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Cronaca

L’abbraccio con istituzioni, massoneria, chiesa e professioni: così la ‘ndrangheta ha avvelenato la Calabria

La durissima relazione della commissione parlamentare antimafia mette a nudo interessi e commistioni. Dalle infiltrazioni negli enti locali al ruolo delle donne e dei figli

di Consolato Minniti
martedì 13 febbraio 2018
07:37
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«L’immagine di una ‘ndrangheta povera e plebea che ha dominato nelle rappresentazioni che sono state date, è stata utile alla ‘ndrangheta, e ha tra l’altro offuscato l’individuazione di una presenza importante ed inquietante nel mondo delle professioni, in tutte le professioni senza particolari eccezioni. (…) ‘Ndrangheta e massoneria sono due potenze che si incontrano e si amalgamano».

 

Sono questi alcuni stralci della bozza della relazione finale della Commissione parlamentare antimafia, ancora non approvata definitivamente e che Lacnews24.it ha potuto visionare in minima parte e che potrebbe subire delle piccole variazioni nella stesura finale.

La ‘ndrangheta in Calabria

Per quanto appurato dalla Commissione, dunque, la ‘ndrangheta si conferma «solidissima e agguerrita» proprio nei luoghi in cui è nata. E dunque la Calabria «risulta tuttora drammaticamente connotata, avvilita, oppressa da una criminalità organizzata che non risparmia società civile, istituzioni, impresa, economia». Per i membri della commissione, le cosche continuano ad operare «con presenza asfissiante», un controllo «pregnante» delle attività economiche dell’intera regione attraverso dei prestanome con cui si aggiudicano appalti pubblici. L’idea è chiara: «In alcune aree del Paese l’articolo 41 della costituzione rimane mera enunciazione di un principio». Vengono passati in rassegna gli interessi delle cosche nel settore delle scommesse on line, in quello delle energie rinnovabili e della depurazione. Ed è in tale contesto che vengono riprese le parole del procuratore capo della Dna, Federico Cafiero de Raho, il quale afferma che «quello che, per la verità ho rilevato è che nella provincia di Reggio Calabria molti parlano di rifiuti anche tossici e nocivi e addirittura di rifiuti radioattivi che sarebbero stati sversati, ma nessuno è in grado di indicarci almeno soltanto la zona. Non c’è collaborazione per i reati contro la pubblica amministrazione, non c’è collaborazione per i reati della ‘ndrangheta, per l’inquinamento e quindi per l’ambiente».

Non passa inosservato neppure il rapporto esistente fra mafia, esponenti della Chiesa ed enti costituiti per attuare opere evangeliche di misericordia. Il riferimento è a quanto emerso ad Isola Capo Rizzuto.

Le infiltrazioni negli enti locali

Si parla di un fatto antico e non nuovo, ma che è aumentato con il passare del tempo. E se alcuni Comuni sono stati condizionati da una presenza esterna al Consiglio, altri dall’interno stesso. Una tendenza, quelli agli scioglimenti, che si è spostata anche al Nord. Diverse indagini e provvedimenti giudiziari hanno confermato i solidi rapporti fra ‘ndrangheta e politica a livello comunale, provinciale e regionale. Con quale finalità? Quella di interloquire con ambiti istituzionali «da cui possono derivare utilità e vantaggi economici connessi all’illecita acquisizione di flussi di denaro pubblico deviati in tutto o in parte dalle finalità istituzionali». Vengono citate alcune vicende, fra cui quella che ha visto protagonista l’ex sindaco di Rizziconi, Bartuccio, uno dei pochi casi di amministratore che ha deciso di non piegarsi alle logiche mafiose ai compromessi e che ha subito iniziato a parlare con i magistrati facendo aprire un’inchiesta molto importante. Il suo caso, di sindaco che viene di fatto esautorato con la dissoluzione dell’organo amministrativo per dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali, è ormai molto noto. Ci sono poi esempi in negativo, come quello che ha riguardato il senatore Antonio Caridi, accusato di essere parte integrante di quel meccanismo che governa le dinamiche mafiose. La commissione ricorda come Reggio Calabria sia stato il primo comune capoluogo sciolto per mafiosa, un posto nel quale è stato evidenziato come la ‘ndrangheta abbia «utilizzato le società partecipate per acquisire consenso sul territorio pilotando un significativo numero di assunzioni e drenare ingenti quantità di denaro pubblico». Si parla di una inversione del rapporto di forza tra politica e criminalità organizzata, soprattutto in ambito locale: sono i politici che vanno dai mafiosi a cercare l’appoggio elettorale.

 

Non va poi dimenticato come diversi siano stati gli amministratori che, in tutta la provincia reggina, hanno subito intimidazioni di diverso tipo. Ma, sul punto, la commissione ci va piano: «Il fenomeno non è di facile lettura e le chiavi interpretative degli episodi sono molteplici». Si va dalle beghe private, magari maturate in ambienti di crimine organizzato, fino ad impegni elettorali disattesi o un contesto politico poco sereno o litigioso, sino ad arrivare ad interpretazioni che volgono verso pretesi accreditamenti o legittimazioni agli occhi dell’opinione pubblica.

La strategia politico-criminale

C’è una pagina che probabilmente disegna, più delle altre, le modalità di funzionamento e di ragionamento della ‘ndrangheta. Oggi più di ieri. Intanto gli obiettivi: «Soggiogare e mantenere in condizioni di arretratezza e di isolamento la terra dove ha avuto genesi e da cui trae legittimazione». Cadono ancora una volta, quindi, gli alibi di chi dice che “almeno la ‘ndrangheta crea lavoro”. Sbagliato, assolutamente sbagliato. La ‘ndrangheta annienta l’economia di queste terre con il preciso obiettivo di mantenerle nella povertà più assoluta, in quella condizione di continuo bisogno che porta a doversi rivolgere al signorotto di turno, magari in grado di fare un’elemosina che appare come chissà cosa. Chiedendo, ovviamente, qualcosa indietro. E molto spesso è qualcosa d’illegale.

 

Ecco allora che «l’immagine di una ‘ndrangheta povera e plebea che ha dominato nelle rappresentazioni che sono state date, è stata utile alla ‘ndrangheta» e ha «offuscato l’individuazione di una presenza importante e inquietante nel mondo delle professioni, in tutte le professioni senza particolari eccezioni». Secondo la commissione è emersa la presenza sempre più evidente di professionisti del nord che hanno rapporti d’affari con uomini delle ‘ndrine, così come il superamento della linea di confine tra clienti e assistiti. Non ci sono dubbi per i membri dell’antimafia: «Il mondo delle professioni è decisivo per assicurare il radicamento e l’espansione delle attività criminale». Non c’è professione, a giudizio della commissione, che sia rimasta impermeabile alla penetrazione mafiosa. Tutto ciò ha determinato un’espansione che, senza tale contributo, sarebbe stata più difficoltosa e lenta. «Un tempo – spiegano i parlamentari – erano gli ‘ndranghetisti ad avere bisogno dei professionisti, ora il rapporto è completamente rovesciato». Così come succede per gli imprenditori, alcuni dei quali si sono rivolti agli ‘ndranghetisti per avere soldi, recuperare crediti o ottenere in appalto dei lavori. Una infiltrazione mafiosa che non ha risparmiato nessuna categoria, si sottolinea nella relazione, comprese forze dell’ordine e magistratura.

Le ‘ndrine e la massoneria

Come abbiamo anticipato, la commissione si occupa anche del capitolo riguardante i rapporti fra le cosche e la massoneria. Si afferma in modo netto che la forza della ‘ndrangheta deriva anche dai rapporti con la massoneria, nati a metà degli anni ’70 e mai troncati. Il vincolo è «molto forte» e lega insieme uomini «abituati al segreto e al lavoro nell’ombra e nel mistero». Per la commissione, le due potenze «s’incontrano e si amalgamano». Un tempo l’alleanza riguardava dei progetti eversivi, oggi si parla di affari economici rilevanti tanto in Italia quanto all’estero. Viene ricordato come il primo procedimento in assoluto sul tema sia stato affrontato dalla Procura della Repubblica di Palmi che ha poi inviato le carte a Roma per competenza territoriale. Lì finì tutto con un’archiviazione. I membri della commissione richiamano poi il loro lavoro specifico sul tema “mafie e massoneria”, laddove quest’ultima viene vista come una sorta di “stanza di compensazione” dove persone diverse si possono incontrare. La massoneria funziona quindi come «un cemento che lega le persone» per realizzare interessi, «non sempre leciti». Non si dimentichino le recenti indagini come Crimine, Saggezza, Fata Morgana, Mammasantissima, che (alcune ancora in fase dibattimentale) hanno posto in luce proprio queste commistioni, con l’emersione di una categoria, i cosiddetti “invisibili” da sempre riservati e coperti ed in grado di esercitare un controllo quasi totalizzante, così consentendo la coesistenza di due mondi, quello massonico e quello criminale. La creazione della “Santa” avrebbe portato la massoneria a piegarsi alle esigenze della ‘ndrangheta, creando un ulteriore livello segreto, formato da soggetti che “restano occulti alla stessa massoneria”. Una ricostruzione che ovviamente la commissione fa con prudenza, essendo alcuni procedimenti (vedi Gotha, che ingloba fra gli altri Fata Morgana e Mammasantissima).

‘Ndrangheta e famiglia

Chi pensa ad una ‘ndrangheta rimasta inalterata nel corso di tutto questo tempo, si sbaglia. Anche per quanto concerne i rapporti familiari. Certo, ciò rimane in perno del “buon funzionamento” del meccanismo, ma anche nella ‘ndrangheta le cose sono cambiate. Soprattutto per le donne e i figli.

 

Le prime hanno un ruolo rilevante, ma in due ambiti opposti: per un verso hanno assunto funzioni di comando «sostituendo efficacemente padri, mariti o fratelli finiti in carcere ed impossibilitati ad esercitare una funzione operativa di comando». Il potere passa alle donne, visto che non ci sono guerre da fare, ma affari da portare avanti. Per altro verso, però, sono le donne che spesso hanno ruolo determinante per far collaborare i loro mariti con la giustizia, diventando, a volte, esse stesse collaboratrici o testimoni di giustizia. Ma un aspetto particolarmente importante è anche quello che riguarda gli uomini: si registra una sempre maggiore tendenza a collaborare con la giustizia per preservare il futuro dei figli, con la consapevolezza che le ‘ndrine difficilmente accetteranno i figli di un “infame”, termine con cui viene appellato colui che collabora con i magistrati. Ed è proprio il futuro dei figli una delle questioni più importanti con un'attività, su questo fronte, già ben avviata dal Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che sta registrando significativi risultati con sempre più donne che si rivolgono alla Giustizia per far sì che i propri figli abbiano un avvenire diverso.

 

Consolato Minniti 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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