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Agostino Pantano

Omicidio Prestia, Marina sfida i “mondi chiusi”. Social e onore porteranno giustizia?

La sorella del ragazzo ucciso dall'amico è dura contro la comitiva del fratello: «Chi sa parli». Analisi di un metodo che predilige lo sfogo anche quando cerca giustizia

lunedì 5 giugno 2017
15:12
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Il banco di scuola di Francesco
Il banco di scuola di Francesco

Più che un appello, una sfida; ma anche una richiesta di aiuto che diventa sfogo, affidato – ovviamente – al social network Facebook. Ha fatto molto riflettere l’intreccio di rabbia e dolore che ha generato le parole di Marina Prestia, la sorella del ragazzo ucciso da un suo amico a Mileto.

 

Un caso ancora aperto. “Il chi sa parli” sintetizzato nei titoli dei giornali, in realtà, va oltre l’invito a “confessare”  e ci offre l’ulteriore spaccato di un delitto che sembrava “chiuso” – la vittima, il reo confesso, l’amico che forse li ha fatti incontrare, la ragazzina contesa e nessun altro – e che, invece, per primi i famigliari di Francesco considerano aperto. Marina, scrivendo su internet – e quindi saltando ogni mediazione che pure il legale di famiglia o le agenzie organizzate potevano fornire – in maniera accorata si rivolge agli amici del fratello, solidali nel lutto ma evidentemente solo fino ad un certo punto.

 

La dinamica dell'amore e del sacrificio. A loro ricorda la frase manifesto con cui la vittima si presentava su wat’s app - “meglio crepare che tradire” -, li schernisce quando scrive “non bastano le foto con le dediche”, e quasi li colpevolizza quando afferma: “so e sapete che non sarete mai ai livelli di mio fratello perché lui ha perso la vita proprio per questo: lui amava gli amici”.

L’indistinto richiamo che la giovane fa sembra tracciare una quasi contrapposizione, all’indomani dei funerali, tra la famiglia della vittima e l’ambiente, il gruppo, la comitiva a cui – solo qualche ora prima – si era accomunata indossando la stessa maglietta con la foto di Francesco realizzata dagli amici.

E allora ci pare che non sia giusto archiviare il caso di Mileto solo come quello dell’omicidio di un ragazzo commesso da un coetaneo; e neanche come il caso dell’amico che uccide un rivale in amore, e la vicenda – men che meno – va considerata esclusivamente come il solito dramma per una ragazza contesa aggravato “dall’onore del figlio di ‘ndrangheta” pulito col sangue.

Nel “prima, durante e dopo” il fatto di sangue emergono contesti sociali che al netto delle possibili implicazioni penali chiamano in causa le dinamiche classiche dei “gruppi chiusi”, siano essi la comitiva di amici o la stessa comunità cittadina.

 

La sfida all'autoreferenzialità. E’ per spezzare questa consegna al silenzio che Marina scrive, e lo fa scegliendo lo stesso codice valoriale – l’invito a non tradire, fino al sacrificio di sè - e lo stesso strumento social usati dai gruppi che intende scuotere: la stessa ragazzina il cui legame sarebbe stato alla base dei dissidi fra i due amici, aveva scelto Facebook per esternare i suoi sentimenti.

Se però c’è una frusta in più nelle sue parole, essa è data dalla  domanda di “giustizia” che la ragazza invoca. Lo fa sempre tramite i social network, disattendendo il monito di Mons. Renzo - che nella veglia di preghiera per la vittima aveva invitato i ragazzi ad “essere meno virtuali” – ma anche in questo caso l’istinto è quello di tramortire “i mondi chiusi” usando gli strumenti aperti per definizione.

 

La giustizia come valore collettivo. La giustizia è solitamente per i giovani un valore fresco; non è una pratica vista nei Tribunali, osservata nei talk show o sentita in piazza: la famiglia e la scuola, più che la politica, possono promuoverla come idea e azione.

In una regione come la Calabria, spesso teatro anche di vendette sanguinose, è molto significativo il percorso logico a cui giunge il dolore provato da questa ragazza. La richiesta forte è quella di un’elaborazione del lutto, collettiva, ma fondata sullo scardinamento delle regole del “mondo chiuso”. Servirà ad ottenere una collaborazione che a questo punto sembra fondamentale per chiudere un caso che chiuso non è?


Agostino Pantano

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Agostino Pantano
Giornalista

Agostino Pantano, giornalista professionista, 43 anni, vive a San Ferdinando. È stato corrispondente dei quotidiani Gazzetta del Sud e Il Domani della Calabria. Dal 2006 al 2010 ha diretto la redazione di Gioia Tauro di Calabria Ora. Con altri colleghi, usciti dal giornale per contestare la linea editoriale, ha fondato Il Corriere della Calabria, un periodico e un sito on line per cui ha lavorato come redattore. Ha collaborato con Le Cronache del Garantista e L’Unità. Ha diretto il mensile A Sinistra e la Web Tv Pianainforma.

 

Dal 2010 al luglio 2016 è stato al centro di un caso giudiziario tra i più gravi nella storia del giornalismo italiano: processato due volte per la sua inchiesta sullo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Taurianova, e in un caso per il reato di “ricettazione di notizie”, è stato assolto in entrambe le occasioni.

 

È componente del Consiglio nazionale dell’Unci (Unione nazionale cronisti italiani). È iscritto all’associazione “Articolo 21”. E’ laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla storia del V° Centro siderurgico di Gioia Tauro.

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