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Veleni e calunnie sui magistrati. Gabriele Carchidi, il deus della macchina del fango. Il pentito: “Tenevamo la droga nel suo ufficio”

Il “responsabile” di Iacchité e la campagna di delegittimazione contro i pubblici ministeri che ieri e oggi si sono ritrovati ad indagare sotto la sua tastiera

di Pietro Comito
mercoledì 15 marzo 2017 | 08:30
Gabriele Carchidi
Gabriele Carchidi

Nicola Gratteri? "Pubblicità ingannevole". Mario Spagnuolo? "Un ipocrita coi baffi". Marisa Manzini? "La pettinatrice di bambole". Eugenio Facciolla? Uno che ha "parentele pericolose". L'elenco delle vittime della macchina del fango è lungo e non ha risparmiato uomini dello Stato di prima linea, gente che rischia la pelle ogni giorno. Gente, magari, come quegli ufficiali dell'Arma dei carabinieri che assicurarono alla giustizia il più pericoloso gangster cosentino rimasto in circolazione: Ettore Lanzino.

 

Vittime che si sono ritrovate, o si ritrovano, guarda caso, ad indagare su di lui, il deus della macchina del fango: Gabriele Carchidi, giornalista professionista iscritto all'Ordine della Lombardia, "responsabile" (così dice la gerenza) di un sito web dal nome che è tutto un programma, "Iacchité - La notizia che sconvolge", presentato come un "inserto telematico" della testata regolarmente registrata al Tribunale di Cosenza, Cosenza sport. Lo stesso sito dal quale oggi sparge fango, sospetti e finti scoop.

 

Andiamo indietro al 16 gennaio e al 19 maggio del 2014. Negli uffici del distaccamento del Ros, a Cosenza, il sostituto procuratore generale di Catanzaro Eugenio Facciolla, che nei mesi successivi diventerà procuratore capo di Castrovillari, interroga un collaboratore di giustizia, Silvio Gioia. Si tratta di un ex gregario della criminalità organizzata bruzia che si occupava di traffici e spaccio di droga. È una delle fonti dichiarative, ritenute "attendibili", che i carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Cosenza utilizzano nell'inchiesta "Apocalisse", quella che porta all'arresto di Marco Perna, il figlio del boss ergastolano Franco, tra i più blasonati capimafia della 'ndrangheta cosentina. Ad un certo punto, il pentito spiega "il ruolo svolto dal giornalista Gabriele Carchidi" in relazione "alle dinamiche dello spaccio di sostanze stupefacenti ad opera di Marco Perna e del suo gruppo".

 

I carabinieri sintetizzano le parole di Gioia: "L'ufficio a suo tempo occupato da Gabriele Carchidi, utilizzato per la redazione del giornale Cosenza Sport, posto sopra a Romeo Stereo, precisamente al quarto piano, veniva utilizzato da me, Castiglia Claudio e Salerno Gianpaolo per occultare le sostanze stupefacenti che avevamo prelevato presso Marco Perna".

 

 

Il giornalista sapeva della droga che i picciotti di Perna junior tenevano nel suo ufficio? La prosecuzione del verbale, acquisito agli atti del processo "Apocalisse", è coperta da omissis. Quello stesso verbale, acquisito dalla Direzione distrettuale antimafia (al cui vertice dopo poco sarebbe approdato Nicola Gratteri) alla luce dello stralcio di alcune posizioni processuali sarebbe poi passato alla Procura di Cosenza (dove sono arrivati prima Marisa Manzini, in veste di procuratore aggiunto, e poi Mario Spagnuolo, in veste di procuratore capo). La stessa Procura di Cosenza contro la quale il deus della macchina del fango avrebbe poi scatenato il suo continuo livore.

 

 

D'altronde la storia di Gabriele Carchidi, al di là delle decine di procedimenti e delle condanne per diffamazione, è ben nota alle aule di giustizia e nei presidi di ordine e sicurezza pubblica: una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e ingiuria; un Daspo di un anno per pericolosità sociale; le denunce per le false dichiarazioni sul suo reddito reale e per l'inadempimento al provvedimento di un giudice...

 

Ben nota, la figura del deus, anche al Consiglio di disciplina territoriale dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, chiamato a pronunciarsi e a sanzionare alcune delle sue condotte attraverso le quali avrebbe "gravemente compromesso la dignità professionale della categoria". Già, perché nel repertorio del "responsabile" di Iacchité non c'è solo il fango, ma anche il falso d'autore, come quella volta che da direttore della Provincia arrivò a pubblicare un'intervista a Franco Abruzzo, totem del giornalismo italiano, dal titolo "Gli uffici stampa sono illegittimi", ritenuta dal tribunale disciplinare dell'ordine lombardo, "totalmente falsa". Inventata.

 

Già, fango e falso. Persecuzione, stalking. L'informazione in Calabria a volte è anche questo.

 

Pietro Comito

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