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Consolato Minniti

Ma quel baciamano è anche colpa nostra

Permettere quel gesto d'affetto al boss Giorgi è un errore? Sì, ma vi diciamo perchè, secondo noi, la responsabilità non è solo dei carabinieri. Dietro c'è molto altro

domenica 4 giugno 2017
15:32
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A distanza di due giorni dal famigerato baciamano del boss Giorgi, mi preme fare qualche considerazione, nonostante mi fossi imposto il silenzio per le tante amenità lette ed ascoltate.


Intanto l'unico punto saldo: Il baciamano si poteva e doveva evitare? Sì, si poteva e doveva evitare.

 

Fatta questa doverosa premessa, che ci dice come sia certamente un errore "materiale" permettere ad un uomo del calibro di Giorgi di ricevere "l'affetto" di persone estranee, mi pongo - e vi pongo - alcuni quesiti. Ma secondo voi, uno che rimane latitante per 23 anni, come può farlo, se non grazie ad una rete fitta, impenetrabile, di connivenze che riguardano soprattutto le persone a lui fisicamente vicine? Cioè, vi scandalizzate per un baciamano, ma nulla dite circa tutti quelli - dentro e fuori lo Stato - che hanno consentito a questo tizio di restare impunito per cinque lustri?

Ve lo dico francamente: a me, quel gesto non ha sorpreso più di tanto. Lo ritengo inaccettabile, scandaloso, per certi versi ridicolo. Al pari di molti altri. Ma non mi ha sorpreso. Resiste, in quel terribile olezzo che è la sub-cultura mafiosa, l'idolatria del boss. Se ci meravigliamo di questo, allora della 'ndrangheta abbiamo capito poco.

L'operazione "Il Crimine" - che è ormai storia giudiziaria - ci ha consegnato orde di "malati di 'nnacamento mafioso", alle prese con rituali, santini da bruciare e quant'altro. Era solo il 2010. Pensate che dentro quel recinto sia davvero cambiato qualcosa? Sinceramente non lo credo.


Arriviamo ai carabinieri. In premessa ho detto con chiarezza che, aver permesso quel contatto, è da considerarsi un errore "materiale". Che significa? Semplicemente che il contatto, teoricamente, doveva essere impedito. Con chiunque, fuori dalla porta di casa. Ci sono però molteplici fattori che tanti, tantissimi non considerano. Inutile elencarli tutti. Ci ha già pensato il procuratore Cafiero de Raho. Mettiamola così: questa volta De André si è sbagliato. Lui che cantava come "il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri", dovrà ricredersi. Ci sono anche carabinieri capaci di un gesto di umanità. Hanno commesso un errore? Forse. Di certo è uno di quegli errori che i cultori del diritto chiamerebbero "scusabile".


Ma - e qui arrivo al nodo centrale - vogliamo per un attimo soppesare da una parte tutto il lavoro svolto in questi anni dagli stessi uomini in divisa e dall'altra cinque secondi di "ammorbidimento"?

Mi rivolgo soprattutto ai reggini ed ai calabresi (gli altri hanno anche il diritto di essere ignoranti al riguardo): le avete guardate le facce dei militari presenti? Io le conosco, quasi una per una, e sono le stesse facce che da qualche anno a questa parte hanno permesso all'intera provincia di Reggio Calabria di respirare aria più pulita. Ignorarlo significa essere in malafede. Dimenticarlo, forse, è anche peggio. Insomma, mi pare chiaro loro da che parte stiano.


Ribalto la domanda: e voi, grandi leoni da tastiera, seduti su comode poltrone, magari acquistate in centri commerciali gestiti dalla 'ndrangheta, da che parte state? Non pensate che se oggi, a San Luca, può ancora accadere una cosa simile è anche colpa nostra? Di noi tutti? Io sinceramente penso proprio di sì. Perché siamo noi i primi a non crederci davvero. Siamo i primi a fare un "baciamano" quotidiano e figurato, spesso senza nemmeno rendercene conto.


Lo facciamo tutte le volte che scegliamo di farci i fatti nostri, tutte le volte che non badiamo a come e dove spendiamo i nostri soldi, rimpinguando quelle casse alimentate col sangue d'innocenti. Lo facciamo tutte le volte che cerchiamo comode scorciatoie per risolvere i problemi quotidiani. Tutto questo mi fa ribrezzo tanto quanto un baciamano.


Ho girato molto, in questi giorni, per le vie della città di Reggio Calabria. Ho riscontrato ancora un'omertà pazzesca. E sapete cosa mi rattrista di più? La differenza fra giovani e anziani. Questi ultimi non parlano spesso per paura. I più giovani per indifferenza. Non gliene importa nulla.

E se alla domanda "cosa possiamo fare noi per evitare che un baciamano accada di nuovo" rispondiamo con un laconico "nulla", allora, proprio in quel momento, non saremo così diversi da quell'uomo che stava dall'altra parte della ringhiera di casa Giorgi. Con la differenza che lui lo ha fatto per manifesta stupidità, credendo in disvalori mortali. Noi, pur non baciando quelle mani fisicamente, lo faremmo nel permettere a gente così, di resistere salda e forte, convinta che "mai nulla cambierà".

Piuttosto che fare i tifosi, allora, iniziamo a pensare con coscienza e mettiamo insieme i pezzi: fin quando delegheremo a forze dell'ordine e magistratura il solo compito di vincere questa sfida, statene certi, perderemo miseramente.


Un'ultima considerazione, brevissima: ho notato un attacco esagerato, quasi chirurgico, da parte di alcuni contro carabinieri e Procura. Voglio solo sperare che non ci si trovi di fronte davanti alla classica occasione d'oro, all'onda da cavalcare per ben altre ragioni che nulla hanno a che vedere con l'amore verso la Calabria e l'odio verso la 'ndrangheta.

 

Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista

Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.

 

La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.

 

Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.

 

Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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