Rapporto Svimez: la Calabria cresce di più ma non offre lavoro

Un rapporto a luci e ombre quello anticipato da Svimez. Buone notizie per l'edilizia, ma a preoccupare è il crescente fenomeno dei cosiddetti "working poors", ovvero dei lavoratori che pur essendo occupati non riescono ad arrivare a fine mese

di Redazione
mercoledì 1 agosto 2018
16:41
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Un risultato che sorprende, ma va preso con la massima cautela. Secondo i dati emersi dall’ultimo studio pubblicato dall’Associazione per lo sviluppo nell’industria del Mezzogiorno è infatti la Calabria la regione che nel periodo 2015-2017 ha fatto segnare la più significativa accelerazione della crescita. Sono state soprattutto le costruzioni a trainare la ripresa (+12% nel triennio), grazie anche alle opere pubbliche realizzate con i fondi europei, seguite dall'agricoltura (+7,9%) e dall'industria in senso stretto (+6,9%).

 

Molto più modesto nell'ultimo triennio l'andamento dei servizi (+2,9%). C’è però un pesantissimo rovescio della medaglia. Nelle anticipazioni del rapporto si afferma, infatti, che "nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono state le regioni meridionali che hanno fatto registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%. Si tratta comunque tratta – si legge in una nota diffusa da Svimez -  di variazioni del PIL più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se si considera il +2,6% della Valle d'Aosta, il +2,5% del Trentino Alto Adige e il +2,2% della Lombardia".

 

Il lavoro che non c'è e i "working poors"

A presentare le difficoltà maggiori, con segni di ripresa che sarebbe eccessivo anche definire timidi è, come sempre, il comparto del lavoro. "Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)"- si legge nel rapporto economico. La Svimez che parla "di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche". E definisce "preoccupante la crescita del fenomeno dei 'working poors'", ovvero del "lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all'esplosione del part time involontario".

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