatta
Giornalista
Francesca Lagatta è nata a Praia a Mare l’11 aprile del 1985. Dopo molteplici esperienze con la stampa locale, nel 2011 approda dapprima ad Hi Tech Paper del giornalista Leonardo Lasala, poi ad Alganews, il quotidiano on line diretto dal giornalista Rai Lucio Giordano. È in questo periodo che si forma come giornalista di inchiesta. Nel 2014 è nella redazione calabrese di Notìa, poi è la volta de L’Ora siamo Noi, La Provincia di Cosenza e una piccola parentesi televisiva nel programma Perfidia, al fianco della giornalista Antonella Grippo. Scrive ancora per Identità Insorgenti, L’Ora di Palermo, Echi dal Golfo, Diogene Moderno. Nel 2015 sottoscrive un contratto con l’agenzia Kika Media Press, scrive di cronaca su La Spia Press e di inchiesta su La Spia, il portale del giornalista Paolo Borrometi. Successivamente diventa inviata e addetta di Rete L’Abuso, il più grande osservatorio nazionale di crimini commessi in ambienti clericali, collabora per un breve periodo per Radio Siani e poi viene ingaggiata come corrispondente per Cronache delle Calabrie, diretto da Paolo Guzzanti. Nel giugno del 2017 fonda una agenzia pubblicitaria, la Famnews & Com, e diventa direttrice responsabile della nuova testata giornalistica calabrese di inchiesta La Lince. A gennaio 2018 i suoi articoli vengono pubblicati sul settimanale statunitense Harbor News, mentre qualche mese più tardi è il giornale italo canadese Grandangolare ad annoverarla tra i suoi collaboratori. Sulle riviste nazionali ha firmato per i settimanali Cronaca in diretta e Tutto. Dall’agosto del 2018 è corrispondente per LaC News24.   Dal luglio del 2017 compare nell’elenco nazionale dei giornalisti minacciati stilato dall’autorevole sito Ossigeno per L’informazione. Nella sua breve carriera ha già ricevuto cinque premi per le sue inchieste giornalistiche, assegnati da tre diverse regioni del sud Italia: Sicilia, Calabria e Basilicata. Si occupa in prevalenza di 'ndrangheta, sanità, massoneria, politica, pedofilia e corruzione, ma il suo tarlo è la denuncia sociale.
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