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Cronaca

REPORTAGE | Qui dov’è marcia anche la Misericordia. Viaggio a Isola Capo Rizzuto dopo la bufera giudiziaria

In arrivo l’accesso agli atti, il sindaco si rintana nell’ufficio. La gente difende don Scordio e di Sacco dice: “Chi è costui?”. Neppure la ’ndrangheta si conosce, qui dove hanno ammazzato col bazooka Carmine Arena. E i migranti lamentano: “Ci devono dare trenta euro al mese… Li aspettiamo da un anno”

venerdì 19 maggio 2017
13:39
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«Ve l’ha già detto prima di non disturbarlo…». La segretaria con garbo allontana i giornalisti indiscreti. Il sindaco Gianluca Bruno resta rintanato nel suo ufficio mentre al Municipio di Isola Capo Rizzuto si attende solo l’arrivo della Commissione d’accesso agli atti per verificare possibili infiltrazioni mafiose. Effetto collaterale dell’inchiesta “Jonny”, che ha travolto il Cara “Sant’Anna” ed il sistema di potere che a queste latitudini si chiama Misericordia, la Confraternita di cui Leonardo Sacco era il governatore. La Misericordia, il fulcro di una presunta macchina mangiasoldi che sarebbe stata collegata al potente clan Arena e che si sarebbe divorata oltre 60 dei 103 milioni di euro che lo Stato, nel decennio 2006-2016, ha indirizzato per i richiedenti asilo di Crotone.

«Sacco chi?», dice l’anziano davanti al Centro di aggregazione Misericordia. Eppure quella Confraternita, e il suo presidente, hanno assicurato il sostentamento di circa trecento famiglie. «Sì, trecento famiglie – spiega Antonio Anastasi, caposervizio del Quotidiano del Sud -. La Misericordia, da queste parti, è stata una sorta di ufficio di collocamento». Il giornalista è tra quelli che non si dice affatto sorpreso da quanto è venuto fuori dopo l’apertura del calderone. «In questi anni – aggiunge – ci sono state diverse informative delle forze dell’ordine che tiravano in ballo Sacco e il prete…».

Già, il prete. Don Edoardo Scordio, quello che – secondo gli inquirenti – avrebbe ingrassato le sue tasche e quelle dei nipoti, quello dei «banchetti in parrocchia», della «consulenza spirituale da 132mila euro», ciò mentre – ha detto dopo la retata il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri - «ai migranti davano da mangiare cose che neppure ai maiali…». Eppure il paese difende don Scordio: «E’ uno che ha fatto tanto, che ha dato la vita per Isola capo Rizzuto», dice la parrocchiana. Un’altra ricorda: «Iniziava la catechesi alle nove mezza e finiva alle dieci e mezza di sera, tutti i giorni, tutti i giorni… Ha fatto tanto…».

E i soldi? «Era d’accordo con la Prefettura, li ha spesi, non credo che se li sia intascati». Isola non crede o si rifiuta di credere. Talvolta, nega l’evidenza. Qui, dove le troupe di RaiNews e La7 sono state aggredite, adesso la risposta più in voga ai giornalisti è «non sono di qua». Chi, però, ammette di essere «di qua» e accetta di parlare del Cara, la mette così: «Per il poco turismo che abbiamo, questa cosa è un brutto colpo».

Questa cosa sono «i giornali e le televisioni». Quindi le cronache sui 68 fermi della Dda di Catanzaro che, dopo il pronunciamento dei giudici territoriali, attendono quello del competente gip distrettuale. A sentire i pochi loquaci, avrebbe fatto più male «all’immagine del paese» quest’inchiesta che non la chiusura del vicino aeroporto di Crotone, metafora dell’isolamento in cui versa questa porzione del profondo Sud dopo il fallimento del sogno industriale e decenni di guerre di mafia e malagestione della politica.


«Mafia? Quale mafia, qui non c’è mafia…». E gli Arena? Per ammazzare il boss Carmine Arena hanno impiegato un bazooka… «Ma era tanti anni fa…». Già, poi sono arrivati i nuovi affari, davanti ai quali – come ha detto il generale Giuseppe Governale, comandante del Ros - «tutto tace, anche le armi. E così capita che la signora Nicoscia, accompagni la signora Arena a fare la spesa». Le signore, le mogli dei capi di famiglie un tempo in guerra.

Mangiavano sulla pelle dei migranti, al Cara e forse non solo al Cara. Nella vicina Cutro un gruppo di richiedenti asilo protesta in strada. Intervengono polizia e carabinieri, non sia mai accada quel che successe a suo tempo a Rosarno… Ce l’hanno con quelli della Confraternita di Leonardo Sacco: “Abbiamo diritto a trenta euro al mese, perché non ce li danno… E’ da un anno”.


Non si sveglia, Isola. Resta immersa in un insano torpore. Niente reazioni, malgrado negli anni, proprio sui terreni confiscati agli Arena, grazie a Libera si sia cercato di dare un segnale forte di riscatto. Non si sveglia, qui dove tutto – a leggere le carte della magistratura – è marcio. Perfino la carità, anzi la Misericordia.

 

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Pietro Comito
Pietro Comito
Giornalista

Pietro Comito, che ha iniziato la propria carriera professionale a Rete Kalabria e Radio Onda Verde, è stato redattore del Quotidiano della Calabria dal 2002 al 2005, quindi dal 2006 al 2012 caposervizio di Calabria Ora, dove ha guidato le redazioni di Vibo Valentia, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno e Catanzaro. Dal 2012 al 2014 è stato nuovamente in servizio al Quotidiano, dove ha guidato, nella veste di caposervizio, la redazione di Vibo Valentia. Nel 2011 ha ritirato il Premio Agenda Rossa conferito ai giornalisti minacciati dalla 'ndrangheta. Sempre nel 2011 è stato insignito del Premio Paolo Borsellino. Ha pubblicato per la Newton Compton e per la Città del Sole Edizioni ed ha collaborato alla realizzazione del Dizionario enciclopedico delle mafie redatto da Castelvecchi Editore. Esperto di cronaca nera e giudiziaria, negli ultimi anni è stato tra i giornalisti calabresi più esposti nell'informazione sulla criminalità organizzata.

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