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Cronaca

IL REPORTAGE | Antonino ammazzato e bruciato in una terra di nessuno soffocata da spaccio e degrado (FOTO)

Viaggio ad Arghillà, teatro dell'ennesimo fatto di sangue. Un giovane svela dei dettagli e viene subito richiamato via. Ma cosa ci faceva la vittima lì a quell'ora?

di Consolato Minniti
sabato 13 gennaio 2018
19:12
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L’odore acre della platica bruciata si mischia a quella di pneumatici sciolti, tirati su dalle mazze dei netturbini chiamati a pulire quanto rimasto dal rogo della scorsa notte. Intorno, Arghillà nord si conferma ciò che da tempo è divenuta: un vero e proprio ghetto. Casermoni anonimi e isolati, degrado ed un senso continuo d’insicurezza pervadono questa lingua di terra del comune di Reggio Calabria, dove la scorsa notte ha trovato la morte Antonino Barresi, 69 anni, originario di Villa San Giovanni. Con tutta probabilità è stato ammazzato e poi bruciato assieme alla sua auto, una Peugeot 206. Così dicono le tracce lasciate sul cemento della piazza di Modenelle, mentre il sole cala sul panorama mozzafiato dello Stretto.

Il racconto di un giovane

Il luogo è ormai deserto. Lampeggianti e forze dell’ordine sono andati via da un pezzo. Restano in netturbini ed un solo giovane che ci accoglie al nostro arrivo. Ha lo sguardo furbo dei 16enni, un italiano un po’ stentato, ma la sicurezza di chi conosce bene quelle strade. «Eccolo, vedete, l’hanno trovato qui», ci spiega indicando il punto esatto in cui giaceva il corpo di Barresi. Gli domandiamo se si sia accorto di qualcosa, lui giura di no, ma il suo racconto arricchisce di particolari quella piazza solitaria: «Il corpo era con la testa vicina al muretto e i piedi verso l’interno – prosegue – l’hanno messo di sicuro sotto la macchina». Gli chiediamo se lui sia passato al mattino, ma la risposta è negativa: «No, è successo tutto questa notte intorno alle due». Sembra voler andare oltre nel suo racconto, quando un fischio da lontano richiama la sua attenzione. Gli è familiare. In pochi istanti capisce che è meglio squagliarsela per evitare guai e sparisce dentro le vicine palazzine popolari.

I nodi irrisolti

Ma perché Antonino Barresi si trovava lì, ieri sera? È una domanda alla quale non è semplice dare una risposta. Di certo c’è che Arghillà nord, specie di notte, si trasforma in una zona franca ad alto rischio, dove spaccio e prostituzione sono fenomeni nemmeno troppo nascosti. Anche per le forze di polizia diventa difficile controllare in maniera sistematica un quartiere ormai quasi totalmente controllato da quei rom – ma non soltanto – che hanno inteso prediligere il crimine piuttosto che un onesto lavoro. E allora le ipotesi sono diverse: Antonino Barresi potrebbe essere stato aggredito da qualcuno, forse addirittura ucciso con un corpo contundente e poi lasciato bruciare sotto la sua auto. Questa pista è suggerita da alcune tracce di sangue, anche consistenti, che appaiono su pezzi di marmo lasciati in piazza. Fanno parte del muretto che la delimita e che è stato staccato. Non è da escludere che qualcuno possa aver voluto rapinare l’uomo e che questi abbia reagito, scatenando l’ira dell’aggressore.

 

Ma non si può neppure escludere che Barresi fosse lì per un appuntamento e che le cose successivamente siano degenerate portando alla morte del pensionato 70enne. Certamente appare poco usuale che un uomo di 70 anni si rechi con la sua Peugeot 206, in una piazza isolata, in piena notte e per puro diletto.

L’esame autoptico

Le informazioni più importanti arriveranno dagli esami cui sarà sottoposto il cadavere dell’uomo. Si comprenderà se sia stato colpito con un oggetto o con armi da fuoco. I successivi accertamenti, compatibilmente con le condizioni in cui si trova la salma carbonizzata, potrebbero anche suggerire l’effettiva causa della morte.

Il tempo di una sigaretta

E mentre nella piazza di Modenelle i netturbini proseguono il loro lavoro di pulizia, un’auto blu passa più volte dalla rotatoria adiacente. Il conducente ha lo stereo “sparato” su canzoni neomelodiche e lo sguardo fisso su chi sta lì dove giaceva il cadavere di Barresi. Pochi istanti dopo, ecco altri due ragazzini, forse neppure 15enni, giungere con felpe e cappucci. Chiedono cosa sia accaduto. La nostra risposta è asciutta, ma presuppone il dubbio. Loro ne aggiungono uno ulteriore: «Un solo morto? Noi sapevamo tre. Ah, va bene». Il passaparola, evidentemente, deve aver distorto la notizia moltiplicando il numero delle vittime. Proviamo a chiedere un accendino, per familiarizzare un po’. Loro ce ne mostrano uno scarico. Ma – assicurano – possono procurarsene uno funzionante. A patto che si offra loro una sigaretta. Capiscono che non accadrà e così, con una certa velocità, vanno via anche loro. Di fronte, intanto, le medesime auto, continuano a girare intorno quasi a voler controllare la zona.

Le indagini alla Polizia

La luce del giorno comincia a lasciare il passo all’ombra della sera su Arghillà. E ciò consiglia di lasciare la zona e riprendere la marcia verso la città. Le mazze degli operai continuano a tirare su resti d’auto bruciata, mentre il segno del corpo carbonizzato sembra nitidamente visibile dal colore nero lasciato sulla pavimentazione. Lì vicino un nugolo di guanti in lattice a testimonianza di una frenetica attività di polizia per raccogliere quante più tracce possibili.

 

Non sarà un caso facile da risolvere per la Squadra mobile diretta da Francesco Rattà e per la Procura della Repubblica reggina retta da Gaetano Paci. Perché la morte del 70enne non è da inquadrarsi in un contesto di ‘ndrangheta. Ne era fuori lui ed anche le modalità della sua morte non collimano con il modus operandi mafioso. Sembra molto più un delitto d’impeto, di quelli che accadono senza premeditazione. Ecco allora che scavare nel passato e nella vita di Barresi diventa fondamentale per imboccare la strada giusta e comprendere le ragioni per le quali un uomo di 70 anni, di Villa San Giovanni, decida di salire per una strada di periferia, buia ed isolata in piena notte. Perché è forse proprio in questo cruciale passaggio che si nasconde la ragione che ha condotto l’uomo all’appuntamento con la morte.

 

Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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