Il pentito Arturi: «Cosa Nostra voleva che si uccidessero magistrati calabresi»

La deposizione del pentito cosentino Umile Arturi al processo sugli agguati ai carabinieri: «Erano tutti contrari. I corleonesi pensavano di comandare l’Italia»

di Consolato Minniti
6 luglio 2018
11:54
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«I siciliani volevano l’appoggio nostro per far sì che si creasse pure in Calabria quel casino già fatto in Sicilia. Si parlava di tre o quattro magistrati dell’antimafia da uccidere». È quanto ha affermato il collaboratore di giustizia Umile Arturi, sentito questa mattina nel processo ‘Ndrangheta stragista in corso a Reggio Calabria, e che vede imputati Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano con l’accusa di essere i mandanti degli attentati ai carabinieri.

Arturi, la cui collaborazione è iniziata nel 1996, era appartenente al gruppo Pino-Sena di Cosenza con il ruolo di uomo di fiducia di Franco Pino.

 

L’arrivo a Limbadi e Nicotera

Arturi narra al pubblico ministero della convocazione ricevuta dai Mancuso per una riunione di ‘ndrangheta, preceduta però da un incontro a casa di Luigi Mancuso solo con Franco Pino. Poi lo spostamento in un villaggio turistico di Nicotera: «Al villaggio c’erano tantissime persone. C’era Peppe Pesce, oltre Mancuso e Pino Piromalli. C’era anche Coco Trovato, elemento di spicco del milanese, ma aveva contatti pure con i calabresi. C’erano pure i fratelli Farao di Cirò, Santo Carelli di Corigliano. Erano tanti, si parlava di decine e decine di persone. Era una riunione dei vertici della ‘ndrangheta, c’era quasi tutta la ‘ndrangheta calabrese».

 

Quasi tutti contrari. Il ruolo di Coco Trovato

Secondo il collaboratore di giustizia, Luigi Mancuso non era favorevole ad aderire alla richiesta dei siciliani. «Il messaggio ai calabresi fu mandato dal defunto Totò Riina – ha incalzato Arturi – ed i corleonesi erano così presuntuosi da pensare di poter comandare l’Italia, una volta appoggiati da noi. Volevano creare scompiglio in Calabria anche per spostare l’attenzione dalla Sicilia. Non ci fu bisogno neppure di votare la proposta, perché eravamo tutti d’accordo che non si doveva accogliere quell’idea». Tutti concordi, tranne uno: Franco Coco Trovato. Arturi, infatti, ha riferito che lui «era un po’ diverso dalla nostra mentalità, un po’ più rivoluzionario e se avesse trovato una sponda positiva forse avrebbe detto di sì». Coco Trovato, fra l’altro, fu visto proprio da Arturi a casa di Luigi Mancuso: «Non era la prima volta che lo vedevo. Ricordo che pochi mesi prima lo avevo casualmente incontrato proprio a casa di Luigi Mancuso. I rapporti fra quest’ultimo e Franco Coco Trovato erano molto stretti, così come quelli fra Mancuso e Pino Piromalli, ancora più stretto. C’era, invece, un rapporto un po’ meno forte fra Coco Trovato e Piromalli».

 

Guerra a Reggio, stabilità sulla Piana

Arturi ha inoltre ricordato che mentre a Reggio Calabria si usciva dalla guerra di mafia e quindi con equilibri piuttosto precari, sulla Piana la situazione era decisamente più tranquilla con i Piromalli a gestire il potere.

 

Reati per conto dei Tegano

«I Tegano mi commissionarono un duplice omicidio a Scalea. Noi eravamo in stretto contatto con Paolo De Stefano. Non dipendevamo da lui, ma siccome erano due che cercavano nella zona nostra e non li potevano trovare, Mimmo Tegano mi disse che dovevamo trovarli noi e gli facevamo una grande cortesia». Così il pentito in merito ai suoi rapporti con la cosca De Stefano-Tegano di Archi.

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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