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Cronaca

“Gotha”, cala il gelo fra Sarra e Romeo: distanti anche fisicamente

L’ex sottosegretario è stato fatto accomodare in una gabbia apposita, non a contatto con gli altri detenuti. Pesano le dichiarazioni rilasciate ai magistrati della Dda. Per Romeo carpetta rossa con tutti gli atti che lo riguardano

di Consolato Minniti
giovedì 20 aprile 2017
13:04
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Alberto Sarra e Paolo Romeo
Alberto Sarra e Paolo Romeo

Paolo Romeo, presente. Alberto Sarra, presente. Antonio Caridi, assente. Dei tre big del processo “Gotha”, solo uno, il senatore, ha deciso di non presenziare alla prima udienza in programma all’aula bunker di Viale Calabria.

 

Carpetta rossa in mano, giacca e camicia. Così si è presentato Paolo Romeo, l’uomo ritenuto al vertice della cupola massonico mafiosa di Reggio Calabria. Piuttosto sorridente, ma molto attentato a ciò che accadeva all’interno dell’aula, Romeo era all’interno di una delle gabbie presenti per gli imputati. Ed era in compagnia di tutti gli altri che hanno deciso di presenziare al processo. Tutti, tranne uno: Alberto Sarra. Lui, invece, presentatosi con un maglione blu ed in discreta forma fisica rispetto al recente passato, si trovava nella seconda gabbia. Da solo. Un caso? Certamente no, dopo le dichiarazioni rilasciate ai magistrati della Dda di Reggio Calabria, nel corso delle quali Sarra non ha mancato di fare accuse precise e circostanziate anche a carico di Paolo Romeo. Ma non soltanto.

 

Così, il troncone ordinario di “Gotha” inizia a prendere forma davvero. Nella mattinata odierna, infatti, erano centinaia gli avvocati che hanno preso d’assalto l’aula “B4” della bunker. Folto anche il pubblico presente, fra cui diversi rappresentanti di associazioni antimafia che hanno già annunciato di volersi costituire parte civile. Una procedura che sarà completata nelle prossime udienze.

 

Intanto, come già anticipato in precedenza, l’udienza odierna ci consegna una prima questione preliminare, ossia la ricusazione presentata dal collegio difensivo, nei confronti del presidente del collegio, Ornella Pastore, per precedenti provvedimenti emessi nei confronti di alcuni imputati, sui quali sarebbe stata fatta anche una valutazione di merito circa l’appartenenza o la contiguità con ambienti ‘ndranghetistici.

 

Una decisione che ora spetterà al presidente del Tribunale e che probabilmente giungerà già nella prossima udienza fissata per il 18 maggio alle 9.30.

 

L’inchiesta. Secondo la Dda reggina, con in testa il procuratore capo Federico Cafiero de Raho e i sostituti Giuseppe Lombardo e Stefano Musolino, Giorgio De Stefano, Romeo, Chirico, Sarra e Caridi sarebbero parte di quell’associazione mafiosa, nella sua componente riservata, chiamata a svolgere funzioni di direzione strategica, in simbiotico interscambio con organismi organizzativi ed operativi. 

 

Una struttura il cui riferimento primario risale addirittura all’organizzazione che la ‘ndrangheta si diede a partire dal 1969/70 prima, ed a conclusione della seconda guerra di mafia poi, con una linea dettata da Giorgio e Paolo De Stefano (entrambi deceduti) riconosciuti come fondatori e ideatori, sin dagli anni ’70, della prima vera “struttura riservata” della ‘ndrangheta conosciuta come “Mamma santissima” (La Santa). Tale nuova concezione ha permesso di superare agevolmente quegli steccati rappresentati dalle tradizionali regole delle cosche, per dotarsi così di poteri deliberativi in grado di garantire l’impermeabilità informativa, l’agilità operativa, il proficuo proseguimento degli scopi programmati e la continua interrelazione con gli ulteriori soggetti inseriti nel medesimo contesto criminale, a questo collegati o contigui. Una struttura criminale che ha esteso il programma criminoso in ambiti strategici d’interesse con riferimento ai canali politici, istituzionali, professionali, informativi, finanziari, imprenditoriali, bancari ed economici, curando – contemporaneamente il coordinamento con le altre mafie italiane e con strutture a carattere eversivo.

 

Ma l’attività della cupola non si fermava qui: c’erano anche canali privilegiati per ottenere informazioni riservate, grazie a soggetti come Giovanni Zumbo, Mario Giglio, i due Vincenzo Giglio, Giuseppe Rechichi ed altri personaggi in via d’identificazione, anche appartenenti ad apparati investigativi.

 

 Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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