Scajola si difende: «Mai stato massone. Processo basato sul nulla, la verità sta emergendo»

VIDEO | Breakfast, l’esame dell’ex ministro dell’Interno: «Il pentito Virgiglio dice cose false». E le ammissioni: «Sì, ho organizzato io l’incontro con Speziali e la Rizzo che non è mai avvenuto. I conti alle Seychelles? Mi sono attivato per sbloccarli»

di Consolato Minniti
17 giugno 2019
06:35
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L’ex ministro Scajola
L’ex ministro Scajola

«Sono soddisfatto perché emerge la verità così come vado raccontando sin dal primo giorno. È un’inchiesta nata sul nulla e quelli che erano testi dell’accusa sono diventati testimoni della difesa. Si sono persi cinque anni». È questo il duro commento dell’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola, all’esito del suo esame avvenuto oggi al processo “Breakfast”, dove Scajola è imputato per procurata inosservanza di pena nei confronti dell’ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena.

«Mai stato massone»

Rispondendo alle domande dell’avvocato Busuito, suo difensore, Scajola ha dapprima rimarcato la sua mancata appartenenza alla massoneria: «No, non sono massone, pur rispettando chi sta all’interno della massoneria rispettando le regole. Non ho mai partecipato ad alcun rito massonico, neppure per mera curiosità», ha riferito l’ex ministro sconfessando quelle che sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio, il quale ha dichiarato di averlo visto nel corso di una riunione a Domagnano, San Marino, voluta dall’ex ambasciatore Giacomo Ugolini. «Quello che riferisce Virgiglio è palesemente falso», ribadisce in aula.

Comitati d’affari? Esistono

Rispondendo alle domande del procuratore Lombardo, in contro esame, Scajola fa una dichiarazione importante: «Sicuramente in questo paese esistono comitati d’affari che condizionano scelte importanti. E penso che nella mia prima vicenda giudiziaria ci sia stata questa mano sul piano energetico. Io sono convinto che sia così».

Cedro e le pressioni sulla stampa

«Quello che è successo in questi nove anni mi ha riempito di dubbi. Non posso dimenticare che portai io in Consiglio dei ministri alcune proposte molto dure contro la criminalità organizzata» aggiunge l’ex ministro. Ma perché tanto il pentito Virgiglio, quanto Carmine Cedro hanno riferito fatti che riguardano Scajola, se lui stesso afferma essere falsi? «Quanto pesa la campagna di stampa che rende attuale una cosa? Sono stato un personaggio raggiunto anche da coloro che hanno testimoniato. Qualche risposta me la sono data – rimarca – ma per non aggravare la mia posizione non posso dire molto. È palesemente falso quanto detto da Virgiglio, io ero scortato e non era possibile. Mi sono posto il problema del perché siano state dette queste cose: io cerco sempre di ragionare per la verità, quindi, prima di pensare male, faccio riferimento al condizionamento nel momento in cui una persona è interrogata. Se uno sa di essere chiamato a testimoniare in questo processo, vuole che uno non vada a vedere? Ed è facile subire un condizionamento».

«Sì ho organizzato quell’incontro»

«Lei si è attivato per spostare Matacena da Dubai al Libano?», chiede il presidente Pratticò a Scajola. Questi risponde: «Ci doveva essere un incontro per andare poi all’ambasciata del Libano per formalizzare la richiesta di asilo. L’incontro doveva avvenire in un ristorante, ma non si sono mai incontrati». Il presidente replica: «Ma l’ha organizzato lei questo incontro?». Scajola allora ammette: «Sì, nel senso che Speziali disse “bisogna parlare con questa signora e dire le modalità che devono essere seguite e come imbastire la richiesta di asilo politico”». Ancora il presidente: «Lei si è adoperato per sbloccare i conti della signora Rizzo?». La risposta è positiva anche questa volta: «Sì totalmente, tutta l’inchiesta è su questo. C’era la necessità, di fronte a difficoltà economiche forti, dove c’era questa cifra immobilizzata alle Seychelles. Tutto ciò che si faceva era finalizzato a capire se questa cifra poteva essere messa nella sua disponibilità. Mi sono attivato andando alla banca di Montecarlo».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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