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Francesco Rende

Blue Whale, la bufala e il rischio emulazione

Come la cattiva informazione può trasformare una falsa notizia in un caso mediatico da prima serata

venerdì 9 giugno 2017
16:05
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Si è parlato tanto, in questi giorni, di Blue Whale. Per chi ancora non lo sapesse, la Blue Whale è una sorta di sfida che nasce su internet, in particolare sui social network, come un gioco macabro: per 50 giorni, la persona che partecipa al Blue Whale deve ogni giorno affrontare una serie di sfide imposte da un’altra persona (in gergo, un curatore) che vanno dallo svegliarsi alle 4.20 di notte per guardare film horror all’incidersi dei segni sulle braccia, privarsi del sonno e poi, al 50 giorno, buttarsi da un palazzo o comunque togliersi la vita. Un macabro rito, che farebbe paura se non fosse una di quelle leggende metropolitane che però, ingigantite dal web, rischiano di fare grossi danni per emulazione.

 

BLUE WHALE: COME NASCE. Sentiamo parlare per la prima volta di Blue Whale in Russia: è il 2015 e su VKontakte (social network russo che potremmo paragonare a Facebook) appaiono i primi gruppi in cui si parla di questo gioco. Ad identificarli c’è un hashtag, #F57, e una serie di contenuti che inneggiano alla morte di una teenager che prima di suicidarsi ha lanciato diversi appelli sul web. Il caso raggiunge allora l’attenzione dei media grazie ad un’inchiesta su Novaya Gazeta, giornale di informazione russo, che parla di diversi casi di suicidi (circa 130) e che sarà la fonte principale per la diffusione in Europa e nel resto del mondo. Peccato che questo articolo non ha nessuna fonte certa, nessun riferimento fattuale o dichiarazioni ufficiali di inquirenti. Da lì in poi, sarà un escalation continua, tanto che gli stessi social network nel timore di emulazioni stanno monitorando diversi hashtag e lanciando appelli agli utenti che li cercano, offrendo loro aiuto e ascolto.

 

BLUE  WHALE, L’ITALIA E LE IENE. Sono gli ultimi mesi del 2016 e iniziano a circolare i primi articoli sulla Blue Whale in Italia: si tratta soprattutto di testate acchiappaclick, che però riescono a veicolare così bene la notizia fino a farla arrivare sulle testate più importanti. Il Messaggero, La Stampa e tanti altri cadono nel caso Blue Whale fino all’escalation definitiva, all’avvenimento che farà veramente diffondere la paura in tantissimi genitori e che porterà invece alla curiosità morbosa tanti ragazzini. In prima serata, la trasmissione di Mediaset “Le Iene” manda in onda un servizio su “La nuova moda che uccide gli adolescenti”: al servizio si presta, una settimana dopo, anche la Polizia Postale che intervistata dalle Iene si mostra troppo accondiscendente e vicina alle tesi delle Iene.

 

Da qui in poi l’interesse  si impenna in modo morboso, come mostra questo grafico di Google Trend, fino a rendere l’Italia il secondo paese per numero di ricerche sulla Blue Whale, dopo gli Stati Uniti e prima della Colombia. Nel mese di maggio, infatti, sono circa 35mila (fonte Crimson Hexagon) i contenuti apparsi su Twitter e Instagram relativi al macabro gioco, quasi tutti nella seconda metà del mese.

 

Peccato che poi, dopo aver scatenato la bomba virale (con relative preoccupazioni di mamme, insegnanti, giovani e meno giovani), lo stesso Matteo Viviani delle Iene ha ammesso che le immagini del servizio non sono vere, così come alcuni contenuti presenti nel servizio.

 

Proprio per questo, i media hanno una responsabilità doppia, che è quella di verificare le informazioni e evitare il cosiddetto effetto Werther (o definito anche Copycat Suicide), ovvero degli atti emulativi di persone più deboli che possono sfruttare i media per avere un ultimo proscenio: anche in Calabria sono stati denunciati diversi casi, e le Procure sono al lavoro anche se per ora pare non vi siano correlazioni dirette tra le denunce e il Blue Whale.

 

 

LA REALTA’: PRESTARE ATTENZIONE AI RAGAZZI. Insomma, la Blue Whale in sé non esiste, ma è diventata reale: un tragico gioco di emulazione che sull’onda dell’emotività potrebbe colpire ragazzini più facili. È proprio questo il punto: non esiste la Blue Whale, non esistono tante leggende metropolitane che leggiamo ogni giorno ed alle quali da ragazzini, scambiandoci aneddoti sottovice, ci siamo abituati, ma esistono personalità fragili. Per questo è necessario che i genitori non lascino mai i ragazzi abbandonati nel mondo dei social, e che gli amici stiano il più vicino possibile ai ragazzi più silenziosi: bisogna monitorarli, controllare ciò che fanno, cercare di farli aprire il più possibile.

 

Non esiste la Blue Whale, ma esiste la solitudine: e questa, purtroppo, nessun social network potrà mai curarla.

 

Francesco Rende

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