Caso Miramare, in aula i grandi accusatori di Falcomatà e della giunta

Vacalabre e Ripepi, esaminati da pm e difese, ribadiscono come nacque l’esposto che portò all’apertura dell’inchiesta che vede a processo il sindaco di Reggio e quasi tutta la sua prima squadra di assessori

di Consolato Minniti
giovedì 11 luglio 2019
16:14
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Giuseppe Falcomatà
Giuseppe Falcomatà

Si apre con tre testimonianze importanti il processo scaturito dal cosiddetto “Caso Miramare” che vede imputati il sindaco di Reggio Calabria e quasi tutta la sua ex giunta per il reato di abuso d’ufficio per l’affidamento della struttura all’associazione “Il sottoscala” di Paolo Zagarella, amico di Falcomatà. Nei confronti del solo primo cittadino e della segretaria comunale Acquaviva, i pm ipotizzano anche il reato di falso. Proprio nei giorni scorsi, l’ex assessore comunale Angela Marcianò è stata condannata a un anno di reclusione (pena sospesa) per i medesimi fatti.
Oggi, in aula, la costituzione delle parti ed i primi testimoni dell’accusa escussi dal pubblico ministero Walter Ignazitto.

La deposizione del grande accusatore

È il turno di Enzo Vacalabre, quello che nel gergo viene definito il “grande accusatore”. Sono state proprio le sue dichiarazioni a far aprire l’inchiesta. E Vacalabre, rispondendo alle domande del pubblico ministero, ha ripercorso tutte le tappe salienti dei fatti accaduti, sin dal suo esposto dell’11 agosto 2015. Vacalebre, leader di Alleanza Calabrese, ha spiegato al pm di aver seguito sempre con particolare interesse il dibattito politico con particolare riferimento al Miramare, l’hotel di prestigio di proprietà dell’amministrazione comunale. Vacalebre ha ricordato come si discutesse all’epoca della possibilità di assegnare a terzi l’immobile. Nel mese di luglio del 2015, però, Vacalabre, passeggiando nella zona di corso Vittorio Emanuele, nota operai al lavoro all’interno del Miramare e alcuni pannelli sul terrazzino dell’immobile. Sapendo che quei locali fossero chiusi, Vacalebre chiede informazioni ad alcuni consiglieri comunali, se cioè sapessero qualcosa in merito alla vicenda Miramare. Nessuno però riesce ad avere informazioni. Trascorrono le settimane e gli operai sono sempre al lavoro. Vacalebre, allora, opta per un sit-in di protesta. Circa cinquanta persone, il primo agosto 2016, si presentano con degli striscioni, alla presenza di personale della Digos. All’appuntamento si presentano pure alcuni consiglieri comunali. «Volevamo delle risposte», dice Vacalebre al pm Ignazitto. Il nodo della questione era chi avesse autorizzato la presenza di quegli operai; chi avesse dato loro le chiavi; se vi fosse una delibera specifica. Il caso inizia a montare anche sulla stampa, tanto che alcuni consiglieri di opposizione (Ripepi e Dattola), accompagnati anche da alcuni giornalisti, si recano dalla dirigente comunale Maria Luisa Spanò per chiedere le ragioni di quella presenza. Ma anche qui non arri a nessuna risposta.

Il racconto di Vacalabre prosegue fino al 5 agosto 2016,quando viene affissa all’albo pretorio la delibera 101 del 16 luglio 2015. «Quell’atto non portò via i dubbi», ribadisce Vacalabre che ricorda anche come i lavori avessero avuto inizio prima della data della delibera stessa.

Vacalabre è stato poi sentito anche dagli avvocati nel corso del controesame. Sono stati soprattutto gli avvocati Andrea Alvaro e Marco Panella, difensori rispettivamente di Zagarella e Falcomatà, a porre numerose domande al teste, incalzandolo più volte e trovando spunti per saggiare il suo racconto e la portata dello stesso, anche alla luce dell’esperienza amministrativa di Vacalabre.

Il racconto di Ripepi

La deposizione del consigliere comunale Massimo Antonino Ripepi, invece, si basa molto di più su aspetti più propriamente politici. Fu lui, infatti, a chiedere, nell’estate del 2015, all’ufficio “Consiglio” (che è quello che raccoglie in ordine cronologico le delibere della Giunta e del Consiglio comunale) che si potesse produrre quella relativa all’associazione “Il Sottoscala”. Ripepi, però, non ebbe alcun atto cartaceo. Portò il caso anche in Consiglio comunale senza ricevere alcuna risposta. Fu in quel momento che avvenne l’appuntamento dalla dirigente Maria Luisa Spanò. «Ci disse che non aveva quella delibera» riferisce Ripepi ai magistrati. Era chiaro, per il consigliere, che vi fosse qualche problema. Ripepi parla addirittura di una dirigente «imbarazzata» perché non sapeva cosa dire neppure con riferimento alla persona che diede le chiavi all’associazione. Ripepi ricorda di essere andato lui stesso al Miramare e di aver incontrato l’imprenditore Zagarella. Fu colpito da una struttura in cartongesso che sarebbe dovuta diventare, secondo le parole che Zagarella riferì a Ripepi, il bancone di un bar. Quanto alle chiavi, dietro richiesta scritta del consigliere Maiolino, l’allora dirigente Cammera disse di averle date all’assessore Muraca. Ripepi ha infine rimarcato il grande ritardo con cui fu pubblicata la delibera. Sul finire dell’udienza è stata sentita anche la dottoressa Angelina De Salvo della Soprintendenza reggina.
Il processo è stato aggiornato al 17 ottobre per l’escussione di altri quattro testi dell’accusa.

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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