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Cronaca

L’accusa di De Stefano ai pm: «Cercate la verità, non un teorema»

In anteprima, il verbale dell’interrogatorio dell’avvocato, accusato di essere a capo della loggia massonico-mafiosa che governa Reggio Calabria. Scambi durissimi con il pm Lombardo. E, parlando di Fiume, spunta il nome di Italo Falcomatà

di Consolato Minniti
lunedì 20 marzo 2017
17:58
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«Strategie processuali? A me questa parola non piace per niente, perché che strategie processuali dobbiamo avere, giudice? Non va inseguita la strategia che deve portare alla condanna dell’imputato, che deve portare alla conferma di un teorema accusatorio. Che ve ne fate di un teorema accusatorio quando poi questo teorema non corrisponde alla verità?».

 

È il 6 marzo scorso, quando l’avvocato Giorgio De Stefano rompe il silenzio e decide di farsi interrogare dal pubblico ministero Giuseppe Lombardo. Un interrogatorio coperto dalla riservatezza dell’udienza camerale che, ora, viene a cadere con il deposito del verbale che svela le parole volante all’interno dell’aula bunker fra accusa e difesa. Perché un dato è certo: non se le sono mandate a dire accusa e difesa nel corso delle cinque ore in cui è stato sentito Giorgio De Stefano.

 

I pentiti e la strategia. L’avvocato è convinto: ci sarebbe una strategia dei pentiti contro di lui. E quando il pm Giuseppe Lombardo gli chiede i motivi di questo, De Stefano spiega: «Per quanto io possa dire adesso, a pensarci un vero e proprio movente diciamo non saprei indicarlo, posso dire che per esempio Lauro, uno che mi viene in mente, la posizione di Lauro che poi fu il primo pentito che mi accusò e dello stesso Barreca diciamo, potrebbe essere un particolare odio nei confronti dei miei cugini e quindi potrebbe essere per estensione questo malanimo, questo risentimento potrebbe anche essere». Mentre su Villani l’opinione è netta: «Non ho idea, non lo conosco. Non l’ho mai conosciuto. (…) In ogni caso Villani riferisce, io su Villani non ho niente da dire, riferisce una voce che avrebbe sentito da Lo Giudice, circa la capacità di aggiustare i processi e di avere rapporti, a non sa indicare nulla di concreto. Quindi sono più per sentire se ha qualcosa da dire».

 

Fiume e Falcomatà. «Dopo dieci anni, cioè dopo la dichiarazione di inattendibilità di Catanzaro – riprende De Stefano – Fiume rende dichiarazioni in chiara violazione di quelle che sono le regole che aveva stabilito la legge dei collaboratori. (…) Qui c’è tutta la risposta che do al pubblico ministero. Come mi spiego? Mi spiego con dieci anni di tardività e con contraddizioni violentissime, deflagranti perché le contraddizioni che rilevo tra quel verbale (…) dopo dieci anni sono violentissime e travolgono anche delle cose che riguardano persone su cui mi sia consentito spendere una parola, anche se detta da me magari io porterò sfortuna, voglio dire per esempio la questione Falcomatà, Fiume dice nelle dichiarazioni rese in merito a etc. Etc., non le sarà sfuggito questo fatto, che gli dissero Carmine tornando da un colloquio con Pasquale Condello, disse Pasquale Condello tutta una cosa con Falcomatà, l'ultimo fiume. Il Fiume del 2002 racconta lo stesso episodio, però non è Falcomatà quello che è tutta una cosa con Pasquale Condello. È un'altra persona che non è imputata qua e non voglio nominare.

 

Quindi voglio dire, ma non è che io adesso mi voglio mettere dietro le spalle del povero Falcomatà che era un grande signore, mi consenta di dirlo, perché è stato mio collega al Consiglio comunale, ed è una persona sulla quale si dovrebbero lavare la bocca tante persone. Io non credo nella maniera più assoluta, metterei la mano sul fuoco sull'onestà di quella persona. Ho voluta dirla questa cosa perché mi ha un po' indignata questa cosa, anche perché (inc.) senza dire niente che possa riscontrare questa prova. Allora come si fa a buttare nel carbone acceso l'immagine di un sindaco che ha veramente caratterizzato la città come una primavera, per dare una volta un po' a tutto lungomare, un'immagine etc. e dire era tutta una cosa con Pasquale Condello. Detto da chi? Da Fiume. Ma con quali riscontri? Cioè con quale atto concreto che lo sa ancorare a questo fatto. Si poteva dire solo in un caso che fosse stato confermato da Condello o da qualcuno, allora c'è una parvenza di riscontro sia pure da verificare ancora a sua volta che viene dato da una persona che sarebbe stato il latore di questa notizia. Ma la notizia non è confermata, è data così come io posso dire che posso avere preso un caffè al bar con l'appuntato qui presente. Insomma, direi una fesseria».

 

Lo scambio accusa-difesa. È un fittissimo scambio quello fra imputato con riferimento all’oggetto principale dell’interrogatorio: la valenza del fatto. Tutto parte dalle dichiarazioni del pentito Giuseppe Scopelliti

 

Lombardo - All'interno del suo schieramento si distingueva il ruolo di vertice occulto affidandolo a Lei da quello invece solo formalmente verticistico affidato al figlio di Paolo De Stefano nella persona di Giuseppe De Stefano. Questo non è un fatto?

De Stefano - Lo dice Scopelliti questo?

Lombardo - Questo non è un fatto?

De Stefano - Quanti anni aveva allora?

Lombardo - Non è un fatto questo?

De Stefano - Lei dice che è un fatto?

Lombardo - E che cos'è?

De Stefano - Da dove...

Lombardo - Nel significato che Lei attribuisce al fatto, l'essere indicato come vertice di una organizzazione criminale non è un fatto?

De Stefano - È un... è una notizia.

Lombardo - Ah è una notizia, ho capito!

De Stefano - Un fatto è un fatto concretamente verificato.

Lombardo - Comandare non è un fatto?

De Stefano - Il fatto è io sono andato con questa persona in questo punto.

Lombardo - Solo questo è un fatto De Stefano?! Comandare, essere vertice non è un fatto? fissare le strategie non è un fatto?

De Stefano - Secondo Lei queste sono parole che riempiono di contenuto qualche cosa?

Lombardo- Cosa vuole dire se riempiono di contenuti? Le sto chiedendo se questi sono fatti.

De Stefano - Il fatto è un contenuto.

Giudice - Scusate!

De Stefano - Mi perdoni...

Lombardo - Però Giudice non si deve bloccare sul significato delle parole.

De Stefano - Questo non è un contenuto (inc.) significati.

 

Tensione alle stelle. Il livello di agone giudiziario sale parecchio, quando si discute dell’intercettazione concernente il padre di Giorgio De Stefano che, secondo la prospettazione accusatoria, avrebbe partecipato ad un rituale ‘ndranghetistico.

 

Giudice - L'intercettazione è agli atti, quindi la si può ascoltare e ognuno si fa...

Lombardo - Allora se questa è la sua spiegazione, vorrei che Lei mi spiegasse nel dettaglio questi passaggi. A un certo punto suo figlio Carmelo le chiedo a proposito di quei rituali in che cosa consisteva questa cosa. E lei risponde: "Io veramente di preciso non lo so", Carmelo:, Gli facevano fare minchiate", "Io non sono andato mai" dice Giorgio De Stefano "quelle cose delle immaginate è vera questa cosa storia?", "Queste cose raccontano", dice Giorgio De Stefano "Io veramente mi sono anche vergognato a domandare" risponde Carmelo "Se ti ha detto vattene a te", Giorgio "No vattene no, mi ha detto mio padre dico io siamo impegnati là dentro, non entrare proprio, non ha detto vattene, abbiamo aspettato che si sbrigassero, perché era in corso un rituale", De Stefano era in corso un rituale, a cui prendeva parte suo padre, questa è l'intercettazione.

De Stefano - Lei non si arrabbi! Ma mi dica dove...

Giudice - Il Pubblico Ministero...

De Stefano - Lei non può rispondermi così, qui non siamo davanti...

Lombardo - Qui siamo a dovere dare delle spiegazioni serie, se ce ne sono, non ha mistificare il contenuto delle intercettazioni!

De Stefano - Lei non è un monaco inquisitore, non è un monaco Dominicano, e io non sono in catene! Legato alla ruota.

 

Nessun legame. De Stefano nega poi qualunque tipo di conoscenza tanto con Piromalli («non l’ho mai difeso»), quanto con Chirico e lo “spione” Giovanni Zumbo.

 

Insomma, Giorgio De Stefano appare risoluto nel respingere le accuse che, invece, la Dda conferma pienamente. Toccherà ora al gup di Reggio Calabria decidere se e come accogliere le tesi di accusa e difesa. Una decisione che metterà una prima pietra miliare nel processo “Gotha”.

 

Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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