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Editoriale di

Pasquale Motta

PD, Adamo e Oliverio “né col Principe né contro il Principe”

Pragmatismo e realismo in queste ore muovono le scelte tattiche dei nostri corregionali Mario Oliverio e Nicola Adamo in vista del congresso PD. Alla testa di un gruppone di peso, che comprende anche il deputato Bruno Censore, si sono inventati un area autonomista

sabato 18 febbraio 2017 | 14:56
Nicola Adamo e Mario Oliverio
Nicola Adamo e Mario Oliverio

Mancano poche ore all’assemblea nazionale del Pd, in quella sede si comprenderà, o si tenterà di comprendere, verso quale direzione si muoveranno i giochi nelle prossime ore all’interno del maggior partito della sinistra italiana ed europea. Chi rimarrà? Chi andrà via? Chi tratterà?

 

E soprattutto chi, potrebbe andar via, ma potrebbe anche restare a secondo delle condizioni d’ingaggio. Ecco, appunto, le regole d’ingaggio per la permanenza della minoranza, il nocciolo del problema sta tutto qua. Tra le regole d’ingaggio di questa partita, la più importante è tutta la questione che riguarda le candidature, o meglio, i capilista bloccati, norma della legge elettorale sopravvissuta all’Italicum e al Porcellum sotto la falce della Corte Costituzionale.

 

I collegi sono 100, mica da ridere, ciò significa che i capilista saranno parlamentari certi. 100 parlamentari senza sforzi e chiavi in mano, sostanzialmente nella disponibilità del segretario. Un numero che in caso di sconfitta, potrebbe essere la maggiore rappresentanza istituzionale del PD, la fetta più grossa della delegazione parlamentare. La vicenda la si può girare come la si vuole ma il ragionamento dei capi corrente, dei sottocapi, e dei capi bastone del Pd, ruota intorno a questi fattori.


L’identità del partito, i contenuti ideali, il futuro della sinistra, sono materia per i romantici e per i nostalgici. Nella gestione del potere e nella soddisfazione delle ambizioni personali o di corrente, conta il pragmatismo e il realismo, al romanticismo, invece, si ricorre al massimo per far passare una scelta, una decisione finale. Pragmatismo e realismo che in queste ore muovono le scelte tattiche dei nostri corregionali Mario Oliverio e Nicola Adamo, alla testa di un gruppone di peso che comprende anche il deputato Bruno Censore, i quali si sono inventati un'area autonomista.


Strategia? “Né col Principe né contro il Principe”. Quest’area autonomista, almeno all’interno del PD, ha ancora un certo peso. Tessere, sindaci, amministratori,consiglieri regionali, un paio di segretari provinciali, segretari di circolo, sono ancora nella disponibilità di Adamo, Censore e Oliverio. Inoltre, l’asse Adamo/Oliverio, è quella che tiene ancora in vita Magorno, una tattica che, seppur molto contestata,è comunque strumentale e consente non solo un sottile e tattico gioco delle parti nel dialogo con Renzi, ma tiene saldamente sotto scacco il gruppone renziano e con esso il renzismo spinto di marca calabrese. Il tutto sotto l’abile regia di Marco Minniti, il quale non solo tiene le fila della Calabria ma è in ascesa anche nella partita romana per evitare o contenere la scissione. In uno scenario del genere, difficilmente i giovani leoni renziani calabresi troveranno spazio.


Per Oliverio la partita è sempre la stessa: ottenere il commissariamento della sanità e dare il ben servito a Scura. Adamo, invece, non è un segreto per nessuno che lavori alla riconferma di Enza Bruno Bossio, riconferma meritata, considerato l'attivismo della Parlamentare cosentina. Se poi questo lavoro potrebbe portarla a conquistare la leadership nella provincia cosentina sarebbe un capolavoro di strategia politica. Giochi complessi, di fioretto e di sciabola.

 

Adamo e Oliverio, dunque, non guardano alla scissione, l’intervista di Enza Bruno Bossio su “Il dubbio” ieri non ha lasciato margini di ambiguità sul punto, sancendo, di fatto, il suo definitivo ritiro dalla minoranza PD e contestando le posizioni della stessa minoranza su tutta la linea. Per il resto, le posizioni nel Pd calabrese sono più o meno cristallizzate.

 

Degna di nota appare un documento che ha come primo firmatario Laratta, il quale a livello nazionale fa riferimento al Ministro Franceschini, seguito da una serie di firme che vanno da studenti universitari ad amministratori locali e che cercano di spostare la discussione dal terreno tattico a quello ideale e culturale. Poi silenzio assoluto. Un silenzio dettato dal tatticismo esasperato che da diversi lustri ormai accompagna la storia del centro-sinistra calabrese, un tatticismo che nel PD ha assunto le caratteristiche del tumore maligno. Si ipotizzano aree, correnti e partecipazioni a questa o quella cordata, ma il tutto è assolutamente ipotetico e, comunque, i giochi sono destinati a cambiare più volte, non solo fino e durante il congresso, ma fino alle elezioni.


Fin qui le dinamiche interne. Bisognerà capire però, come spira il vento esterno, il consenso dell’opinione pubblica. L’aria che tira fuori, a differenza del passato, è un'aria ostile al Pd, un’aria indifferente sia alla scissione che alla tenuta unitaria. Il voto del 4 dicembre è stato chiaro, da codice rosso. Nonostante ciò, non si percepisce nei gruppi dirigenti del Pd la preoccupazione adeguata per quel segnale. Tutta la discussione del congresso sembra mossa dalla smania di rileggittimazione di Renzi da un lato, e dall’ansia di trovare spazio istituzionale della minoranza dall’altro lato. Date del congresso e delle elezioni sono alibi.


La sinistra, invece, avrebbe bisogno di ben altro, e cioè, di una discussione profonda sulla sua rappresentanza. A quali ceti si rivolge oggi questa sinistra? Chi rappresenta? Quali bisogni? Sono domande che la sinistra italiana lascia sospese da almeno 20 anni. Guardando una volta in direzione di Clinton, un’altra di Blair, un’altra ancora di Obama. Vergognandosi di simboli e parole d’ordine del suo passato, temendo di essere accusata di essere fuori tempo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I populismi hanno stretto la sinistra in una morsa micidiale che rischia di stritolarla per sempre. Non solo, alcune rivendicazioni cosiddette populistiche, sono il prodotto di antiche battaglie della sinistra che in bocca agli altri oggi riscuotono un certo successo. Paradossi della storia.

 

E ancora. Quale risposta si da a quel popolo che il 4 dicembre ha umiliato il Pd su di una ipotesi di riforma costituzionale? Si può eludere il problema, o peggio pensare che la risposta siarimettere in fila ai gazebo un po' di gente, per rieleggere un segretario costretto alle dimissioni qualche mese prima da un movimento di popolo?

 

Superficialità, ambizione esasperata dei gruppi dirigenti, divisioni, sono i mali endemici della sinistra contemporanea e di questo PD in particolare, se questi mali continueranno a prevalere, non ci sarà più trippa per i gatti. Dall’assemblea della minoranza Dem riunita in queste ore in un cinema romano non sono venuti segnali di rottura irreversibili, anzi, in molti hanno costruito nuovi ponti a cominciare dal governatore della Puglia Emiliano ma anche dallo stesso Roberto Speranza. Basteranno a rallentare o fermare un processo che sembra, a questo punto, irreversibile? Difficile prevederlo. Anche se, segnali distensivi sono arrivati anche da alcuni alleati di Renzi, come Del Rio e Franceschini. La richiesta che arriva dalla minoranza, è quella di costruire una grande comunità collettiva. A questa domanda si potrà rispondere con uno schema pro o contro Renzi? C'è da ritenere di no.


Bisogna partire dall’assunto che la sconfitta al referendum non è stata determinata da un popolo che non comprende ma da un gruppo dirigente di partito che non è più in grado di percepire il disagio della sua gente. Lo scriveva molto bene Gianluigi DaRold su “Il sussidiario”, e cioè che, il momento che sta vivendo la sinistra, in tutto il mondo, e in Italia con i venti di scissione nel Pd, offre l'immagine di un distacco drammatico tra la parte di popolazione popolare dei Paesi occidentali e i suoi tradizionali rappresentanti nei Parlamenti nazionali. Insomma c’e’ un mondo rivolta contro la sinistra perché si è sentito tradito, tutto ciò, chiaramente,è stimolato da una crisi che nessun governo di sinistra né europeo ne americano è riuscito a governare. Si vuole fare finta di ignorare tutto ciò? Magari ripetendo l'oscena frase di un pur geniale artista come Bertolt Brecht.

 

Dopo la rivolta e la repressione comunista di Berlino Est nel giugno del 1953, il celebrato artista ebbe il coraggio di dire: "Se il governo di questo Paese è deluso dal suo popolo, gli suggerisco di sciogliere il popolo ed eleggerne un altro". Apprezzò solo Walter Ulbricht, presidente della Repubblica Democratica Tedesca, ma non certo gli operai di Berlino e il popolo di Berlino che continuava a tentare di fuggire a Ovest, riempiendo i cimiteri quando veniva centrato dai vopos di Pankow.

 

Pasquale Motta

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