Gioia Tauro, la Cassazione restituisce tutti i beni agli imprenditori Raso

La Suprema Corte accoglie il ricorso dei difensori. Armando Raso ed i suoi congiunti erano accusati a vario titolo del reato di intestazione fittizia aggravata dall'aver agevolato la 'ndrangheta nell'ambito dell'operazione "Ammitt" condotta dalle Dda di Firenze e Reggio Calabria

di Redazione
31 maggio 2018
10:47
10 condivisioni

Si conclude con una perentoria statuizione di annullamento senza rinvio, pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione, la lunga, complessa e delicata vicenda che ha visto coinvolto Armando Raso, 44 anni, di Gioia Tauro ed il suo intero gruppo familiare, moglie, fratello, cognata e padre, tutti imprenditori. Un'autentica "odissea giudiziaria". Al Raso, difeso dagli avvocati Andrea Alvaro e Francesco Gambardella, veniva contestato di avere posto in essere plurime intestazioni fittizie di beni e società di rilevante valore, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali. Reati aggravati dalla finalità mafiosa.


Il Raso, ed il fratello Gioacchino, vennero tratti in arresto e reclusi in carcere per un anno. Agli arresti domiciliari vennero posti invece la moglie del Raso, la cognata ed il padre. In quell'occasione venne disposto il sequestro preventivo dei beni riconducibili ai Raso, valutati quasi 50 milioni di euro. L'operazione denominata "Ammitt" fu coordinata dalle Procure Antimafia di Firenze e Reggio Calabria e portò al sequestro di numerose società del settore immobiliare, alcune in Toscana, di due case di cura e di riabilitazione, una a Gizzeria ed un'altra a Catanzaro, oltre che di sei autoveicoli, alcuni di grossa cilindrata, e di numerosi rapporti finanziari personali ed aziendali. In primo grado gli imputati furono tutti condannati dal Gup, presso il Tribunale di Catanzaro. Ad Armando Raso venne comminata la pena di tre anni, un mese e dieci giorni di reclusione.Parallelamente il Tribunale di Prevenzione di Reggio Calabria sottopose il medesimo compendio immobiliare a sequestro, finalizzato alla confisca, e successivamente, emise decreto di confisca di tutti i beni in sequestro ed applicò ad Armando Raso la misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni.


L'operazione Ammitt


Contro il provvedimento del GUP di Catanzaro, competente per l'operazione "Ammitt", gli imputati proposero appello. Con decisione, oggi irrevocabile, della Corte di appello di Catanzaro la sentenza di condanna emessa nel giudizio di prime cure venne totalmente riformata e tutti gli imputati assolti con formula liberatoria. Venne altresì disposto il dissequestro dei beni che tuttavia non rientrarono nella disponibilità dei Raso perché contemporaneamente sottoposti al diverso e concomitante provvedimento di confisca di prevenzione, disposto dal Tribunale di Prevenzione di Reggio Calabria.
Contro il decreto dal Tribunale di Prevenzione reggino, Armando Raso ed i suoi congiunti, terzi interessati, interposero appello, censurando analiticamente i passaggi motivazionali del corposo decreto di prime cure.
Prima della decisione del giudizio di appello di prevenzione era intanto intervenuta l'assoluzione degli imputati nel procedimento penale catanzarese. L'intestazione fittizia di beni - che costituiva l'imputazione mossa ai Raso a Catanzaro - rappresentava anche uno dei pilastri sui quali si fondava il giudizio di prevenzione a carico di Armando Raso.Pur tuttavia, nonostante l'assoluzione dai reati di intestazione fittizia intervenuta nel procedimento penale "Ammitt" a Catanzaro, la Corte di Appello di Reggio Calabria, Sezione Misure di Prevenzione, rigettò l'impugnazione proposta da Armando Raso e dai suoi familiari e confermò, con un articolato provvedimento, il decreto emesso dal primo giudice, mantenendo la confisca dell'intero patrimonio sequestrato (stimato dagli inquirenti in misura di quasi 50 milioni di euro e sottoposto ad amministrazione giudiziaria) e la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per tre anni nei confronti di Armando Raso.

L'epilogo della vicenda per i Raso


Per effetto delle decisioni dei giudici di prevenzione i Raso, pur essendo stati assolti dal procedimento penale che aveva dato impulso a quello di prevenzione, subivano, con un doppio e conforme provvedimento giudiziario di merito, la confisca dell'intero e consistente patrimonio familiare. Avverso quella decisione hanno proposto ricorso per Cassazione Armando Raso, difeso dagli avvocati Andrea Alvaro e Francesco Gambardella, ed i suoi congiunti, terzi interessati, difesi dagli avvocati Andrea Alvaro e Domenico Alvaro, Carlo Federico Grosso e Massimo Cannatà.
Con sentenza pronunciata in camera di consiglio la sesta sezione della Suprema Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi e disposto l'annullamento senza rinvio del decreto impugnato e l'immediata restituzione dei beni confiscati agli aventi diritto.
Soddisfazione è stata espressa dall' avvocato Andrea Alvaro, il quale ha visto premiati gli sforzi difensivi profusi, nelle diverse sedi giudiziarie, in favore dei suoi assistiti. «La rilevante portata della statuizione di "annullamento senza rinvio" disposto dalla Suprema Corte di Cassazione può ancor di più cogliersi - ha commentato il difensore - ove si considerino altresì gli angusti margini di impugnazione consentiti in sede di legittimità avverso le decisioni dei giudici di prevenzione».

Lacnews24.it
X
guarda i nostri live stream
Guarda lo streaming live del nostro canale all newsGuarda lo streaming di LaC TvAscola LaC Radio