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Cronaca

Tutti i tormenti di un ex sindaco: Orsola, Barbara e quella leggerezza di troppo

Il sequestro ha preceduto di pochi giorni la sentenza di condanna in Appello. Ma è possibile che Scopelliti non sapesse che quelle operazioni di “schermatura” erano proibite? Così, ora, anche sua moglie è nei guai

di Consolato Minniti
lunedì 9 gennaio 2017
21:09
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Giuseppe Scopelliti
Giuseppe Scopelliti

La nota della Guardia di Finanza ci informa che il sequestro avvenuto ai danni della moglie di Giuseppe Scopelliti risale al 20 dicembre scorso. Ossia due giorni prima che la Corte d’Appello di Reggio Calabria condannasse l’ex governatore a cinque anni di reclusione nel processo per il cosiddetto “caso Fallara”. Sbagliavamo, dunque, quando scrivevamo che la decisione dei giudici di piazza Castello era il peggior regalo sotto l’albero, dei primi 50 anni di Scopelliti. Perché vedersi piombare la Guardia di Finanza a casa, per notificare il sequestro per equivalente, e sapere che immischiata, questa volta, c’è anche tua moglie, non deve essere stato un bello spettacolo per l’ex sindaco di Reggio Calabria.

 

Riciclaggio, sequestrati beni all’ex governatore Scopelliti e alla moglie

 

Tutto questo pasticcio prende le mosse dal cosiddetto caso “Italcitrus”. Trattasi di una vecchia fabbrica di agrumi che l’allora sindaco di Reggio decise di comperare ad un prezzo doppio rispetto a quello quantificato solo poco tempo prima, per costruirci il centro Rai. Un’operazione del tutto insensata, dal punto di vista finanziario, per un ente che soffriva già di seri problemi economici. Venne avviato un procedimento dinnanzi alla Corte dei conti che, com’è noto, si concluse con la condanna di Scopelliti al risarcimento nei confronti di Palazzo San Giorgio.


Poi, come riportato dalla nota dei finanzieri, l’ex sindaco non corrispose nulla al Comune, sebbene intimato da una pronuncia del giudice. Da qui l’atto di pignoramento notificato.

 

Sequestrati 100mila euro alla moglie di Scopelliti: «Nessuna volontà di sottrarre i beni»

 

È strano, però – ci sia consentito pensarlo – che un uomo politico esperto come Peppe Scopelliti possa aver commesso una leggerezza simile. L’operazione ricostruita dai finanzieri è qualcosa di estremamente semplice e lineare e che avrebbe richiesto davvero poco sforzo per essere portata a galla. Certo, l’idea della polizza vita come modalità d’investimento sarebbe stata anche corretta, vista la sua generale impignorabilità. Ma ciò vale poco se di mezzo c’è già un procedimento pendente, con il rischio di una condanna a somme pecuniarie da corrispondere. Anche se quella polizza stessa viene stipulata dalla moglie (con soldi provenienti dal marito).


Scopelliti, laureato e docente di discipline economiche, non sapeva tutto questo? E non sapeva che i finanzieri avrebbero fatto qualche accertamento bancario, ottenendo il risultato sospettato, cioè operazioni tese ad evitare il pignoramento del denaro? Sua moglie, nella sintetica replica inviata alle agenzie, afferma esattamente ciò: se avessero voluto delinquere, avrebbero reso tutto meno tracciabile. E allora cosa è accaduto?


Sta di fatto che l’ex ras del centrodestra calabrese rischia adesso seriamente una nuova condanna penale. Il reato per il quale deve rispondere prevede la reclusione sino a tre anni. Una tegola non da poco, per uno che, giusto 20 giorni fa, ha rimediato una pena pari a cinque anni di prigione.

 

Caso Fallara, Scopelliti condannato a cinque anni

Ecco, allora, che forse solo oggi si spiega quel volto così scuro all’uscita dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Scopelliti era già a conoscenza della prima batosta subita pochi giorni prima, con il sequestro dei beni.

 

La lunga giornata di Peppe, fra paure ed amarezze


C’è, però, un aspetto in più in tutta questa vicenda, che non può né deve sfuggire: è la prima volta che Barbara Varchetta, moglie di Scopelliti, viene tirata in ballo in qualcosa che ha attinenza con l’attività politica del marito. Ed è un “esordio” amaro per l’ex first lady di Calabria, considerato che il reato per lei ipotizzato è riciclaggio, ossia un’accusa piuttosto pesante.


Certo, ora ci sarà da capire se le ipotesi mosse dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria troveranno riscontro anche in un’aula di Tribunale. Ma non facciamo fatica a credere che quanto reso noto oggi sia una delle pagine più complicate nella vita di Scopelliti. Perché di mezzo, stavolta, non c’è solo un uomo politico che, forse, aveva anche messo in conto di poter avere noie con la giustizia. No, questa volta c’è di mezzo anche la sua donna. Ed una tale certezza non può che diventare tormento.

 

Consolato Minniti

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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