Vicenda Bandafalò, Siclari potrà tornare a fare il sindaco di Villa San Giovanni

Sentenza d'Appello: i giudici di piazza Castello assolvono il primo cittadino eletto un anno fa per tre capi d'imputazione e dichiarano la prescrizione per una singola contestazione. Stessa decisione per tutta l'ex giunta. Condannato solo l'ex capo dell'ufficio tecnico, Morabito VIDEO

di Consolato Minniti
sabato 30 giugno 2018
01:52
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Giovanni Siclari potrà tornare a fare presto il sindaco di Villa San Giovanni. È questa la conseguenza più immediata della sentenza emessa nella serata di ieri dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria per la nota vicenda della “Bandafalò”.

La sentenza d’appello

I giudici di piazza Castello, infatti, hanno riformato la sentenza emessa il 10 novembre 2016 dal Tribunale di Reggio Calabria ed hanno assolto da tre capi d’imputazione il sindaco eletto con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. Per un altro capo d’imputazione, invece, è stata dichiarata la prescrizione. L’assoluzione per i tre capi d’imputazione, così come la medesima prescrizione, è arrivata anche per Antonio Oppedisano, Rocco La Valle, Antonio Messina, Angelina Attinà, Lorenzo Micari, Cosimo Salzone, Francesco Romani e Francesco Morabito. Prescrizione pure per Rocco Sottilaro, titolare della gelateria “Boccaccio”, in ordine ad un singolo reato, mentre arriva l’assoluzione per il secondo capo d’imputazione. L’unico ad aver riportato una condanna è l’ex dirigente dell’ufficio tecnico del Comune villese, l’ingegnere Francesco Morabito, condannato a nove mesi di reclusione.

La vicenda “Bandafalò”

Tutto nacque fra gli anni 2010 e 2011, a seguito di un sequestro operato dalla Capitaneria di porto per occupazione abusiva di area demaniale proprio ad opera dei ragazzi di “Bandafalò”, molto noti a Villa San Giovanni per via delle loro attività di volontariato in Africa, dove sono ancora oggi attivi e contribuiscono alla costruzione di strutture scolastiche. I controlli si estesero pure alla gelateria “Boccaccio”. Sulla scorta dei documenti raccolti, fu aperta un’inchiesta dall’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone, coadiuvato dai sostituti procuratori Sara Ombra e Gabriella Cama. Nel registro degli indagati finirono, oltre ai gestori del circolo culturale, pure gli amministratori dell’epoca di Villa San Giovanni, guidati dall’allora sindaco Rocco La Valle. Secondo l’accusa, l’ente avrebbe rilasciato autorizzazioni in carenza di autorità, formulando capi d’imputazione, a vario titolo, per i reati di abuso d’ufficio, falso in atto amministrativo e occupazione abusiva di suolo pubblico.

I riflessi politici

Il Tribunale di primo grado condannò Morabito a un anno e 10 mesi di reclusione, mentre Rocco La Valle rimediò una condanna a un anno e mezzo. Per tutti gli altri politici arrivò la condanna a un anno di reclusione. Ciò portò alla sospensione, per effetto della legge Severino, dell’allora sindaco Antonio Messina, del vice sindaco Giovanni Siclari e degli assessori Angelina Attinà e Lorenzo Micari, eletti nelle consultazioni del 31 maggio 2015. Successivamente, alle elezioni comunali del giugno 2017, Giovanni Siclari si candidò comunque alla carica di primo cittadino villese, venendo eletto.

Le diatribe e il Tar

Immediatamente arrivò il provvedimento di sospensione da parte del Prefetto di Reggio Calabria, ma lasciando comunque il tempo a Siclari di nominare il vice sindaco Maria Grazia Richichi, divenuto poi sindaco facente funzioni. Una scelta che portò alla reazione dell’opposizione che presentò ricorso al Tar, ottenendo in un primo tempo la revoca della nomina e l’arrivo di un nuovo commissario. Decisione poi ribaltata dal Consiglio di Stato che annullò il provvedimento del Tribunale amministrativo regionale, riportando in sella la Richichi ed i suoi assessori.

Il ritorno di Siclari

Ora, con la sentenza, in parte di assoluzione ed in parte di prescrizione, per Giovanni Siclari si riaprono le porte di palazzo San Giovanni. Sarà solo questione di ore, infatti, prima che possa giungere il provvedimento prefettizio che revoca la sospensione operante nei suoi riguardi, ponendo fine ad una vicenda che ha destato non poche polemiche nella cittadina dello Stretto.

 

Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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