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Cronaca

I pentiti incastrano il boss. Ma al vertice della 'ndrina è guerra per il comando

Le “due anime” della cosca Ficara-Latella, egemone nella periferia Reggio Calabria, emergono con prepotenza nelle motivazioni della sentenza “Reggio Sud”. Ruolo apicale per Pino Ficara, condannato a 12 anni

di Consolato Minniti
giovedì 16 marzo 2017
07:48
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Giuseppe “Pino” Ficara aveva un ruolo di vertice all’interno della cosca Ficara-Latella. Lo dicono a chiare lettere i giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria nelle motivazioni della sentenza “Reggio Sud”, che ha visto infliggere pesanti condanne in secondo grado per il clan operante nei territori di Ravagnese, Saracinello e Pellaro.

 

Quell’incontro fra commercialisti. Ma i giudici di piazza Castello esordiscono spiegando come «contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, elementi probatori a carico di Ficara non possono trarsi dalla sua partecipazione al cosiddetto incontro dei commercialisti, avvenuto il 16 febbraio 2008, ed avente ad oggetto rapporti obbligatori fra i fratelli Candeloro Claudio e Domenico Ficara». Quell’incontro, infatti, ebbe uno svolgimento con modalità lecite e non può essere ritenuto prova dell’appartenenza di Ficara all’associazione mafiosa.

 

Gli altri procedimenti e i pentiti. Una prova che però arriva in modo chiaro sulla base di diversi altri elementi. Ad esempio dalle conversazioni intercettate nell’ambito del procedimento penale “Sic et simpliciter”. In quei colloqui Nicola Gattuso, esponente di spicco della ‘ndrangheta e capo del locale di Oliveto, conversando con altri soggetti, si riferisce a Giuseppe Ficara chiamandolo “Pino” o “Pinuzzo”, con riferimento all’attribuzione di doti di ‘ndrangheta, criticando l’operato di Francesco Gattuso, detto “Ciccillo”, che non si era attivato perché “si spaventava di Pino Ficara”.

 

Anche le dichiarazioni dei pentiti servono a corroborare la tesi accusatoria. Uno dei principali è sicuramente Consolato Villani, il quale, essendo nato e cresciuto per qualche tempo a Ravagnese, ha una buona conoscenza delle dinamiche criminali della zona e indica con certezza Giuseppe Ficara come soggetto inserito con ruolo di vertice nella sua consorteria d’appartenenza. Per i giudici di piazza Castello a poco rileva che Villani attribuisca anche ad altri, come Giovanni Ficara, posizioni di vertice, poiché anche nel processo stesso è emersa la coabitazione di più personaggi “ai piani alti” nel medesimo territorio.

 

«La riferita esistenza di diverse “anime all’interno della cosca Ficara  - Latella, riconducibili a Giovanni Ficara, Antonino Latella ed a Pino Ficara, trova riscontro nelle conversazioni intercettate nell’abitazione di Giuseppe Pelle, nel corso delle quali Giovanni Ficara fa riferimento al cugino ed allo zio Nino, come personaggi di vertice della cosca con cui aveva dei contrasti». Oltre alle dichiarazioni di Moio – che inserisce Pino Ficara come soggetto apicale del clan – un contributo significativo arriva anche dalle parole del pentito Enrico De Rosa. Questi, infatti, sentito dalla Corte d’Appello, ha riferito di essersi recato «unitamente al capo cosca Nino Caridi a trovare Pino Ficara, al fine di discutere con quest’ultimo circa un’operazione immobiliare che Caridi intendeva realizzare su un terreno sito nella zona di Pellaro. L’incontro con Ficara si rendeva necessario in quanto Pellaro rientrava nel territorio controllato, a livello ‘ndranghetistico, dalla cosca Ficara; conseguentemente Pino Ficara avrebbe dovuto percepire una parte del guadagno che l’investimento immobiliare avrebbe fruttato». De Rosa ha poi raccontato ai giudici di un altro incontro, all’interno dello studio di un professionista, di un tecnico reggino, di cui non ha riferito il nome, in quanto coperto da segreto investigativo. Circostanza che fa comprendere come la Dda di Reggio Calabria stia compiendo ancora ulteriori indagini, partendo proprio dalle dichiarazioni di Enrico De Rosa e che queste mirano anche verso obiettivi di un certo spessore, considerato il mondo nel quale era calato l’attuale collaboratore di giustizia.

 

Per i giudici, dunque, le parole dei vari pentiti sul conto di Ficara sono «pienamente riscontrate dalle conversazioni intercettate in ambientate tanto nell’abitazione di Giuseppe Pelle, quanto all’interno dell’autovettura di Nicola Gattuso. Convergenti con le citate emergenze processuali sono anche le dichiarazioni rese da Filippo e Santo Barreca nel processo per l’omicidio del congiunto, i quali hanno riferito in ordine all’inserimento dell’appellante nella cosca anche in periodi più risalenti nel tempo». Tale ruolo, ad avviso dei giudici, «emerge prepotentemente non solo dalle dichiarazioni dei collaboratori Moio e Villani, ma ancor prima dal tenore delle conversazioni intercettate nell’abitazione di Giuseppe Pelle, dalle quali si evince che Giuseppe Ficara aveva avuto il potere di estromettere dagli affari della cosca il cugino Giovanni Ficara, e di costringerlo a trasferirsi a Milano. Dalle conversazioni intercettate nel procedimento “sic et simpliciter”, emerge che Giuseppe Ficara interloquiva in posizione quantomeno paritaria, con altri esponenti di spicco della ‘ndrangheta reggina, quanti appunto Nicola Gattuso, di questioni di rilievo, ed aveva il potere di interferire nel conferimento di doti e cariche di ‘ndrangheta agli affiliati. Tale imponente quadro probatorio non può ritenersi inficiato dalla circostanza che, nel presente processo, non sia stato accertato il coinvolgimento di Giuseppe Ficara nei reati fine perpetrati dalla cosca, né siano emersi rapporti con i coimputati». Un lungo percorso argomentativo che porta i giudici a stabilire, per Ficara, una condanna a 12 anni di reclusione.

 

Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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