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Cronaca

Dal carcere alla panchina: il ritorno di Natale Iannì

Il neo tecnico della ReggioMediterranea è stato condannato sia in primo grado che in Appello per associazione mafiosa (cosca Caridi-Borghetto-Zindato). Ora torna ad allenare. La società: «Merita una possibilità»

di Consolato Minniti
giovedì 16 novembre 2017
09:57
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Il ds Pasquale Casciano, Natale Iannì e il dg Angelo Cuzzola
Il ds Pasquale Casciano, Natale Iannì e il dg Angelo Cuzzola

A volte ritornano, s’intitolava un celebre film. E questa volta è accaduto esattamente così. Prima c’era, poi è “andato” e ora eccolo di nuovo lì, in panchina, a dare istruzioni a giovani calciatori. Lui è Natale Iannì, 50 anni, di professione allenatore, con un passato da giocatore nelle categorie dilettantistiche e un discreto pedigree anche in panchina, fra ReggioSud, Hinterreggio e Valle Grecanica. Il 10 novembre scorso, a distanza di ben sette anni dall’ultima volta, è tornato ad allenare, sostituendo Peppe Carella alla guida della ReggioMediterranea.

 

Il ritorno in panchina

Sabato, alla sua prima uscita ufficiale, Iannì ha portato la sua squadra a battere di misura la capolista Siderno, nel campionato d’Eccellenza calabrese. Complimenti, ovazioni, manifestazioni di giubilo. «Una prova di carattere», commenta qualcuno sui social; «ho visto gente più motivata in campo», riprende un altro. E poi ancora: «Prova attenta, ordinata, cinica». Addirittura qualcuno chiede di cambiare la foto utilizzata e mettere quella «dov’è mister Iannì». Insomma, mentre l’Italia di Ventura fa disperare una nazione intera, uno spicchio di tifoseria locale pare abbia ritrovato il trainer atteso da tempo.

E che il “nostro” abbia grandi doti di allenatore è fuor di dubbio. In passato ottiene non pochi risultati tanto con l’Hinterreggio, quanto con la Valle Grecanica. Li ha in tandem con un altro protagonista indiscusso del mondo pallonaro, scomparso dalle scese nello stesso giorno di Iannì: Eugenio “Gino” Borghetto, già allenatore e ds di ReggioSud e Hinterreggio.

L’arresto nell’ottobre 2010 e la condanna

Tutto s’interrompe bruscamente il 29 ottobre del 2010, quando decine di poliziotti della Squadra mobile di Reggio Calabria eseguono, in piena notte, l’operazione “Alta tensione”. A cadere, sotto i colpi della Giustizia, è la cosca “Caridi-Borghetto-Zindato”. In quel momento, Borghetto e Iannì sono rispettivamente direttore sportivo e allenatore della Valle Grecanica, squadra che, al tempo, militava nel campionato di serie D e sfiorava la vetta. All’uscita dalla Questura si scorgono anche i loro volti fra le persone arrestate. Entrambi sorridono, quasi in modo beffardo. C’è grande stupore, poiché si tratta di due personaggi di calibro pesante nel mondo del pallone dilettantistico. Però, già in conferenza stampa, emerge una prima verità: per la Dda di Reggio Calabria, Borghetto sta a capo della cosca egemone nel territorio di Modena e Iannì ne è un appartenente con un ruolo di dirigente promotore. Un’accusa che, per il solo Iannì, verrà poi alleggerita con la successiva sentenza d’Appello. Mentre in primo grado, infatti, rimedia una condanna a 15 anni di reclusione, con tanto di contestazione del 2 comma dell’articolo 416 bis (dunque, il ruolo di dirigente del sodalizio mafioso), in secondo grado la condanna scende a 9 anni, 6 mesi e 20 giorni. Iannì rimane in cella per molto tempo. Poi viene scarcerato. Per Borghetto, invece, arrivano 17 anni e 6 mesi di prigione.

 

L’episodio rivelatosi una burla

Nei primi momenti dell’inchiesta, a Iannì viene anche contestato un reato in materia di armi. È un’intercettazione ad incastrarlo: «Lo sai che ieri sono andato da Checco e gli ho portato due pistole nella culla?», dice ad un uomo. Il “Checco” in questione, è Francesco Zindato, ritenuto dagli inquirenti il capo dell’omonima cosca che, nel 2007, diviene padre di due gemelli. Il regalo per la nascita, appurano gli inquirenti, è quello di due pistole. E così scatta la contestazione in materia di armi. Iannì, tuttavia, riesce a dimostrare, già in fase di Riesame, che quelle pistole, in realtà, non sono assolutamente vere, ma meri giocattoli. Si tratta di un regalo “simbolico” ai figli del boss. E dunque viene scagionato.

 

In attesa di giudizio definitivo

Come abbiamo detto, Iannì è adesso libero, in attesa che venga fissato in Cassazione il processo che lo riguarda. L’ultimo grado, dopo ben sette anni. Così, nonostante una condanna anche in Appello, l’allenatore attende sulla panchina della ReggioMediterranea che la Giustizia faccia il proprio corso. E in questo momento, a termini di legge, è da ritenersi non colpevole. Da qui la sua “chiamata” alla guida di una squadra di calcio. E, a quanto pare, non ha per nulla dimenticato come si faccia l’allenatore.

 

È una scelta opportuna?

Certo, la decisione della ReggioMediterranea lascia qualche interrogativo, trattandosi di dirigenti che hanno sempre dimostrato correttezza e fatto grandi sacrifici per portare avanti le diverse squadre negli anni. Ci domandiamo, però, se sia opportuno affidare la guida di ragazzi giovanissimi ad un uomo che, ad oggi, due sentenze indicano come intraneo ad una cosca di ‘ndrangheta che ha portato terrore e violenza, soggiogando un intero quartiere e distruggendo le vite di diversi commercianti. Non ci risulta che Iannì abbia mostrato alcun pentimento o dissociazione rispetto alla cosca della quale è accusato di far parte.

Sono molti quelli che pensano che il calcio sia una cosa e la ‘ndrangheta sia un’altra. La storia giudiziaria però ci ha dimostrato – a più riprese – le commistioni esistenti fra pallone e mafia, dove boss di primo livello erano anche dirigenti di squadre di calcio, attirando su di loro consenso e popolarità. Non è certamente questo il caso della ReggioMediterranea, sia chiaro.

 

«Ha sbagliato, ma può riscattarsi»

C’è da dire che diversi sono stati i siti web – specializzati e non – a riportare la notizia della chiamata di Iannì. Nessuno ha però avuto memoria sufficiente per ricordare ciò che avvenne alla fine di ottobre del 2010, nonostante il clamore mediatico dell’epoca. Perché questa, purtroppo, non è una storia di successi calcistici. O almeno lo è solo fino ad un certo punto. Poi diventa una storia di ‘ndrangheta.

Perché, dunque, questa scelta? Lo abbiamo chiesto direttamente al presidente della ReggioMediterranea, Bruno Leo: «Abbiamo valutato tutti gli aspetti – spiega – e come sempre abbiamo agito con la massima onestà, perché non credo che chi ha sbagliato, pagando di persona, una volta uscito fuori dal carcere debba essere schivato da tutti e non gli si possa dare le opportunità per riscattarsi». Leo aggiunge poi un particolare: «Tra l’altro il signor Iannì, durante la carcerazione ha iniziato un percorso di studi che tra poco lo porterà a conseguire la laurea in giurisprudenza». Il presidente della ReggioMediterranea, dunque, crede nel recupero sociale del neo allenatore e rilancia: «Spero che non inizi il tiro al piccione, come normalmente accade in questa città».

E noi rassicuriamo il presidente Leo: nessuno intende iniziare un tiro al piccione, ma neppure dimenticare ciò che è stato e far finta che non sia mai accaduto. La storia ci dirà se questo percorso che Iannì sembra aver intrapreso, darà i frutti sperati. Nell’attesa che la Corte di Cassazione dia un giudizio definitivo sul processo che lo vede imputato.

Consolato Minniti 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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